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Il figlioletto del boss: ‘Non voglio fare la fine di mio padre. Lui spaccia. Io voglio lavorare!’

1407819609-ipad-644-0Due mesi dopo, si fanno i conti con un progetto sulla legalità, su cui hanno puntato le maestre della scuola elementare «Giacomo Leopardi». La scuola dei quartieri difficili, dei bambini considerati a rischio. Le maestre hanno cercato di azzerare la cultura del «Piano Napoli», rione del degrado e dello spaccio per anni, facendo capire a bambini tra gli 8 e i 10 anni che c’è possibilità di riscatto e di vita diversa da quella stritolata tra la vendita di droga e la galera. Le maestre hanno fatto del loro meglio, tra marzo e maggio scorsi, per tamponare i guasti di un’educazione che non c’è stata, con gli esempi di padri e madri in galera e la normalità dei genitori da vedere una volta a settimana nei parlatoi.

Dai temi scritti nel programma sulla legalità, è emersa tanta speranza di futuro, la voglia di non seguire le orme dei genitori in carcere per droga. Un tema, anticipato dal quotidiano «Metropolis», ha colpito più degli altri. Lo ha scritto un bambino, guidato come gli altri dalla maestra. Vi si legge: «Voglio vivere anche nel rione, ma non voglio che papà spaccia la droga perché i soldi non ci sono. Voglio fare la persona seria, non voglio entrare e uscire da galera come papà». E ancora: «Io sono bravo, voglio fare il muratore, con una moglie bella come Belen». C’è il desiderio di voltare pagina, non seguire la scia che, in famiglia, ha portato in carcere i genitori. Commenta il sindaco di Torre Annunziata, Giosuè Starita: «Si avverte in città un’aria nuova, nelle difficoltà di assenza di lavoro generale. Sono aumentati i collaboratori di giustizia, ci sono segnali come quello del bambino alla scuola Leopardi. Quando abbiamo sgomberato Palazzo Fienga, abbiamo avvertito tra la gente una diffusa stanchezza psicologica». Il bambino che vuole rinascere è del rione «Piano Napoli».

Qui, tanti capi famiglia sono in carcere. Qui, lo scenario urbanistico e sociale ripete in fotocopia il già visto in tanti rioni di altre città di Napoli e provincia. «Piano Napoli», al confine tra i comuni di Torre Annunziata e Boscoreale. «Piano Napoli», come il rione Salicelle ad Afragola, il Parco Verde di Caivano, Scampia a Napoli. Periferie del degrado e dello spaccio di droga. Periferie nate dal nulla attraverso programmi di edilizia pubblica popolare, che hanno partorito sradicamenti sociali nella totale assenza di servizi attorno ai casermoni di cemento. Palazzine basse tutte uguali, verde abbandonato a se stesso, spazzatura svolazzante, parcheggi con auto di ogni tipo. Fino a tre anni fa, nei vialetti era concentrato lo spaccio dell’hascisc e della cocaina, che facevano definire il rione, con un eufemismo, la Scampia vesuviana. Erano piazze di spaccio, gestite da più famiglie, pusher dai guadagni di 400 euro più il 10 per cento a dose venduta e bambini di 6-8 anni a fare da vedette. Poi, i blitz delle forze dell’ordine, le decine di arresti e, sotto quei casermoni chiari dove si spacciava ad ogni ora del giorno e della notte, il viavai è finito.

Ne restano le macerie, con famiglie sventrate dagli arresti, bambini affidati a zie o nonne e alte percentuali di evasione scolastica. Ma d’estate il buio cerca il sole. I ragazzini del «Parco Napoli», che sono iscritti alla scuola elementare «Leopardi», d’estate frequentano l’Istituto Salesiano in via Margherita di Savoia. Un grande edificio, dove sono ancora presenti le targhe del tribunale civile che, fino a qualche anno fa, era ospitato in una parta del palazzo. Don Antonio Carbone vigila sulla casa famiglia, che ospita «ragazzi difficili», ma anche sul progetto Emera che regala sorrisi a circa 120 ragazzi tra i 6 e i 17 anni. Spiega don Antonio: «Molti vengono anche dal rione Piano Napoli, certo. La soluzione al disagio è la socializzazione, l’educazione alla convivenza». Si gioca, si parla, ci si confronta e, poi, come è accaduto per quattro giorni a fine luglio, si riesce ad andare anche in vacanza al mare. Una quarantina di ragazzi è andata ad Ascea, il loro «diario di bordo» è un distillato di ingenuità, semplicità, voglia di purezza.

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Vi si legge da una ragazzina: «Che bello, ringrazio Dio che mi ha dato questa possibilità. Ci danno la pasta tutti i giorni, anche se con poca salsa. Sono felice». Nei loro occhi, le immagini di genitori portati via dai carabinieri nella notte; nelle loro orecchie il suono delle sirene, i fischi dei fratelli più grandi che facevano da vedetta nel rione, gli avvisi per l’arrivo delle «guardie». Dice Rino, uno degli educatori più impegnati al recupero dei ragazzi: «Per loro, tutto questo è normalità. È normale avere i genitori in carcere e andarli a trovare, normale vivere con zie o nonne. Ci sono abituati e, per tanti, il mondo è Piano Napoli». L’ansia di riscatto o di vita diversa ha la faccia della casualità, o della scommessa con la fortuna. Corsi per pizzaioli, qualche laboratorio di pittura, il calcio. Per tre ore e tre giorni alla settimana, il progetto, che è cofinanziato dal Comune di Torre Annunziata, è un’alternativa all’evasione scolastica, o alla strada. Nei discorsi dei ragazzi, i riferimenti al rione, le storie dei loro genitori, ma anche i dialoghi, che conoscono a memoria, della fiction «Gomorra». Sanno tutto di don Savastano, dei «perdono da andarsi a prendere». I ragazzini coniugano la fiction a qualche idolo neomelodico e al tifo per il Savoia calcio. Dice don Antonio: «Si lavora in un deserto da dover rendere fertile. Secondo i dati del ministero della Giustizia, Torre Annunziata ha, in rapporto alla popolazione residente, il più alto numero di detenuti. Per anni, le crisi ha disabituato al lavoro, al sacrificio, al sudore. A questi ragazzini cerchiamo di dare esempi». I parametri, per tanti, sono i guadagni facili. Vogliono dire addio al mondo di «Piano Napoli», ma con poco sforzo. Commenta don Antonio: «Per questo, la scommessa è culturale. Educare ragazzini semplici, in gran parta anche ben disposti, al lavoro, al sudore, a valori che riescano a dare un senso ai sacrifici da affrontare per guadagnare in maniera lecita»

Fonte: Il Mattino (Napoli)

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