Il peso del petrolio nelle guerre calde

petroliopLO CHOC MANCATO – Il quadro geopolitico complessivo è fortemente mutato, così come gli interessi in gioco, ma la conquista del controllo dell’oro nero non è certamente indifferente per le sorti del Califfato. La sua scommessa ideologica si gioca sul far considerare come ugualmente “legittimi” valori come quelli della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e un’interpretazione aberrante della fede islamica. Dov’è finito il petrolio? Le precedenti guerre in Medio Oriente sono sempre state “vissute”, in Europa, con un riferimento diretto all’oro nero, fin dalla storica guerra del Kippur (1973) che determinò la prima grande crisi petrolifera, con un’impennata dei prezzi che mandò in crisi per la prima volta – grazie al cartello dell’Opec – il modello di sviluppo occidentale, basato appunto sull’automobile e i carburanti a basso costo. Ebbene, oggi ci sono tre guerre “calde” nella regione (Siria, Gaza, Iraq) e di petrolio non parla nessuno. Il prezzo del greggio al barile non solo non è salito ma è sceso di qualche centesimo (93,65 dollari al barile il 22 agosto, contro i 102 di un mese fa), rimanendo abbondantemente sotto i 100 dollari.

I conflitti attuali non hanno dunque più niente a che vedere con la questione petrolifera? Sì e no. La guerra lanciata dal Califfato nel nord dell’Iraq si svolge in una zona ricca di giacimenti di idrocarburi, già sfruttati o ancora da sfruttare; e il petrolio continua a essere, in tutta la regione della Mesopotamia e nelle aree limitrofe, la ragione principale delle conquiste territoriali e del controllo sulle popolazioni. Ma è ugualmente vero che il greggio sembra aver perso il valore, economico come simbolico, che aveva avuto in passato nel più ampio scenario internazionale. I mitici “mercati” non hanno avviato nessuna corsa al rialzo del prezzo, né per il greggio né per l’oro (classico bene rifugio nei momenti di più grande incertezza).
Le ragioni di questa assenza possono essere molteplici e complesse; superficialmente se ne possono indicare alcune principali.
Innanzitutto il prezzo del greggio ha già raggiunto da tempo una “quota fisiologica” che costituisce un punto di equilibrio non tanto e non solo tra domanda e offerta quanto tra le esigenze geopolitiche che finora nel petrolio si sono rispecchiate e che rappresentano la nostra storia recente. I giacimenti del Mare del Nord, la crescente disponibilità di risorse fossili provenienti dalla Russia hanno contribuito non poco, in questi anni, a calmierare le quotazioni degli arabi. Per altro dall’inizio del millennio il prezzo del barile si è comunque triplicato, passando dai 31 dollari del 2003 ai 93 attuali. Alcuni esperti indicano la quota di 150 dollari come punto finale di equilibrio: ma la tendenza attuale è decisamente contraria, senza contare che, a quanto pare, il prezzo si stabilizza a livelli più alti solo in presenza di eventi traumatici (guerre) non sempre direttamente collegabili con i cicli economici.
In secondo luogo, l’autosufficienza energetica che gli Stati Uniti sembrano vicini a raggiungere è forse l’elemento decisivo: perché diventa anche il motivo centrale per riconsiderare – da parte americana – tutte le questioni mediorientali in un’altra prospettiva. Senza dover dipendere in alcun modo dal petrolio saudita diventa sempre più difficile, a Washington, spiegare perché si debba “morire per Baghdad”. E forse, ricordando gli scenari energetici, si comprendono meglio anche le opzioni militari e strategiche che hanno portato Obama ad attuare il disimpegno dall’Iraq, dopo la sciagurata “esportazione di democrazia” voluta dal suo predecessore (e soprattutto dalle lobbies che lo sostenevano: quella militare e, appunto, quella petrolifera).
Un terzo elemento riguarda il cambio di ruolo del Medio Oriente nello scacchiere internazionale. Acquisita (abbondantemente) la sicurezza di Israele, e spostati i confini della guerra fredda nel cuore stesso dell’Europa, il Medio Oriente sembra aver cambiato significato, non essere più la “frontiera calda” del pianeta; proprio quelle primavere arabe che avrebbero dovuto segnare un passo avanti di quei Paesi verso forme più aperte di relazioni internazionali sembrano invece consegnare l’area agli interessi regionali di Turchia, Iran, Israele, o alle aspirazioni nazionali dei Curdi; e le stesse guerre cruente sono vissute in Occidente più in termini di emergenza umanitaria che di reale minaccia politica e strategica.
E però il petrolio (i soldi del petrolio) continua ad essere il “motore della guerra”, se ci si domanda chi siano i finanziatori, neppure troppo occulti, delle truppe del sedicente Califfato. La vera novità è che oggi l’estremismo islamico mascherato da religione è riuscito a mettere insieme un esercito e a combattere su un territorio, cercando di far credere alla possibilità di esistenza di uno Stato islamico estremista, cosa mai riuscita a Bin Laden e ad Al-Qaeda (l’Afghanistan non fu mai realmente disponibile, il tentativo più recente fu quello in Mali, contenuto in tempi abbastanza rapidi dai francesi col sostegno internazionale). Finora non era mai stato possibile neppure ipotizzare una forma “statuale” al terrorismo mascherato da religione: eppure oggi il Califfato è una realtà, almeno negli intenti e nei soldi di chi lo finanzia. A cascata, si continuano a vedere – e pagare – le conseguenze delle scelte compiute da Bush jr.
C’è però una debolezza strutturale nella “guerra santa” del Califfato: quanto potrà durare l’equivoco di un “nuovo Stato” che in realtà è solo l’impalcatura di un’organizzazione terroristica? Gli obiettivi del terrorismo non coincidono mai con quelli di un esercito regolare, come dimostra anche la spietata esecuzione del giornalista americano. La barbarie dei miliziani sembra perseguire un solo scopo, sempre lo stesso: spaventare l’opinione pubblica americana (e, più facilmente, quella europea) con la minaccia di un esercito invisibile in grado, di nuovo, di far tremare le città d’Occidente. La scommessa, ideologica, del Califfato si gioca appunto sul far considerare come ugualmente “legittimi” valori come quelli della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e una interpretazione aberrante della fede islamica.
Anche per questo Papa Francesco ha scardinato il quadro con le sue dichiarazioni; e soprattutto per questo il prefetto di Propaganda Fide è in Iraq, e non per un giorno solo: dentro la drammatica questione umanitaria e l’indispensabile soccorso ai cristiani d’Oriente c’è il tema delle relazioni internazionali e delle regole comuni in un mondo multipolare, a cui bisognerà pure, a 70 anni dalla fine della guerra mondiale, mettere mano. di Marco Bonatti per Agensir

 

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