E’ morto il Generale Jaruzelski: il giudizio sospeso della storia

genSi è spento ieri a Varsavia il generale Wojciek Jaruzelski, aveva 90 anni. Fu tra i protagonisti più controversi della storia polacca, dal secondo Dopoguerra agli anni della Guerra fredda Usa-Urss, al duro conflitto con il sindacato “Solidarnosc” e l’imposizione della legge marziale nel 1981, alla transizione democratica dopo lo sfaldamento dell’impero sovietico fino alla partecipazione, nel 1989, alla Tavola rotonda con le opposizioni che portò alle prime elezioni democratiche. Roberta Gisotti della Radio Vaticana ha intervistato Luigi Geninazzi, giornalista e scrittore, esperto di Europa dell’est. Vi proponiamo l’intervista integrale: Chi era Jaruzelski? Davvero la storia ha sospeso il suo giudizio?  È stato per molto tempo il personaggio che tutti conoscevamo come il generale impettito, il militare dagli occhiali scuri, il simbolo del militar-comunismo. Ma è stato però qualcosa di più: l’ultimo dittatore di stampo sovietico che si è accorto che doveva pur piegarsi ai venti di cambiamento della storia. Otto anni dopo aver fatto questa grande repressione, nel 1989 è stato lui a dire: “Qui non riusciamo più ad andare avanti con questo socialismo. Dobbiamo aprire ai nemici storici, ai nostri avversari, cioè a Solidarnosc”. Ha quindi inaugurato una grande Tavola rotonda con Lech Wałęsa e i rappresentanti del sindacato libero. È stato uno dei pochi politici che ha avuto una lunga vita politica finita meglio di come è iniziata: da tipico dittatore dei Paesi dell’Est Europa all’uomo che ha aperto la porta alla transizione democratica diventando, per circa un anno, il presidente della Polonia post-comunista.

Alla notizia della sua morte, Lech Wałęsa ha detto: “È stato un uomo molto intelligente. Solo Dio potrà giudicarlo”. Sì, Wałęsa si riferisce al fatto che sulla testa del vecchio generale – già da almeno cinque o sei anni era malato di cancro, di un linfoma – pendevano due procedimenti penali che erano stati sospesi a causa della sua età e della suo pessimo stato di salute. I due procedimenti penali riguardavano rispettivamente il massacro compiuto quando lui era ministro della Difesa, nel 1970, contro gli operai di Danzica e l’altro per l’introduzione della legge marziale del 1981 che, anche se non aveva fatto un bagno di sangue, aveva comunque fatto una decina di vittime tra i minatori della Slesia. Per questo, c’era stato un dibattito in Polonia: c’era chi lo voleva condannare comunque per quello che aveva fatto e chi invece diceva: “Sì, ha compiuto dei crimini, però si è anche riscattato con questa straordinaria decisione di cancellare il suo passato, di stringere la mano a quelli che aveva messo in galera”. Quindi, credo sia per questo che, saggiamente, il suo ex avversario Lech Wałęsa – diventato poi non dico amico, ma che certamente gli è stato vicino, andandolo anche a trovarlo in ospedale negli ultimi tempi – dica: “Sarà Dio adesso a giudicarlo”.

Nel periodo del suo riscatto, il generale non aveva nascosto la sua simpatia per Papa Wojtyla e la sua testimonianza è stata raccolta anche per la beatificazione di Giovanni Paolo II… Con Giovanni Paolo II, Jaruzelski si è incontrato ben otto volte. L’ultima, credo, nel 2001. Gli incontri fatti a livello istituzionale, cioè quando negli anni ‘80 governava con il pugno di ferro la Polonia, sono stati anche molto burrascosi. Proprio nella testimonianza resa per la Beatificazione – citata varie volte dai giornali – ha dimostrato non solo stima, ma anche commozione nei riguardi della figura di Giovanni Paolo II, “un santo che gli ha toccato il cuore”, come disse. Aggiungendo inoltre: “ Mi vergogno per certe parole, per certi atti, perché lui aveva messo in difficoltà il nostro sistema; noi dovevamo reagire. Ma oggi chiedo perdono. Però alla fine mi sono sentito accolto da lui”. Questo è importante, perché dimostra la lealtà di questo militare polacco che è stato comunista ma anche patriota. Quindi una figura tragica, complessa della storia polacca che però, ripeto, ha saputo alla fine della sua lunga vita politica riscattarsi. L’intervista è di Roberta Gisotti, a Luigi Geninazzi, giornalista e scrittore, esperto di Europa dell’est.

 

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