LA BANALITA’ DEL MALE

Ieri è stato celebrato il Giorno della Memoria, una ricorrenza internazionale per commemorare le vittime dell’Olocausto, ricordando il giorno in cui furono abbattuti i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz. Il campo di concentramento è l’espressione più evidente e la novità assoluta del dominio totalitario: una realtà capace di far rinnegare all’individuo tutte le certezze sulla propria umanità, fino a renderlo superfluo persino a se stesso.

L’istituzione del lager fu preceduta in maniera scientifica da un processo di annullamento del sistema legislativo che investì ogni aspetto della vita umana. Iniziarono annullando la personalità giuridica, revocando i diritti di cittadinanza e di proprietà a migliaia di individui. La deportazione fu motivata come una misura di polizia e di custodia preventiva. Successivamente fu intaccata la personalità morale. Fu imposto di scegliere tra il tradimento dei propri amici, sapendo di condannarli a morte, e la salvezza della propria famiglia. Annullarono ogni distinzione tra persecutore e perseguitato, tra carnefice e vittima. Infine, distrussero la personalità individuale, trasformando gli uomini in cadaveri viventi. Durante il trasporto nei lager, uomini, donne e bambini furono ammassati in vagoni per il bestiame a calci, pugni e spintoni, lasciandoli senza spazi vitali per giorni. Umiliarono il corpo, calpestarono la dignità e distrussero la personalità.

Quello che rimase, alla fine di questo procedimento, fu solo ombra senza vivente. Il regime totalitario si fonda sulla consapevolezza che un sistema in grado di distruggere la vittima prima che salga sul patibolo è incomparabilmente il migliore per tenere il popolo in schiavitù. Il totalitarismo persegue il potere totale e, per averlo e mantenerlo, deve annullare tutte le virtù e la spontaneità che l’essere umano possiede, fino a trasformarlo in una marionetta. Non si limita a eliminare coloro che si oppongono ma anche coloro che sono in una posizione di neutralità, di indifferenza. Questi atteggiamenti vengono considerati pericolosi, proprio perché posseggono ancora quel grado di spontaneità e d’imprevedibilità giudicata di ostacolo al dominio totale sull’uomo.

Chi erano coloro che parteciparono, in qualsiasi modo, alla realizzazione o alla gestione di questa orrenda realtà? Chi erano coloro che avevano progettato i campi, come vivevano gli addetti alla loro sorveglianza, cosa provavano gli esecutori di quegli ordini che prevedevano la tortura e la morte di centinaia di persone? Le risposte a queste domande furono trovate a Gerusalemme, durante il processo Eichmann, dove Hannah Arendt fu corrispondente del New Yorker, nel 1961.

Eichmann dimostrò di essere il prodotto di quella società tedesca che si allontanò dalla realtà, scaricando ogni responsabilità e credendo alle menzogne che il regime propagandava. Uomini incapaci di condurre autonomamente la propria vita se non obbedendo agli ordini di un capo. Il processo Eichmann dimostrò l’inutilità di dare un volto al male e di poterlo guardare negli occhi. Il gerarca nazista si palesò come un uomo comune, terribilmente normale e non eccezionalmente cattivo e crudele.

Il processo di deresponsabilizzazione fu formalizzato attraverso le leggi sulla conservazione della razza, alcune tecniche linguistiche per giustificare orrendi crimini ed elementi di finzione. La costruzione di finte docce per la gassazione nei campi in Polonia, le selezioni dei deportati operate da medici e la numerazione dei strucke (pezzi) sopravvissuti alle selezioni furono solo alcuni dei sistemi utilizzati dal regime per manipolare la realtà. Le parole usate per indicare le attività di sterminio non fecero mai riferimento alle persone ma alle cose. I deportati erano pezzi, le azioni di rastrellamento servivano per mietere il grano e anche il campo veniva chiamato lager, in tedesco magazzino. Sul cancello del lager di Auschwitz è tuttora visibile la scritta Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi. Lo Stato offriva numerose giustificazioni per rendere le atrocità socialmente utili e lodevoli e gli slogan nazisti rassicuravano che ciò che fai per il popolo e la patria è sempre fatto bene.

A seguito del processo Eichmann, la Arendt definì il male come mancanza di pensiero. Le poche persone che non aderirono al regime furono le uniche, secondo la scrittrice, che osarono mettersi in discussione. Pensare, nel senso etimologico del termine, significa essere occupati in un dialogo silenzioso tra io ed io che Socrate definì appunto pensare. Questa capacità ha dunque la potenzialità di mettere l’uomo di fronte a un quadro bianco, senza bene o male, senza giusto o sbagliato, per stabilire un dialogo con se stesso e permettergli di deliberare un giudizio. Solo la manifestazione del pensiero è capace di provocare perplessità, obbligando l’uomo a riflettere. Il male, quindi, non è più qualcosa di eccezionale ma è qualcosa di banale, fa parte di ognuno di noi. È semplicemente il rifiuto del pensiero. Qualsiasi essere umano, se inglobato in un meccanismo politico-sociale che lo spinge ad agire senza pensare può fare il male.

L’uomo che permette il trionfo del totalitarismo è colui che cerca di far carriera tramite la burocrazia, sottomesso e incapace di resistenza che compie il male come se fosse la cosa più banale. La vittoria su ogni forma di totalitarismo si può ottenere solo attraverso il pensiero, la critica e uno spazio condiviso ove confrontarsi con l’altro.

Il male è banale ossia senza radici, non radicato. E’ in grado di invadere il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità e nel momento in cui cerca il male è frustrato perché non lo trova. Questa è la sua banalità, al contrario del bene non ha profondità.

Affrontare questi temi significa analizzare noi stessi e porci delle domande sulla nostra capacità critica. Come uno specchio che ci rimanda, continuamente, immagini su di noi, su quella parte di noi che, forse, vorremo occultare. Una specie di ritratto di Dorian Grey da chiudere in qualche camera isolata e dimenticare.

L’imperativo è: non dimenticare! 


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