La dimensione sociale della Pasqua per un nuovo umanesimo. Una risposta a Flores D’Arcais

11079671_1068636276496178_1470024389_n«Materialisti integrali»! Questa è l’espressione con la quale Giorgio La Pira indica i cristiani che ricordano e celebrano la pasqua annuale del Cristo risorto. Senza dubbio, tale denominazione riprende – in forma di contrasto – l’ideologia marxista del partito comunista il quale era assai radicato nel popolo italiano ai tempi del “sindaco santo”. Per Giorgio La Pira, i veri materialisti sono i cristiani poiché alla luce dell’incarnazione, morte e risurrezione del maestro di Nazareth assumono la totalità creaturale, affettiva e spirituale della loro esistenza per renderla a Dio Padre per mezzo del Figlio. Così, l’espressione lapiriana ci permette di avviare una riflessione sul significato sociale, politico, culturale ed economico della pasqua.

Nel numero 177 dell’Evangelii gaudium, Papa Francesco afferma che l’annuncio del Vangelo ha una dimensione sociale: «Il kerygma possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercussione morale il cui centro è la carità». Da un punto di vista teologico, la dimensione sociale del Vangelo si fonda sul fatto che l’avvento di Dio con l’incarnazione, la morte e la resurrezione di Cristo non si riduce alla salvezza della singola persona, ma si estende tramite quest’ultima alle relazioni affettive, sociali, culturali, politiche ed economiche ovvero ad ogni sfaccettatura dell’umano. Quindi, l’annuncio della redenzione porta all’intima connessione fra evangelizzazione e promozione umana. Annuncio che trova fondamenta e compimento nella celebrazione della pasqua del risorto la quale permette oltre alla salvezza personale anche una redenzione sociale.

Alla luce della risurrezione, la scelta dei cristiani a favore dell’umano integrale comporta l’assoluta priorità dell’uscire da sé per andare incontro al fratello. L’uscita – dalla solitudine del proprio io in vista dell’incontro con l’altro – implica la naturale conseguenza di un’esperienza religiosa non limitata all’ambito privato o all’esilio di Dio nel pubblico, come ha chiesto nelle scorse settimane il laico “furioso” Paolo Flores d’Arcais, ma essa è destinata ad occuparsi di tutto ciò che concerne la ricerca e il conseguimento del bene comune. Pertanto, a partire dalla pasqua del Cristo che ha redento tutto l’uomo, l’opzione per l’inclusione globale dell’umano è, per la chiesa, una categoria teologica prima che culturale, sociologia, politica o filosofica. Così, la celebrazione e l’annuncio del kerygma ispirano l’inclusione sociale fra gli uomini – in specie dei poveri – per i quali ogni cristiano e ogni comunità devono impegnarsi per la loro liberazione e promozione affinché possano integrarsi pienamente nella società. Si tratta, biblicamente, di ascoltare il grido dell’umanità e di accoglierlo.

Di conseguenza, i credenti sono chiamati a risolvere con responsabilità politiche, sociali, civili, economiche le cause strutturali della povertà, della scarsa inclusione sociale, del mancato riconoscimento della dignità umana per i soggetti più deboli della società. Responsabilità e azioni volte sia allo sviluppo integrale dell’uomo, sia alla promozione di una cultura che pensi nei termini della comunità e non dell’individualità.

Alla luce di questa prospettiva, la pasqua contiene un significato sociale in grado di ispirare, con il porre al centro l’uomo e la sua dignità, un nuovo umanesimo in Cristo Gesù.

di Rocco Gumina

 

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