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Forcella, don Angelo Berselli e le due facce della camorra

angelo1pPRETI DI STRADA – Don Angelo Berselli, sessant’anni, parroco di san Giorgio Maggiore: “Noi abbiamo la periferia al centro città”. Qui “esistono due camorre: la prima uccide, estorce, spaccia. Questo è un problema delle forze dell’ordine. La seconda è la mentalità camorristica. È compito della Chiesa combattere questa cultura. Innanzitutto con il buon esempio e rinunciando ai privilegi e agli sprechi”.

San Giorgio Maggiore è una delle tre parrocchie di Forcella, uno dei quartieri simbolo della camorra, nel centro della città. La grande chiesa si affaccia sulla piazzetta Crocelle ai Mannesi: da un lato c’è via Duomo, dall’altro si dipanano i vicoli che costituiscono Forcella. Appena si entra in chiesa c’è una grande pace. Il sagrestano mi avverte che il parroco sta per arrivare. Don Angelo Berselli, sessant’anni compiuti a febbraio scorso, sacerdote dal 1990, arriva presto. Il tempo di stringermi la mano e poi scappa a inginocchiarsi davanti al tabernacolo per “un saluto al Padrone”.

Ignoranza e disinteresse. Don Angelo è un uomo immediato e di grande simpatia: è parroco a San Giorgio Maggiore da sette anni. Prima ne ha spesi 16 nella parrocchia di Sant’Anna di Palazzo ai Quartieri Spagnoli, altra zona nota per essere “ad alta densità camorristica”, come spiega senza mezzi termini. “Qui a Forcella come ai Quartieri Spagnoli dovremmo chiederci cos’è la normalità. A marzo scorso, qui fuori hanno sparato tre volte, ma non è stato detto nemmeno al telegiornale perché non c’erano i morti”. Per il sacerdote, “a Napoli esistono due camorre: la prima uccide, estorce, spaccia. Questo è un problema delle forze dell’ordine. La seconda è la mentalità camorristica. È compito della Chiesa combattere questa cultura dove la prima ‘camorra’ mette le radici. Innanzitutto con il buon esempio e rinunciando ai privilegi e agli sprechi”. Una delle difficoltà che s’incontrano è la fortissima ignoranza. “Qui prima ancora di evangelizzare – spiega – dobbiamo fare promozione umana. Io vedo ragazzi abbandonati per strada. La prima opera è far comprendere ai genitori la dignità dei figli. Il Vangelo è destinato agli uomini. In questo impegno per la promozione umana ci scontriamo con la mentalità diffusa. Facendo una piccola indagine tra i ragazzi, ho riscontrato che emerge drammaticamente un disinteresse totale. Ma se c’è indifferenza è difficile parlare del Vangelo. Qui arrivano quando c’è il problema: allora, dobbiamo avere sempre la ‘cassettina del pronto soccorso’ a portata di mano”.

Lavorare insieme. Appena arrivato a San Giorgio Maggiore, don Berselli ha coinvolto gli altri due parroci di Forcella, creando di fatto la prima unità pastorale della diocesi di Napoli. L’obiettivo è “lavorare assieme nel quartiere. Questo ci aiuta anche a riacquistare credibilità. Nessuno può essere Chiesa da solo: o si lavora assieme o non siamo Chiesa”. Da alcuni anni, “come unità pastorale, abbiamo concentrato la nostra azione sulla Parola di Dio: abbiamo una settimana un incontro biblico, l’altra una lectio divina e infine un’attualizzazione sul nostro territorio”. Si provano tutte le strade per avvicinare le persone alla fede. “Quando sono arrivato in parrocchia non c’era senso di comunione. Poi pian piano ho iniziato a intessere rapporti – dice -. Ogni anno alla solennità di Cristo Re organizziamo un pranzo: anche Gesù ci ha insegnato l’importanza di condividere la tavola. E poi mi ha aiutato l’essere costretto a celebrare in una chiesa a cinquanta metri da San Giorgio, chiusa per lavori: hanno iniziato a vedermi nel quartiere e a riconoscermi”. Oltre al sagrestano, ci sono pochi volontari, 8/9 catechisti e alcune signore danno la mano “per quella che un giorno spero sarà la Caritas. Un’infinità di persone ci vengono a chiedere pacchi alimentari. In Avvento e in Quaresima facciamo la Settimana della solidarietà chiedendo alla gente di essere generosa. Ma qui la maggior parte delle persone sono povere”.

Ragazzi al centro. Perito elettrotecnico, don Berselli è entrato in seminario a trent’anni. È nato da una famiglia cremonese a Rho ed è vissuto fino a sette anni, a Ossolaro, frazione di Paderno Ponchielli. Poi il padre è venuto a lavorare a Napoli per una ditta di ascensori, prima di mettersi in proprio. Ditta che poi ha ereditato don Angelo e che ora è gestita dal fratello minore. “Mi sono sempre occupato di strumenti di elevazione: prima materiale e poi spirituale”, dice con una battuta. “L’esperienza lavorativa – racconta – mi ha insegnato a relazionarmi con gli altri, che non sono miei schiavi né miei padroni, ma persone con pari dignità e ognuno con il suo ruolo”. Don Angelo, oltre ad essere parroco, insegna religione all’Istituto delle Suore Betlemite, a via Bernardo Cavallino, per “mantenere un contatto diretto con i ragazzi: lì ne incontro un centinaio a settimana; qui per incontrarne altrettanti di quella fascia di età ci vogliono mesi. Noi abbiamo la periferia al centro città. Sia ai Quartieri Spagnoli sia a Forcella hanno ammazzato una persona davanti alla chiesa, mentre stavo celebrando”. Proprio i giovani sono un cruccio per il parroco: “Bisogna avere la consapevolezza di lavorare sui tempi lunghi”. Ed ogni occasione è buona: “Alcuni vengono solo per seguire il corso di cresima o il corso prematrimoniale perché c’è l’abitudine ancora di sposarsi in chiesa. Allora, cerco di approfittare di queste situazioni per riavvicinarli a un cammino di fede”. C’è un ulteriore problema: mancano le strutture dove far incontrare i giovani. Don Angelo ha un sogno: acquistare dei locali vicini alla parrocchia, ma non ci sono soldi. La parrocchia ha delle piccole proprietà che può vendere, ma quel denaro servirà per i lavori per mettere in sicurezza il tempio. E allora? “Confido nella Provvidenza – dice il sacerdote -: più si dà, più si riceve”. E le istituzioni? “Qui – risponde amaramente – si fanno vedere solo sotto le elezioni”.di Gigliola Alfaro per Agensir

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