Fatima. I 3 pastorelli ed i loro 3 impegni dopo le apparizioni. Li conosci davvero?

I tre pastorelli dopo le apparizioni

Il modo migliore per capire e rivivere il messaggio di Fati­ma è di osservare come i tre pastorelli, che per primi e diret­tamente lo hanno ricevuto dalla Vergine, lo abbiano capito e vis­suto. 

Ci accorgeremo che per essi non ebbe grande importan­za il « segreto » loro comunicato nel mese di Luglio (segreto sul quale si sono appuntati in modo quasi esclusivo gli occhi e le attese di molti fedeli) ma piuttosto la « conversione » ad una vita cristiana più autentica che la Vergine chiese ad essi ed a tutta l’umanità. 

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Per questo tracceremo un breve profilo biografico di Fran­cesco, di Giacinta e di Lucia, soffermandoci specialmente sul periodo che seguì le apparizioni e sforzandoci di mettere in luce quell’aspetto particolare del messaggio della Madonna che ognu­no di essi seppe far proprio e rivivere con particolare intensità.

Francesco: « consolare Gesù »

Come il lettore avrà certamente notato, durante le appari­zioni a Francesco toccò l’ultimo posto: mentre le sue due com­pagne vedevano la Madonna e ne udivano la voce, lui dovette accontentarsi di vederla soltanto. 

Ma è proprio questa circostanza, un poco umiliante spe­cialmente nei confronti della sorella più giovane, che mette in luce la grandezza (vorremmo dire la superiorità) della virtù di Francesco. Mai si è lamentato per questa posposizione, ma con semplicità ha riconosciuto la cosa come normale. Ha accettato le parole della Vergine così come le compagne gliele hanno riferite, e sulla loro testimonianza le ha credute e le ha messe alla base della propria vita. 

Di poche parole, Francesco ha nondimeno un grande influs­so sull’atteggiamento delle due compagne, che lo vedono serio e riflessivo in tutto, sempre pronto a scegliere l’ultimo posto o le mansioni più umili. 

Il suo carattere riservato gli fa preferire di pregare da solo: 
spesso lascia con una scusa le amiche e si ritira in qualche luogo solitario, oppure in Chiesa vicino a « Gesù nascosto », ove rimane ore ed ore a « pensare », come lui stesso si esprime per indicare la preghiera. 

Ma a cosa « pensava » Francesco? 

« Io penso a consolare Nostro Signore che è afflitto a causa di tanti peccati ». 

Questa ansia di riparazione che si innestava su una natura così ben disposta alla compassione e al sacrificio, diverrà l’ani­ma della vita spirituale di Francesco. 

Un giorno del Novembre 1917 Lucia gli aveva domandato: 

« Cosa ti piace di più: consolare Nostro Signore o conver­tire i peccatori perché non vadano all’Inferno? » 

« A scegliere — rispose Francesco — io preferisco conso­lare Nostro Signore. Non ti ricordi come era triste la Madonna il mese scorso quando chiese che non si offendesse più Nostro Signore che è già troppo offeso? Io voglio consolare Nostro Signo­re; ma mi piacerebbe anche convertire i peccatori perché non Lo offendano più! ». 

All’inizio dell’anno 1918 Francesco cadde gravemente am­malato colpito dalla influenza detta « spagnola » che tante vit­time fece nella intera Europa del dopo guerra. Presto l’influenza degenerò in polmonite e solo le cure di mamma Olimpia valsero a rimetterlo in piedi. Ma Francesco sapeva che ben presto la Madonna lo avrebbe portato in Cielo! 

Nelle belle giornate provò ad uscire di casa incamminan­dosi lentamente verso la Cova da Iria. Alle buone persone che si rallegravano con lui per il miglioramento e che gli promette­vano di pregare per la sua guarigione, rispondeva invariabilmen­te con un fare sereno ma che impressionava fortemente: inu­tile che preghiate per questo. Io non otterrò mai la grazia della guarigione ». 

Alla fine di Febbraio fece una ricaduta e incominciò ad es­sere afflitto da un terribile mal di testa. 

Giacinta e Lucia erano sempre al suo capezzale. Lucia gli disse un giorno: 

« Offri le tue sofferenze per i peccatori! ». 

Ma Francesco le rispose: 

« Prima di tutto le offro per consolare Gesù… ». 

Durante questa malattia Francesco portava ancora la corda ai fianchi. Un giorno la consegnò a Lucia dicendole: 

« Prendila prima che la mamma la veda: ora non posso più portarla ». 

Verso i primi di Aprile la sua salute peggiorò: volle confes­sarsi e ricevere la Comunione. Avendo chiesto a Lucia e a Gia­cinta di dirgli se l’avevano visto commettere qualche peccato, e avendo avuto per risposta che qualche volta aveva disubbidi­to, aveva preso qualche spicciolo al papà, aveva litigato con i compagni… Francesco esclamò: 

« Questi peccati li ho già confessati, ma li confesserò an­cora. Chissà se per questi peccati sono stato io la causa per cui il Signore è così triste. ». 

Il 2 Aprile il Parroco venne a confessarlo ed il giorno dopo, il 3 Aprile, Francesco poté fare la sua prima ed ultima Comunione. 

Il colloquio con « Gesù nascosto » (questa volta nascosto dentro di lui) durò parecchio tempo. Improvvisamente chiese: « Mamma, potrò ricevere Nostro Signore nuovamente? »La mamma fece cenno di sì. 

Chiese allora a Lucia di recitare il Rosario ad alta voce perché lui non poteva più parlare. Ma durante il Rosario Gia­cinta, sapendo che Francesco stava per lasciarla, vinta dall’emo­zione scoppiò a dire: 

« Quando sarai in cielo fa tanti complimenti per me a Nostro Signore e alla Santa Vergine. Di’ loro che io soffrirò tutto quello che essi vorranno per i peccatori e per fare riparazione al cuore Immacolato di Maria… ». 

A notte inoltrata mamma Olimpia invitò tutti ad uscire per lasciar riposare il piccolo malato. Lucia disse: « Francesco, questa notte tu vai in Paradiso; non dimen­ticarci… « Non vi dimenticherò ». 

« Allora, arrivederci in Cielo… ». « Arrivederci in Cielo! ». 

Il giorno seguente lo passò pregando e chiedendo perdono a tutti. Verso le 10 di sera, improvvisamente disse alla mamma: « Mamma, guarda che bella luce, là, vicino alla porta… ». E dopo un momento: 

« Ora non la vedo più ». 

Dopo queste parole il suo viso si illuminò di un sorriso mera­viglioso e, senza soffrire, il piccolo pastorello di Aljustrel andò a contemplare in Cielo quel « Gesù nascosto » che aveva tanto amato sulla terra.

Giacinta: « salvare dall’Inferno i poveri peccatori »

L’apparizione del 13 Luglio fu certamente quella che più si impresse nell’animo della piccola Giacinta. Le parole della Ma­donna « sacrificatevi per i peccatori » e la visione dell’Inferno nel quale essi cadono, polarizzarono tutti i suoi sentimenti e le sue aspirazioni. La ragazzina spensierata, giocherellona ed anche un po’ scontrosa divenne da quel giorno riflessiva ed impegnata. 

Prima delle apparizioni, per fare in fretta a dire il Rosario, pronunciava solo, le prime due parole dell’Ave Maria: « Ave Maria », e rispondeva « Santa Maria »! Dopo le apparizioni ella recitava il Rosario lentamente, con grande attenzione, riuscendo ad ottenere, con quel garbo grazioso che la rendeva irresistibile, che tutte le sere fosse recitato anche in casa sua: 

« Mammina bella, io ho già detto il mio Rosario, ma voi no… 

Ma oltre che alla preghiera Giacinta si convertì alla morti­ficazione: « Sacrificatevi per i peccatori » aveva chiesto la Ma­donna. 

Da quel giorno ogni occasione fu buona per far sacrifici, dalla corda portata ai fianchi, di cui abbiamo parlato, all’offerta della propria merenda ed anche del proprio pasto ad alcuni fanciulli poveri. 

Temendo per la salute della cuginetta, Lucia le diceva: 

« Giacinta, mangia ». 

« No », rispondeva; « voglio fare questo sacrificio per i pec­catori che mangiano troppo! » 

La visione dell’Inferno l’aveva terrorizzata: non per sè, che sapeva sarebbe andata in Paradiso, ma per i peccatori. Alle volte esclamava: « Ma perché la Madonna non mostra l’Inferno ai pec­catori?… Se essi lo vedessero non farebbero più peccati e non vi cadrebbero! ». 

Già durante la malattia di Francesco, Giacinta era stata col­pita dalla febbre spagnola. Ella tuttavia non fece pesare la pro­pria infermità sui suoi cari, cercando invece di far convergere tutte le attenzioni sul fratellino più grave di lei. 

Un giorno Giacinta mandò a chiamare Lucia e le disse: 

« Mentre ero da Francesco nella sua camera, la Santa Ver­gine è venuta a trovarci. Ella ha detto che verrà presto a pren­dere Francesco per portarlo in Cielo… Ella m’ha detto che io andrò in un Ospedale e che soffrirò molto, ma che devo soppor­tare tutto per la conversione dei peccatori ». 

Costretta a letto e dovendo essere servita dagli altri, pur avendo una forte sete non chiedeva da bere. Il latte le ripugna­va, ma lo beveva senza farsi pregare dalla mamma e con delle scuse rifiutava l’uva che invece l’attirava. « Questa notte — con­fiderà a Lucia — ho sofferto molto e ho voluto fare il sacrificio di non girarmi nel letto. Non sono riuscita a dormire neanche un minuto. Ma era per i peccatori… 

Intanto le sue sofferenze si facevano di giorno in giorno più gravi, specie dopo la morte di Francesco. 

« Come stai? » le chiedeva spesso Lucia. 

« Tu sai che sto male… Ho un forte dolore al fianco, ma non dico niente e lo offro per i peccatori ». 

I medici tuttavia si accorsero presto della gravità del ma­le che l’àveva colpita e diagnosticarono una pleurite purulenta al polmone sinistro, consigliando il ricovero in Ospedale. 

Il ricovero avvenne nell’Ospedale S. Agostino di Villa Nuo­va de Ourèm, e si protrasse per i mesi di Luglio e di Agosto del 1919. L’unico suo sollievo erano le visite della mamma e quelle di Lucia, che andò a trovarla due volte. Ma noi pensiamo che la sua gioia più grande fu quella di poter guardare, attraverso la finestra della sua cameretta, la Chiesa parrocchiale nella quale Gesù se ne stava nascosto, e di intrattenersi con Lui in dolcis­simi colloqui fatti di fede e di amore. 

In Agosto, poiché il suo stato di salute non migliorava, i ge­nitori decisero di riportarla a casa. 

Una fistola si era aperta nel fianco sinistro e dalla piaga usciva pus abbondante. 

Alle persone che venivano a visitarla Giacinta nascondeva le sue sofferenze, che confidava solo a Lucia, raccomandandole però di non dir nulla a nessuno, nemmeno alla mamma, che ne avreb­be sofferto. Doveva saperlo solo Gesù.

A Lucia, che tutte le mattine prima di recarsi a scuola pas­sava a salutarla, Giacinta diceva invariabilmente con quel suo modo di esprimersi così pieno di affetto: « Oggi va in Chiesa e di’ a Gesù che gli mando tanti complimenti, che l’amo molto! ». 

Un giorno Giacinta disse a Lucia che la Madonna era venuta a visitarla nella sua stanzetta: « Ella m’ha annunciato che io an­drò a Lisbona in un altro Ospedale, che non rivedrò più nè te nè i miei genitori, e che dopo aver molto sofferto morrò sola. M’ha detto di non aver paura perché Ella stessa verrà a pren­dermi per il Cielo ». 

Ciò che più preoccupò Giacinta dopo questa visione, fu il pensiero di « morire sola ». Questa bimba tanto affettuosa e tanto legata ai suoi cari e a Lucia soffriva immensamente a tale prospettiva, e ripeteva: « O Gesù, io penso che potrete conver­tire tanti peccatori. Questo sacrificio è così grande… ». 

Verso la metà di Gennaio del 1920 giunse a Fatima il Dottor Enrico Lisbona, rinomato medico della capitale, che visitò Giacinta e assicurò che sarebbe stato possibile salvarla se la si fosse portata a Lisbona per una operazione. Una buona famiglia di Lisbona si offerse di ospitarla nella propria casa durante l’at­tesa del ricovero e così, dopo le prime incertezze, i genitori accon­sentirono. 

Giacinta, vedendo così realizzarsi le parole della Vergine, non si oppose, ma chiese soltanto di poter vedere ancora una volta la Cova da Iria. Allora la mamma si fece imprestare una piccola asina, vi fece salire la bimba e ve la portò. L’ultimo chilo­metro Giacinta lo volle farle a piedi, recitando il Rosario. Venne così il giorno degli addii. 

Olimpia accompagnò la figlia fino alla capitale, ove rimase otto giorni con lei. A Lisbona però i signori che avevano pro­messo di ospitarla, vedendo il grave stato della piccola, non si sentirono di accoglierla (se avessero potuto prevedere quale per­dita sarebbe stato per loro questo diniego!) per cui mamma Olimpia chiese che fosse accolta nell’Orfanotrofio di Nostra Si­gnora dei Miracoli, diretto allora dalla Madre Maria Godinho. 

Sull’esempio di Giacinta che volle, benché malata, percorrere a piedi l’ultimo chilometro per arrivare alla Cova, oggi i pellegrini, in spirito di penitenza, percorrono in ginocchio il piazzale antistan­te la basilica, lasciando sul selciato tracce di sangue. 

L’Orfanotrofio è in Via de la Estrela N. 17, ed ha una pro­pria Chiesetta, alla quale si può accedere anche dalla strada. Una piccola stanza del primo piano, comunicante con il dormitorio delle bambine, ha una grata di ferro aperta sulla Chiesa, attra­verso la quale si può vedere il Tabernacolo. A questa notizia il volto di Giacinta si illuminò di gioia; la Madre Godinho lascerà poi scritto che « Giacinta andava spesso in questa stanza e vi restava a lungo a guardare il Tabernacolo: il suo atteggiamento, ma SoprattuttO i suoi occhi fissi su Gesù, facevano impressione ». Un giorno che era a letto e soffriva molto, la Madre Supe­riora andò a visitarla. Ma la bambina le disse: 

« Ritorni più tardi, Madre, perché sto aspettando la Santa Vergine ». E come trasfigurata guardava fissamente nella dire­zione donde veniva la Madonna. 

In realtà Giacinta confidò alla Madre Godinho diversi mes­saggi ché la Madonna le aveva comunicato durante la sua perma­nenza all’Orfanotrofio. Il contenuto di alcuni di essi è tanto supe­riore all’età della bambina che è impossibile dubitare della loro provenienza celeste. In nota, a piede di pagina, ne riportia­mo alcuni tra i più significativi. 

Un giorno che la Superiora le domandò dove avesse appreso queste cose, Giacinta rispose: 

« I la Vergine che me le ha dette. Qualcuna però l’ho pen­sata io stessa: a me piace tanto pensare ». 

Il giorno 22 Febbraio, festa della Purificazione della Ma­donna, Giacinta fu trasportata all’Ospedale « Dona Estefania »di Lisbona per essere operata. Prima di lasciare l’Orfanotrofio volle fare la Comunione e si fermò a lungo accanto alla grata che guardava nella Cappella. 

Anche all’Ospedale Giacinta usciva con certe espressioni che rivelavano una maturità straordinaria, ben superiore a quella di una bambina di 10 anni. Quando qualche visitatrice o qualche infermiera attraversava la sala vestita poco modestamente ella diceva: 

« A che serve tutto questo? Se sapessero che cosa è l’eter­nità… ». 

Quando qualche medico usciva in espressioni di scetticismo o di incredulità, diceva: « Poveretti, essi non sanno quello che li attende… ». 

Fu operata il martedì 1 Febbraio. Per la grande debolezza non fu possibile darle il cloroformio e le fu praticata solo l’ane­stesia locale. 

Le furono asportate due costole, già distrutte dal male, dal che i medici poterono arguire quanto atroci fossero state le sof­ferenze sopportate dalla piccola. 

I dolori dell’operazione furono tuttavia gli ultimi della sua vita; ai medici che la incoraggiavano dicendo che l’operazione era riuscita perfettamente, ella disse: 

« inutile, io non guarirò. La S. Vergine mi è apparsa di nuovo. Ella mi ha promesso di venire presto a prendermi e mi ha tolto tutti i dolori ». 

Il venerdì 20 Febbraio, sapendo che quello sarebbe stato il giorno della sua morte, chiese i sacramenti. Il Parroco della Chiesa dei Santi Angeli venne a confessarla ma, vedendola in apparente buona salute, non ritenne opportuno darle subito la Comunione nostante le insistenze della piccola; e se ne andò pro­mettendole di tornare l’indomani mattina per portarle l’Eucari­stia. Ma la sera stessa, verso le 22,30, spirò. 

Alla sua morte assistette solo una buona infermiera, Aurora Gomes, la mia « Aurorina », come la chiamava Giacinta. 

Lontano dalla sua casa, dalla sua mamma, dalla sua Lucia e, soprattutto, senza aver potuto ricevere Gesù, ella « moriva tut­ta sola », offrendo così alla Madonna l’ultimo sacrificio della sua vita. 

Lucia: «diffondere nel mondo la devozione al Cuore Immaco­lato di Maria » 

Dopo il 1920 dei tre pastorelli che videro la Madonna solo Lucia era rimasta su questa terra. Senonchè nel 1925 la Madonna le apparve nuovamente con a fianco Gesù bambino.

La Vergine posò la Sua mano sulle spalle di Lucia, mentre con l’altra mano sosteneva un cuore circondato da acute spine. Nello stesso tempo il Bambino Gesù parlò: 

« Abbiate compassione del Cuore della Vostra Santa Madre coperto di spine con cui uomini ingrati lo trafiggono ad ogni momento e non c e nessuno che li scuota con un atto di ripara­zione ». 

Quindi la S. Vergine disse a Lucia: 

« Figlia mia, guarda il mio Cuore sormontato da spine, con cui uomini ingrati lo trafiggono ad ogni momento con le loro be­stemmie e la loro ingratitudine. Tu almeno cerca di consolarmi e di’ che io prometto di assistere nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie per la loro salvezza tutti coloro che il primo sabato per cinque mesi consecutivi si confessano e ricevono la Comunione recitando 5 decine di Rosario e mi fanno compa­gnia per un quarto d’ora meditando i misteri del Rosario in ripa­razione ». 

Questa visione fu decisava per il suo avvenire: l’anno dopo (aveva allora 19 anni) entrò nel Noviziato delle Suore Dorotee a Tuy ove emise i voti religiosi col nome di Suor Maria dell’Ad­dolorata. 

Nel 1948, desiderando offrire a Dio una vita più austera e più raccolta, entrò fra le Carmelitane Scalze di Coimbra ove prese il nome di Suor Maria del Cuore Immacolato in omaggio alla missione cui si sentiva chiamata di diffondere nel mondo la devozione al Cuore Immacolato di Maria, specialmente attraver­so la pratica dei primi cinque Sabati del mese. 

A noi pare che l’umanità di oggi, sempre più disattenta ai problèmi eterni e tesa tutta a crearsi un utopico paradiso terre­stre, non abbia ascoltato il richiamo di Fatima. 

Ma proprio per questo, prima che sia troppo tardi, esso ci deve scuotere dal torpore e avviarci nuovamente a quella vita di fede in Dio, di preghiera, di carità e di sacrificio che Gesù e Maria ci hanno insegnato come l’unica via che conduce alla salvezza.

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