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I giusti tra le nazioni italiani: ‘coloro che si sono ribellati al male’

Papa Francesco ha visitato il memoriale Yad Vaschem, in ricordo dei 6 milioni di ebrei trucidati dal regime nazista. Quel luogo toccato dal male, è il segno visibile di ciò che non si deve diventare. Quando l’uomo abbandona Dio e si sostituisce a Lui, è capace di compiere gesti di inaudita violenza. Tra gli uomini valorosi che si sono ribellati alle leggi anti razziali e alle persecuzioni contro gli ebrei, ci sono numerosissimi italiani: laici, gente del popolo, e religiosi.  Il termine “Giusti tra le nazioni” (Righteous Among the Nations, in ebraico: Chasidei Umot HaOlam) indica i non-ebrei che hanno rischiato la propria vita per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista, dalla Shoah. Sono oltre 20.000 i Giusti nel mondo e 417 gli italiani che hanno ricevuto sinora tale riconoscimento. Il titolo è conferito da una commissione della Suprema corte Israeliana dal 1963. “Chi viene riconosciuto Giusto tra le nazioni, viene insignito di una speciale medaglia con inciso il suo nome, riceve un certificato d’onore ed il privilegio di vedere il proprio nome aggiunto agli altri presenti nel Giardino dei giusti presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme. Ad ogni Giusto tra le nazioni viene dedicata la piantumazione di un albero, poiché tale pratica nella tradizione ebraica indica il desiderio di ricordo eterno per una persona cara. La cerimonia di conferimento dell’onorificenza si svolge solitamente presso il museo Yad Vashem alla presenza delle massime cariche istituzionali israeliane, ma si può tenere anche nel paese di residenza del Giusto se questi non è in grado di muoversi. Ai Giusti tra le nazioni, inoltre, viene conferita la cittadinanza onoraria dello Stato di Israele”. Nonostante le leggi razziali del ’38 emanate dal fascismo e il ruolo aberrante svolto dalla Repubblica sociale di Mussolini nella persecuzione degli ebrei  e nelle deportazioni, il contegno del popolo italiano (salvo poche eccezioni, soprattutto nei piccoli centri, come a Trieste) fu veramente esemplare; molti, pur consci del pericolo cui si esponevano, salvarono la vita a ebrei italiani e stranieri, nascondendoli nelle loro case; i partigiani accompagnarono alla frontiera svizzera centinaia di vecchi e bambini, e li misero in salvo.Molti ebrei trovarono rifugio e salvezza grazie alla Chiesa cattolica, nelle parrocchie e nei monasteri, loro ospitalmente aperti.

Le figure simbolo della solidarietà del popolo italiano agli ebrei sono il questore di Fiume Giovanni Palatucci (di cui ci siamo occupati in un’apposito articolo sulla rubrica “testimonium” del portale web www. papaboys.org e il diplomatico Giorgio Perlasca (poi riconosciuti come Giusti dallo Stato israeliano). Va ricordato anche l’eroismo del paese di Nonantola (Modena).  Buona parte di coloro che salvarono gli ebrei in Italia durante l’occupazione tedesca furono uomini e donne appartenenti alla Chiesa, e non solo quella cattolica. Susan Zuccotti cita i casi di padre Maria Benedetto a Roma; di molti parroci come don Francesco repetto e don Carlo Salvi a Genova; don Enzo Boni Baldoni a Quara, nel reggiano; don Leto Casini e padre Cipriano Ricotti a Firenze; don Angelo Dalla Torre e Giuseppe Simioni a Treviso;  monsignor Giacomo Meneghello di Firenze, monsignor Vincenzo Barale di Torino o Giuseppe Sala di Milano. Nel ’43-44 Mons. Angelo Roncalli (il futuro Papa Giovanni XXIII) aiutò migliaia di ebrei a salvarsi quando era nunzio ad Istanbul. Il pastore avventista Daniele Cupertino prestò assistenza a molti ebrei a Roma. Ma non furono i soli. Per Enrico Deaglio, il giornalista che ha raccontato per primo la vicenda del diplomatico italiano a Budapest, “il caso di Perlasca non è isolato, perchè riguarda la maggior parte dei Giusti fra i popoli, coloro che aiutarono gli ebrei durante le persecuzioni razziali, anche a rischio della propria vita”.

Tra il ’43 e il ’45, secondo i calcoli di Michele Sarfatti, gli ebrei perseguitati che non vennero deportati o uccisi in Italia furono circa 35.000. Circa 500 di essi riuscirono a rifugiarsi nell’Italia meridionale; 5500-6000 riuscirono a rifugiarsi in Svizzera (ma per lo meno altri 250-300 furono arrestati prima di raggiungerla o dopo esserne stati respinti); gli altri 29.000 vissero in clandestinità nelle campagne e nelle città, grazie all’aiuto di tanti italiani che opposero una “resistenza non armata” alla barbarie tedesca e fascista. Dal 1963 una speciale commissione israeliana assegna il riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni”: persone che rischiando la propria vita salvarono gli ebrei dalle mani dei nazifascisti. In tutto il mondo lo hanno ricevuto finora 17.433 persone. Gli italiani sono 297.I loro nomi compaiono sul Muro dell’Onore, nel Giordano nel Giardino dei Giusti della fondazione Yad Vasshem a Gerusalemme. Ecco l’elenco:

Alessandrini don Armando; Ambrostolo Emilio & Virginia; Amendola prof. Maria; Amerio Padre Pasquale; Angela Caro; Angela Carlo; Annoni Fosco e la sorella Tina; Antolini Umberto & genitori; Antonioli don Francesco; Arnadi dr. Rinaldo;  Avenia Giacomo; Avondet Michel & Leontina; Azzurri Sperandia; Badetti Virginie;  Barbieri Ostilio & Amelia; Bortolameotti don Guido; Bassi Giacomo;  Basso Frisini Lida; Bastianon Alessandro; Beccari don Arrigo;  Bellio Gino & Elsa Poianella; Benedetti Emilia; Benedetto padre Maria; Bettin Regine & Giovanna; Bezzan Emmo & Brunilda & Lavinia; Billour Amato & Letizia; Bisogni Renato & Giovanna; Boldetti Luciana; Bonaiti Giuseppe & Luigia; Boni-Baldoni don Enzo; Bortolameotti monsignor Guido; Braccagni don Alfredo; Bracci Umberto, Lina Marchetti Brandone Luigia, Armellino,& Domenico Brizi Luigi e il figlio Trento Brugnoli Luigi & Cavalca Brunacci don Aldo Brusasca Giuseppe Burian prof. Anita Busnelli, suor Sandra & Ester Bussa don Eugenio Cabrusa Emilia & Giorgio Caglio Virgilio & Amalia Caligiuri Clelia Campolmi Gennaro Candini Pio & Gina Canelli Luca Canova Alfonso Cappello Giovanni & Luigia Cardini Gino Cardini Lodovico & Lydia Carlotto don Michele Caronia Giuseppe; Carugno Osman Caasini don Leto Casini dr. Enzo & Maria Pia Cassinelli Garibaldi Maria & Ciro Castelli Filippo & Gina Frangini Castracane Roberto Cataneo Lydia  Cei Maria Maddalena Cerioli Angelo, e la figlia Dina Cicutti Lajos, e i figli Luigi & Jozsef Citterich Mario & Lina Coduri Elvezio & Olive Cosgrove Comba Alfredo & Maria  Conci Ines & Aurelio Costantini Cesare & Letizia Costanzi Giuseppe & Elena Crippa-Leoni prof. Lina Cunial Fausto Cupertino, Daniele e Teresa;Custo Emanuele & Rosetta Daelli Alessandro Dalla Torre don Angelo Dalla Valle Antonio Darmon-Valeri Pina De Angelis Enrico & Giuseppina Di Carlo De Beni Benedetto  De Fiore Angelo  De Franc Benvenuto & Carlotta Guerino De Micheli-Tommasi dr. Ada & Mario ecc… Per visionare l’elenco concreto vai alla pagina: (http://www.storiaxxisecolo.it/deportazione/deportazionegiusti).

Presento due figure di “giusti tra le nazioni italiani”: Giorgio Perlasca e don Ferdinando Pasin: 1-. Nato a Maserà (Padova) nel 1910. Il padre era segretario comunale. Entusiasta degli ideali nazionalisti del fascismo, nel ’35 andò come volontario prima in Africa Orientale poi in Spagna, con il Generale Franco. Dopo la fine della guerra di Spagna, rientrato in Italia, il suo rapporto con il fascismo, inteso come regime, entrò in crisi per due motivi essenzialmente; l’alleanza con la Germania e le leggi razziali, le inique leggi razziali che anche l’Italia ebbe a darsi copiando l’alleato tedesco. Non riusciva a comprendere, a giustificare uno Stato che discriminava propri cittadini per motivi religiosi e razziali. Così come non poteva comprendere una alleanza con la Germania contro cui, solo vent’anni prima, avevamo combattuto una feroce guerra che aveva riportato all’Italia Trento e Trieste. Coerente, smise di essere fascista, senza mai diventare antifascista. Scoppiata la seconda guerra mondiale venne mandato, in pratica come incaricato d’affari e con lo status di diplomatico, nei paesi dell’Est per comprare carne per l’Esercito italiano. A Belgrado vide i primi rastrellamenti e le prime deportazioni di ebrei e zingari nel 1941 da parte dei tedeschi. L’ 8 di settembre del 1943 l’Armistizio tra l’Italia e gli Alleati lo colse a Budapest, sempre con lo stesso incarico; posto di fronte alla richiesta di aderire alla R.S.I. rifiutò, con un ulteriore atto di coerenza, in quanto si sentiva vincolato dal giuramento di fedeltà prestato al Re. Venne internato in un castello riservato ai diplomatici e per alcuni mesi la vita corse tranquilla, anche se il clima politico andava rapidamente deteriorandosi, aumentando l’influenza diretta dei tedeschi. Sino a che, a metà ottobre del 1944, dopo l’annuncio del reggente ammiraglio Horty della firma dell’armistizio con l’Unione Sovietica, i tedeschi presero il potere arrestando il reggente ed affidando il governo alle croci frecciate, i nazisti ungheresi. Giorgio Perlasca dovette fuggire e nascondersi e trovò rifugio presso l’Ambasciata spagnola. Al momento del congedo in Spagna ricevette infatti un documento che recitava: “Caro camerata, in qualunque parte del mondo ti troverai potrai rivolgerti alle Ambasciate spagnole”. Ed in pochi minuti divenne cittadino spagnolo, con un regolare passaporto intestato a Jorge Perlasca, iniziando a collaborare con l’Ambasciatore spagnolo, Sanz Briz, che già allora assieme alle altre potenze neutrali presenti (Svezia, Portogallo, Svizzera, Città del Vaticano) rilasciava salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica. Anche se con notevoli distinzioni; funzionari di alcuni paesi vendevano a caro prezzo i salvacondotti ed ovviamente non avevano poi la forza morale ne la volontà di pretenderne il rispetto.

A fine novembre l’Ambasciatore spagnolo viene, eufemisticamente, richiamato per consultazioni in Patria ed offre a Giorgio Perlasca la possibilità di seguirlo; ma Giorgio Perlasca decide di rimanere, con un gesto di coerenza, per andare avanti con l’opera iniziata e per non abbandonare alla morte certa chi viveva sotto la protezione della bandiera spagnola. Autocompila con timbri e carta intestata autentica la sua nomina ad Ambasciatore spagnolo, porta le credenziali al Ministero degli Esteri e vengono prese per buone. D’altronde il mondo diplomatico lo frequentava da anni e sapeva come muoversi e comportarsi. E qui iniziarono i 40/45 giorni in cui, da solo, con l’aiuto dell’avv. Farkas, il legale dell’Ambasciata spagnola anche lui di religione ebraica, resse l’Ambasciata spagnola e l’incredibile impostura. Avvocato Farkas che riuscì si a sfuggire ai tedeschi ma venne ucciso dalle truppe dell’Armata Rossa quando nel gennaio del 1945 entrarono a Budapest. Riuscì a proteggere, salvare e sfamare giorno dopo giorno oltre 5200 ungheresi di religione ebraica ammassati in cinque case protette lungo il Danubio, di fronte all’isola Margherita. Li rifornì di cibo; trovò soldi; organizzò un abbozzo di struttura militare di resistenza; affrontò fisicamente le Croci Frecciate; salvò, curò, girando su una Buik con le insegne della Spagna in una città di gelo, macerie, cecchini. Protesse gli ebrei dalle incursioni dei nylas, recandosi con Wallemberg alla stazione per cercare di recuperare i protetti, trattando quotidianamente con il Governo ungherese e le autorità tedesche di occupazione. Rilasciando salvacondotti che recitavano: “Parenti spagnoli hanno richiesto la sua presenza in Spagna; sino a che le comunicazioni non verranno ristabilite ed il viaggio possibile, Lei resterà qui sotto la protezione del governo spagnolo”. Giocando sul fatto che la maggior parte degli ebrei ungheresi era di origine sefardita, di antica origine spagnola cacciati alcune centinaia di anni addietro dalla Regina Isabella la Cattolica. Nelle ore finali della disfatta tedesca Budapest, affrontò il ministro dell’Interno ungherese che voleva incendiare il ghetto, blandendolo e minacciandolo e ottenendone infine la resa. E l’incredibile impostura durata oltre 40 giorni riuscì. Per cento giorni, Giorgio Perlasca si finse (e fu, a tutti gli effetti), tutto quello che non era: fu ambasciatore, medico, organizzatore della resistenza, consolatore di singoli. Sempre creduto in ognuno di questi ruoli. E gli oltre 5200 ebrei ungheresi riuscirono a salvarsi, a sopravvivere. Era un ovvio bluff ma nel clima di disfatta, confusione e di mancanza assoluta di comunicazioni funzionò.

Dopo l’entrata in Budapest dell’Armata Rossa, venne fatto prigioniero ma poi fu liberato, e riuscì con un lungo ed avventuroso viaggio per i Balcani e la Turchia a rientrare in Italia. Mise in un cassetto la sua storia ed iniziò una vita normalissima. Ulteriore momento di coerenza, nelle grandi scelte. Non riteneva – e lo diceva senza retorica – di aver fatto nulla di eccezionale e che qualsiasi persona al suo posto si sarebbe dovuta comportare in quella maniera, con maggior o minor fortuna, ma in quella maniera. La dignità di essere umano, di persona, lo imponeva. E nemmeno in famiglia raccontò la storia nella sua completezza, se non qualche singolo episodio che non dava una visione generale della realtà. Non raccontò, non vendette la sua incredibile storia come tanti, troppi fecero nell’Italia del dopoguerra, per ottenere qualcosa in cambio. Giorgio Perlasca venne ritrovato, è proprio il caso di dirlo, a fine anni 80. Vennero in Italia, eravamo vicini alla caduta generale del comunismo reale nei paesi dell’est Europa con un viaggio collettivo in Italia che toccava Roma, Firenze, Rimini e Venezia, con tappa a Padova. Erano marito e moglie, Eva e Pal Lang, entrambi sopravvissuti a quegli anni terribili. Israele, Yad Vashem, lo proclamò Giusto tra le Nazioni, andò a Gerusalemme ove piantò l’albero sulla collina dei Giusti, ospite del Governo israeliano. Gli venne concessa la cittadinanza onoraria dello Stato d’Israele. A ruota seguirono gli altri Paesi; dall’Italia ove la vicenda venne fatta conoscere al grande pubblico da Enrico Deaglio, con la trasmissione televisiva Mixer e con il libro “la banalità del bene”, che gli concesse la Medaglia d’Oro al Valor Civile ed il titolo di Grande Ufficiale della Repubblica.

L’Ungheria, ove a Budapest una scuola alberghiera porta il suo nome, gli concesse la massima onorificenza nazionale, la Stella al Merito, durante una sessione speciale del Parlamento. La Spagna gli concesse l’onorificenza di Isabella la Cattolica. Gli Stati Uniti lo accolsero come un eroe. E questo solo per rimanere al campo degli Stati. Innumerevoli i riconoscimenti di associazioni, fondazioni private; in moltissime città italiane vi sono vie e piazze che portano il suo nome. Alla domanda, ripetuta dai giornalisti che lo intervistavano, sulle motivazioni e sul perché lo aveva fatto, rispondeva in due modi. “Lei cosa avrebbe fatto al mio posto, vedendo migliaia di persone sterminate senza un motivo, solo per odio razziale e religioso, ed avendo la possibilità di fare qualcosa per aiutarli”. E a un giornalista che gli suggeriva “Lo ha fatto perché cattolico”, lui credente anche se non praticante rispose: “No, perché sono un uomo”. Giorgio Perlasca venne a mancare il 15 agosto del 1992, improvvisamente. Il destino ha voluto che la sua vicenda non scomparisse con lui, riacciuffata per i capelli dopo oltre 40 anni. E’ sepolto in un paese a pochi chilometri da Padova, Maserà, ove riposa anche suo padre, ex segretario comunale. Ha voluto essere sepolto nella terra e con una unica frase, oltre alla data di nascita e di morte: Giusto tra le Nazioni, in ebraico.

2-. Non un monumento, ancorché piccolo, né il nome di una via ne ricorda il nome. Eppure il ricordo di Don Ferdinando Pasin non è ancora del tutto scomparso dalla memoria di chi lo ha conosciuto o di chi ne ha saputo attraverso la storia, anche se si tratta di quella ignorata dai grandi manuali.. Don Ferdinando Pasin, si spense nel 1985, nella “sua” S. Martino, quella chiesa che nel tragico venerdì santo del 7 aprile ’44 era stata ridotta ad un cumulo di macerie; in quella stessa S. Martino dove, dopo l’esperienza a Noventa come cappellano e a Musile come vicario, aveva vissuto come simbolo di dedizione totale alla causa del più debole, vittima della tracotanza del forte, succube della voce di chi credeva nella logica della gerarchia e della violenza. Fu sacerdote nel ’12, tre anni prima che anche l’Italia conoscesse il dramma della guerra e con esso la miseria e fame. Come il suo pastore mons. Longhin, fu a fianco dei profughi che cercavano riparo da quel Piave che il conflitto aveva insanguinato, da quelle case squassate dalle bombe, da quei campi seminati di morte. E a fine conflitto, quando sui colli fatali di Roma spuntò la dittatura del fascio alla quale anche nella Marca trevigiana il capitalismo agrario aveva dato sostegno, divenne l’avvocato dei deboli, la mano caritatevole di molti di coloro che il dopoguerra aveva relegato alla miseria.

E nacquero le “Leghe Bianche”, in tutt’uno con Corazzin, la voce della giustizia perché le angherie del “paron” non prevalessero sul “futtaiol”. In poco tempo Pasin divenne segretario dell’Unione Cattolica del Lavoro, una forma di sindacalismo che, coerentemente ai propositi della Rerum Novarum di Papa Leone XIII, ripudiava, a qualsiasi titolo, la violenza e la lotta di classe. Don Pasin e con lui le “Leghe” furono oggetto di studio, esempio di reclamata e guadagnata giustizia contro chi nella giustizia non credeva o la riteneva funzionale per conservare intatti i quei privilegi che il fascismo garantiva. Quando poi, anche a Treviso, il fascismo nella furia devastatrice verso le sedi del partito di Sturzo (Carbonera, Casale sul Sile, Giavera del Montello) cominciò a prendere di mira anche il clero nelle parrocchie di Conscio, Cimadolmo, Roncade di Ormelle, Volpago, Porcellengo, Cornuda; quando era stata devastata la stessa sede de “La vita del popolo”, la vera voce della diocesi trevigiana, quando in quella guerra “breve e crudele”, come venne definita la resistenza, la storia dette l’opportunità di dire finalmente “signornò” al fascismo, Don Pasin fu a fianco dei partigiani, accanto a quei nuclei di resistenza nati all’ombra dei campanili sotto i quali prese corpo la prima direzione regionale del Movimento di liberazione. Della resistenza trevigiana Don Pasin fu forse l’anima, il protettore di duecentotrentaquattro ebrei che grazie a lui non conobbero i lager. a cura di Giovanni Profeta

 

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