Karol Woityla: intuizioni carismatiche e aperture profetiche

 

D’ora innanzi il pontificato di Papa Giovanni Paolo II, sarà scandito sempre con toni più rilevanti dalla dimensione della sofferenza, sia sul piano personale, per il quale essa diverrà come epifania profetica di una sofferenza vissuta non per se stesso ma per tanti altri, a favore del corpo della Chiesa (cf. Col 1,24), ma anche nell’esercizio del suo ministero, per le sofferenze derivanti da un’umanità sorda alla voce del perdono e della pace, ma nella quale iniziano a germogliare frutti di speranza, sapientemente accompagnati dalla docile e silenziosa azione della Provvidenza divina, che troverà nuovi spazi e varchi con la caduta del muro di Berlino (1989). In mezzo a questi eventi la parola e la testimonianza di un Papa che consentono alla Chiesa di “andare al largo”, per ampliare quegli orizzonti di evangelizzazione estendendoli a tutto l’uomo e alle nazioni della terra. Dalla visita alla sinagoga ebraica di Roma e al dialogo ecumenico con il rabbino Toaff, fino all’intuizione carismatica di Assisi, osserviamo il suo lasciarsi guidare e sostenere dallo Spirito, che accoglie e sostiene la domanda di comunione, di dialogo e di pace, che dal giorno di Pentecoste, che cancella il disagio di Babel, è invocata su tutta la Chiesa e sul mondo intero. Ecco da qui l’intuizione carismatica di Assisi (1986), varie religioni che pregano insieme per la pace. Nella ricerca del dialogo e dell’ecumenismo, si percepisce una ricezione creativa del Concilio Vaticano II, lasciando trasparire una grande fiducia e speranza nell’umanità, una comunicazione del vangelo, apertura ai laici, incoraggiamenti verso tutti.

Stessa apertura profetica e stessa decisività dell’annuncio di Cristo lo riscontriamo nel dialogo con i giovani. Ecco l’intuizione delle Giornate Mondiali della Gioventù (Gmg), che sorgeranno nel 1985, che colgono il profondo desiderio di autenticità e di assoluto presente nei giovani, puntando sulla forza dell’aggregazione e sul sentimento di fratellanza universale, percepibile in questi incontri, come punto di partenza dal quale intraprendere un cammino di conoscenza di se stessi e del Cristo, di una identità personale e cristiana. La presenza forte e sorridente, decisa e a volte severa, del Santo Padre, mostra i tratti di una paternità che diventa mediazione, che svolgerà un ruolo significativo nel ricondurre i giovani verso una visione del corpo e della corporeità come luogo di apprendimento dell’amore e della responsabilità aperto al dono della vita. Al tempo dell’annuncio della pace e del perdono, seguono le parole risolute contro la guerra, le mafie ed ogni forma di sopraffazione. Sempre agli inizi degli anni ’90 l’intuizione della valorizzazione del genio femminile, che culminerà con la lettera alle donne del 1995.

La debolezza del discepolo di Cristo-. Intanto, già da qualche tempo, dal 1994 l’inizio del netto declino della salute. Questa percezione, anche dal punto di vista mediatico, sempre maggiormente visibile con l’andare degli anni, più che denotare un limite invalicabile diverrà testimonianza autentica del suo discepolato. Esso ci annuncia che non si ascende la croce da vincitori, ma da vinti, narrando con la propria esistenza una mediazione autentica ed efficace. Sul piano simbolico, conserviamo vivo il ricordo del suo abbandonarsi alla croce, appoggiandosi ad essa, reclinando il capo sul legno della croce. Già Padre Pio scriveva, che soffrire lontano dalla croce di Gesù è impossibile. “Sotto la croce infatti, s’impara ad amare” (Ep. I,339).

La carità dei gesti concreti di comunione-. La carità ama esprimersi attraverso gesti concreti, a volte inattesi, in grado di sorprendere, tuttavia necessari per creare nuovi ponti di dialogo e speranze. Dalla chiarezza e dalle parole risolutive sul caso Galilei, alla ferma condanna dell’antigiudaismo e dell’inquisizione, parole di perdono e di pace, che delineano la sicurezza e la fedeltà del discepolo di Cristo verso quell’amore divino che è stato riversato per creare unità e non divisione. Purtroppo di fronte a chi si ostina a chiudersi a quest’amore liberante, bisognerà ribadire il valore profondo di ciò che tutti universalmente ci accomuna e che potrebbe essere una solida base per un confronto aperto e condiviso, vale a dire il valore della vita, che in moltissimi, nati e ancora in grembo, invoca difesa, custodia e tutela. Da qui la fondamentale enciclica, Evangelium Vitae (1995). Ciò esprime ancora una volta quella volontà, sempre presente nel suo ministero, di ripartire dagli ultimi. Scelta che sul piano pastorale si tradurrà con i viaggi apostolici a Cuba e Sarajevo.

“Servire la Chiesa fino a quando Egli vorrà”-. Da questo rinnovato slancio di annuncio e testimonianza, nel tempo della graduale e costante conformazione al Cristo crocifisso e risorto, egli potrà adempiere a quella missione sottesa fin dall’inizio del suo servizio petrino: introdurre la Chiesa e l’umanità tutta nel solco del III millennio. È il tempo della gioia giubilare, è il tempo di aprire le porte dell’infinita misericordia divina, che non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva (cf. 1 Tm 2,4). Un giubileo che richiama una cornice di uomini e donne di ogni età, lingua, popolo e cultura e che anticipa prospetticamente quel popolo nuovo dei redenti e dei trasfigurati da Cristo. La sua preghiera, in quell’abbandonarsi e sorreggersi sul legno della croce, diviene misura ed eloquenza della sua fede, cifra e dimensione del suo essere interamente dedito al Signore. In questo gravoso compito, risplende l’umile e silenziosa testimonianza del dolore e della sofferenza, oramai un tuttuno con il Santo Padre, perché egli possa costituire l’icona di una fragilità nella quale risplende la potenza di Dio, perché così come dice l’Apostolo: “Quando sono debole è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). Di fronte a quest’esperienza lacerante e drammatica, egli ci mostra il fiducioso abbandono del discepolo di Cristo, che non avanza alcuna pretesa, non celebra mai se stesso ma l’autenticità di Colui che lo guida in questo cammino. Tutto ciò diviene testimonianza, per chi ha occhi per vedere l’agire di Dio nella storia. Così anche nella morte a questa vita, ma nel suo dies natalis alla vita eterna, egli ci mostra la serietà, la fatica del passaggio, quel ulteriore morire a se stessi per ritrovarsi nel seno di Dio, quel condividere fino alla fine il misterioso sentiero della sofferenza umana, che è tuttavia vinta e trasfigurata dalla vittoria pasquale del Cristo risorto. Così alle 21.37 del 02 aprile del 2005, all’alba dell’incipiente ricorrenza della divina misericordia, egli concluderà il suo pellegrinaggio terreno, narrandoci anche in quest’evento ultimo della sua esistenza terrena, una mediazione paterna che ci rimanda all’apertura anche antropologica verso il dono dello Spirito che ci immette nell’amore di Cristo, che solo può donarci la forza di non avere paura. Nell’amore infatti, non c’è timore (cf. 1 Gv 4,18). di Giovanni Chifari

 

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