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Germania campione e la via dell’umiltà

BsdNUdwIgAAqh0LL’ALTRO MONDIALEFinale delle finali apertissima che ci consegna una morale: la via dell’umiltà! Ventiquattro anni dopo la Germania nuovamente campione del mondo. Vince la squadra più organizzata, quella che ha espresso il miglior gioco, ma vince anche una movimento calcistico che negli ultimi anni si è distinto per un metodo serio e rigoroso, capace di tessere una feconda alleanza fra sport e cultura. Premiati gli investimenti sui giovani, la scommessa sui vivai. Vince quindi anche l’anima giovane della Germania, rappresentata dall’azione del gol da due figli di questa nuova generazione, Schurrle e Goetze, il primo con un allungo salta due avversari e mette al centro una palla che l’attaccante del Bayern, classe ’92, mette a segno con un pregevole stop e tiro, senza che la palla tocchi l’erba. Un plauso anche all’Argentina che deve recriminare tante occasioni da gol fallite, una mancanza di lucidità sotto rete, ma ha messo in mostra valori imperituri nella vita, impegno, fatica, agonismo, sacrificio. Si è sofferto dentro e fuori dal campo. Sorridono i tedeschi, piangono gli argentini. Ma parliamo pur sempre di uno sport, e il passaggio dall’entusiasmo gioioso alla sofferenza empatica scorre sempre su un filo altalenante e labile. E anche le più grandi vittorie, non dipingono la perfetta letizia francescana. Così si chiude il mondiale brasiliano e allora prendiamo a prestito le parole di papa Francesco, scritte via tweet qualche giorno fa, che offrono sia il preludio sia il sigillo alla kermesse: “I Mondiali hanno fatto incontrare persone di diverse nazioni e religioni. Possa lo sport favorire sempre la cultura dell’incontro”. Intenzioni riprese nella cerimonia ufficiale di chiusura del mondiale brasiliano, quando a ritmo di samba, che per questa terra è uno stile di vita, prima della finale, sono stati presentati i quattro concetti ideali che hanno accompagnato tutti i match della rassegna: libertà – solidarietà – diversità – passione.

Valori incarnati pienamente sul campo dalle due finaliste: Germania e Argentina. Scenario quasi mistico quello del Maracanà di Rio de Janeiro: Il Cristo benedicente di Rio sembra abbracciare un rosso sole al tramonto, fuori dallo stadio nella spiaggia di Capocabana sembra esserci una GMG, con una folla di argentini assiepati davanti al mare e a un maxischermo per seguire la partita. Quando parte la gara più attesa si capisce subito che bisogna azzerare tutti i pronostici della vigilia. Partita apertissima. Più libero il primo tempo, più contratto e frammezzato il secondo, squadre allungate nei supplementari ed epilogo che tutti conosciamo.

IL CRISTO DI RIO ILLUMINATO CONI COLORI DELLA GERMANIA

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Ma visto che parliamo di valori, ci sia consentito affermare che la vittoria della Germania è anche figlia di un cambiamento di approccio valoriale in corso d’opera, durante il match. Fin dalle prime battute, infatti, appare sicura e spavalda la Germania: Controllo del gioco e giro palla per i tedeschi, ma occasioni da rete migliori per l’Argentina. Colpa di una cavalcata avvincente che poteva far ritenere scontato il cammino. Invece la troppa sicurezza gioca brutti scherzi, vale anche nella vita, e allora bisogna procedere con umiltà, essendo presenti a se stessi, magari facendo esperienza della propria vulnerabilità. Mentre, infatti, con tale approccio la “corazzata tedesca” si è lasciata andare ad alcuni grossolani svarioni difensivi insieme ad errori dei singoli che potevano costare caro, con linea della difesa altissima, più volte infilata dai vari Lavezzi, Messi, Higuain, dopo si è cambiato registro. Esempio eloquente di tale abbaglio concettuale di fondo, un calcio di punizione iniziale  con ben sei giocatori tedeschi attorno alla palla (troppi) con conseguente contropiede subito. Insomma prima lectio: umiltà. Nella finale delle finali, non sono consentite decontrazioni, perdere la palla in uscita può essere letale. Finale carica di passione, dunque e partita bellissima, con un sano agonismo. Ne sanno qualcosa i vari Kramer, Schweinsteiger, Huguain, etc… e quanti sono stati coinvolti in scontri da gioco. si avverte meno da parte tedesca quella spavalderia iniziale, quella troppa sicurezza, sembrano più lontane le dichiarazioni pre match di un Muller, troppo sicuro di vincere, e si torna a fare calcio con umiltà. Si fa girare la palla con pazienza, si lotta su ogni contrasto, si corre a più non posso, tutto un altro profilo. Merito anche di un’Argentina apparsa quasi inespugnabile e pronta a colpire in contropiede.

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Trama di una gara e conversione di una mentalità, mediante la via dell’umiltà, che ci auguriamo vivamente possa anche contraddistinguere l’approccio vincente per far dialogare i vari popoli della terra. Il calcio come incontro, il match come paradigma delle vita e delle gioie e dolori della vita di ogni giorno.   di Giovanni Chifari  

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