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Il miracolo di Bebe Vio, campionessa di speranza

Il miracolo di Bebe Vio, campionessa di speranzaIl 27 giugno l’Arena Civica di Milano si accende per i “Giochi senza barriere” dove 50 atleti disabili sgomiteranno per vincere. Tra loro anche la giovane campionessa veneta che è diventata campionessa di scherma alle paralimpiadi di Hong Kong dell’anno scorso anche se al posto di braccia e gambe ha le protesi. Il suo motto? «La vita è una figata».

La meningite acuta che a 11 anni hanno costretto i medici ad amputarle tutti e quattro gli arti, entrambe le gambe sotto il ginocchio ed entrambe le braccia sotto il gomito, non è riuscita a fermare Beatrice “Bebe” Vio da Mogliano Veneto. La sua forza è un inno alla speranza e alla gioia di vivere. Dopo la terribile malattia ha ripreso la sua passione di prima, la scherma, ed è diventata campionessa mondiale nelle paralimpiadi di Hong Kong 2014 dopo aver fatto la tedofora a Londra 2012 e gareggiato con le atlete più forti al mondo. 

È l’unica atleta al mondo che tira di scherma con la protesi al braccio. Per lei i vertici mondiali hanno cambiato i regolamenti permettendo anche a chi è amputato di braccia e gambe l’accesso di partecipare alle gare paralimpiche   «Le persone disabili non sono oggetti di cristallo. Vanno trattate come i normodotati: non meglio, né con le pinze», ha detto papà Ruggero che accompagna ovunque la figlia a gareggiare e s’è beccato il soprannome di “aiutante”. Dall’esperienza terribile della malattia, che ha coinvolto tutta la famiglia Vio, è nata art4sport, una onlus benemerita del Cip (il Comitato Italiano Paralimpico) che punta sullo sport per il recupero fisico e psicologico di bambini e ragazzi che portano protesi d’arto. I disabili in Italia sono 5 milioni, di loro meno del 2 per cento fa sport. 

Sarà Bebe, già ambasciatrice di Expo, una delle protagoniste di Giochi senza barriere, energia per la vita, un evento fuori Expo che sabato 27, dalle 20.30, accenderà l’Arena Civica di Milano per dire che l’integrazione nel segno dello sport è possibile. A sfidarsi saranno circa 200 atleti, giovani da 8 a 13 anni e adulti, tra cui più di una cinquantina di atleti disabili, per affrontare divisi in 8 squadre le varie sfide. In campo le squadre regionali di Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Sardegna. Ogni squadra avrà una formazione di 20-25 giocatori con uno o più atleta disabile. Le gare sportive davvero appassionanti saranno 4.

Filo conduttore dei Giochi sarà il food, in linea con il tema dell’Expo che piace molto a Bebe: «Soprattutto», ha detto, «la frase “Energia per la vita” perché credo che le persone che visiteranno il sito espositivo avranno la possibilità di donare energia e allo stesso tempo riceverla».

Il miracolo di Bebe Vio, campionessa di speranza

Sulla sua strada Bebe ha trovato tanti campioni dello sport e non solo che seguono art4sport e la incoraggiano ad andare avanti. Tra i suoi sostenitori anche Paolo Barilla, vice-presidente del gruppo, che è rimasto molto colpito dalla sua storia e ha voluto partecipare sia lui personalmente che tramite Mulino Bianco come sponsor dell’evento Giochi Senza Barriere. «La nostra azienda sostiene da sempre questi progetti. Siamo felici di poter essere testimoni di queste straordinarie storie di coraggio», ha detto. Il suo incontro con Bio risale a qualche anno fa: «L’ho conosciuto a Cortina in occasione di una cena di raccolta fondi di Art4sport. Sono rimasto molto colpito dalla storia di Bebe, dalla sua forza interiore e dalla serenità di lei e della sua famiglia. Quando una famiglia è così forte, quando il nucleo è così unito, non c’è vicissitudine che ti può limitare». 

Per Bebe infatti – che ha raccontato la sua storia nel libro uscito ad aprile “Mi hanno regalato un sogno. La scherma, lo spriz e le Paralimpiadi” (Rizzoli, pp. 288, 17 €) con prefazione di Jovanotti e introduzione di Luca Pancalli, presidente del Cip – la malattia è stata solo una (dolorosa) parentesi ma non la fine. Dalle  “tre S” (scuola, scout, scherma)  di prima è passata a quelle di oggi che ha 18 anni: le superiori, il nome-caccia scout (Fenice Radiosa) e la vittoria di diverse medaglie in competizioni paralimpiche di scherma. «Una volta che Bebe è uscita dall’ospedale, non ci è bastato sopravvivere», ha raccontato il padre, «non era sufficiente. Chi sopravvive vive male. Così, per aiutare lei, ci siamo inventati questa associazione e poi abbiamo allargato il campo».

Senza la passione per la scherma iniziata a 5 anni Bebe, forse, non ce l’avrebbe fatta a superare la malattia. «Quando ero in ospedale», ha spiegato, «è stata la scherma la spinta per uscire da lì e per re imparare in pochi mesi tutti i piccoli gesti quotidiani». Ai Giochi senza barriere si gareggerà sul serio: «La cosa peggiore che tu possa dire a un disabile è “poverino”», ha detto Bebe che in un’intervista di qualche anno fa spiegava: «Io non ho problemi seri, mi mancavano dei pezzi e me li hanno riattaccati, tutto qui». Ecco perché il suo motto è «la vita è una figata». In attesa dei Giochi di Rio 2016…

Di Antonio Sanfrancesco per Famiglia Cristiana

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