Il 26 agosto 1978 il conclave eleggeva Albino Luciani. Un altro Santo Pontefice: ‘Si fece piccolo piccolo”…

Il conclave dell’agosto 1978 venne convocato a seguito della morte di Papa Paolo VI, avvenuta a Castel Gandolfo il 6 agosto dello stesso anno. Si svolse nella Cappella Sistina dal 25 al 26 agosto, e, dopo quattro scrutini, venne eletto papa il cardinale Albino Luciani, che assunse il nome di Giovanni Paolo I. L’elezione venne annunciata dal cardinale protodiacono Pericle Felici.

Nel 1949 uscì Catechetica in briciole di don Albino Luciani: verrà tradotto in spagnolo e conoscerà undici ristampe. Jean Guitton scrisse di avervi rintracciato «il sapore di quello scrittore nato che fu Albino Luciani».

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Il termine “sapore” — aggiunse il filosofo nella prefazione agli opera omnia di Luciani e Giovanni Paolo I pubblicati dalle Edizioni Messaggero di Padova — «riassume l’impressione di saggezza, di scienza e di sapidità lasciatami dagli scritti e dalle parole di questo pastore incomparabile».Dopo oltre mezzo secolo, le parole dell’accademico di Francia trovano riscontro in una rilettura dei cinque brevi discorsi prima della preghiera dell’Angelus che il Papa pronunciò nei trentatré giorni del suo pontificato. Fu definito una meteora, ma la sua scia luminosa continua ancora oggi a lasciare tracce nello sconfinato universo della memoria e del cuore.
Un filo rosso unisce quei concisi ma intensi dialoghi domenicali: presenziare servendo, ciascuno secondo la propria vocazione. Pochi istanti, brevi frasi, significativi esempi per praticare una delicata, preziosa arte: tirare fuori il meglio di ciascuno. Questo, parafrasando Luciani, è quanto un buon catecheta dovrebbe fare. «I fanciulli sono, come il marmo, della materia grezza: se ne può ricavare dei galantuomini, degli eroi, perfino dei santi. E questa è l’opera del catechista» scriveva nelle prime pagine di Catechetica in briciole.
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Nei soli cinque Angelus il Papa catecheta riuscì, con impareggiabile efficacia, a conquistare tanti cuori a Cristo. Catechesi, la sua, che «non è istruzione della sola mente, ma educazione di tutta la vita: non mira solo a mettere in testa alcune nozioni, ma trasmette solide convinzioni, così vive e forti da portare alle opere buone, all’esercizio delle virtù». Il suo vivere, il suo apostolato, il suo agire da pastore della Chiesa, fu presiedere nella carità a servizio dei fratelli.

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Questo ritornello, già coniato dal vescovo di Ippona Agostino, ampiamente ripreso dal predecessore Paolo VI e in più modi posto in atto da Giovanni XXIII, fu il motivo conduttore dell’agire pastorale di Giovanni Paolo I. Egli non sentiva di avere «la sapientia cordis di Papa Giovanni, né la preparazione e la cultura di Papa Paolo, però — dichiarava presentandosi al mondo il 27 agosto nel suo primo Angelus — sono al loro posto, devo cercare di servire la Chiesa. Spero che mi aiuterete con le vostre preghiere».
E il suo praesentiare, il suo essere sentinella del popolo, fu un prodesse, essere di giovamento per il suo popolo, seguendo la «grande disciplina». Questa, come ebbe a dire al clero di Roma il 7 settembre, si differenzia dalla «piccola» disciplina, «che si limita all’osservanza puramente esterna e formale di norme giuridiche». La «grande» richiede invece il raccoglimento, ossia la capacità di prendere distanza per unirsi a Dio, come quel facchino della stazione di Milano — raccontò il Papa al clero romano — che dormiva beatamente, su un sacco di carbone appoggiato a un pilastro, mentre «i treni partivano fischiando e arrivavano cigolando con le ruote; gli altoparlanti davano continui avvisi frastornanti; la gente andava e veniva con brusio e rumore».




Prendere distanza, sentire preti e vescovi abitualmente uniti a Dio: questo «è, oggi, il desiderio di molti buoni fedeli». Così auspicava san Gregorio Magno nella sua Regula pastoralis: «Il pastore d’anime dialoghi con Dio senza dimenticare gli uomini e dialoghi con gli uomini senza dimenticare Dio». Ancor più per i vescovi, afferma sant’Agostino: Praesumus, si prosumus (in Miscellanea Augustiniana, I, p. 563). E appunto — spiegò ai suoi preti Papa Luciani — «noi Vescovi presiediamo, se serviamo: è giusta la nostra presidenza se si risolve in servizio o si svolge a scopo di servizio, con spirito e stile di servizio» aggiungendo subito dopo: «Diceva ancora Agostino: “Il Vescovo, che non serve il pubblico (predicando, guidando), è soltanto foeneus custos, uno spaventapasseri messo nei vigneti, perché gli uccelli non becchino le uve” (ibid., p. 568)».
Si presiede servendo, ma anche amando il proprio posto; e, pur nelle difficoltà, occorre guardare «non a chi obbedisci, ma per Chi obbedisci» disse ancora il Pontefice al clero romano. Consapevoli, poi, che «non c’è nessuna vocazione che non abbia le sue noie, le sue amarezze, i suoi disgusti», l’unica strada da percorrere è l’umiltà che viene dalla richiesta di aiuto. Sempre nella Regula pastoralis di san Gregorio Magno leggiamo: «Io ho descritto il buon pastore ma non lo sono, io ho mostrato la spiaggia della perfezione cui arrivare, ma personalmente mi trovo ancora nei marosi dei miei difetti, delle mie mancanze, e allora: per piacere — ha detto — perché non abbia a naufragare, gettatemi una tavola di salvezza con le vostre preghiere» aveva detto Giovanni Paolo I prima dell’Angelus del 3 settembre, festa di san Gregorio Magno e giorno in cui si svolse la liturgia solenne d’inizio del pontificato.
Servire, stare al proprio posto, ciascuno secondo il proprio ruolo: «A Camp David, in America, i Presidenti Carter e Sadat e il Primo Ministro Begin stanno lavorando per la pace nel Medio Oriente. Di pace hanno fame e sete tutti gli uomini, specialmente i poveri che nei turbamenti e nelle guerre pagano di più e soffrono di più; per questo guardano con interesse e grande speranza al convegno di Camp David. Anche il Papa ha pregato, fatto pregare e prega perché il Signore si degni di aiutare gli sforzi di questi uomini politici» disse all’Angelus del 10 settembre.

Servizio, umiltà, ma anche massima preparazione e competenza: «Voi, cari giovani, che studiate, voi siete veramente giovani, voi ce l’avete il tempo, avete la gioventù, la salute, la memoria, l’ingegno: cercate di sfruttare tutte queste cose. Dalle vostre scuole sta per uscire la classe dirigente di domani. Parecchi di voi diventeranno ministri, deputati, senatori, sindaci, assessori o anche ingegneri, primari, occuperete dei posti nella società. E oggi chi occupa un posto deve avere la competenza necessaria, bisogna prepararsi» ammonì all’Angelus del 17 settembre, all’inizio del nuovo anno scolastico in Italia.
L’ultimo Angelus del 24 settembre è l’ouverture della catechetica lucianea: «La gente talvolta dice: “Siamo in una società tutta guasta, tutta disonesta”. Questo non è vero». Piuttosto che lamentarsi, sarebbe più giusto chiedersi come comportarsi per migliorarla: «Ciascuno di noi cerchi lui di essere buono e di contagiare gli altri con una bontà tutta intrisa della mansuetudine e dell’amore insegnato da Cristo. La regola d’oro di Cristo è stata: non fare agli altri quello che non vuoi fatto a te. Fare agli altri quello che vuoi fatto a te. Impara da me che sono mite e umile di cuore. Questo è cristianesimo, questi sarebbero sentimenti che messi in pratica aiuterebbero tanto la società».





Redazione Papaboys (Fonte L’Osservatore Romano)

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