Don Christian Medos, il prete delle frontiere esistenziali

Dai divorziati agli omosessuali, tanti fedeli attendono l’esortazione del Papa sulla famiglia. Intanto c’è chi, come don Medos, propone cammini di accompagnamento: «Il discernimento è importante, ma Dio era già all’opera ben prima di noi»

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Spendere il proprio ministero sacerdotale per rincorrere il Signore, che «sempre ci precede»: questa la scelta di don Christian Medos che, dal 2014, insieme a una piccola équipe nazionale formata da religiosi e religiose, presso la Casa Sacro Cuore di Galloro (provincia di Roma), ha intrapreso la strada dell’accompagnamento spirituale sulle frontiere esistenziali. In attesa che papa Francesco firmi l’esortazione post-sinodale sulla famiglia − molto probabilmente il 19 marzo −, in alcune realtà ecclesiali si sono avviati da tempo cammini pastorali rivolti a fedeli che vivono situazioni difficili. «Sono nato in una città dalla storia complessa, Trieste. Una città di mare dove hanno imparato a coabitare lingue, culture e religioni diverse. Ma anche una città di frontiera, luogo di confine tra l’ovest e l’est dell’Europa, tra democrazia e regimi totalitari», racconta don Christian.
Fin da ragazzo si interroga su quella “terra di nessuno” che spesso, come tanti conterranei, si trovava ad attraversare per recarsi nella ex-Jugoslavia: «Crescendo ho cominciato a chiamarla frontiera. Perché il confine dà identità ed è importante», continua. «Ma, tra il mio confine e quello dell’altro, c’è uno spazio “terzo” che è la frontiera. Spazio di incontro, talvolta anche di scontro; di certo luogo dove può nascere qualcosa di nuovo che non è definibile».

LA CHIAMATA VERSO I MARGINI

Ed è proprio da qui che inizia a dipanarsi il filo rosso della vocazione al sacerdozio. La chiamata a vivere il ministero a servizio di persone che si trovano in situazioni di marginalità si è fatta strada lentamente, ma inesorabilmente: «Io stesso sono figlio, il secondo di tre, di una coppia che poi si è separata. Spesso ho sofferto nell’ascoltare, dentro agli ambienti ecclesiali, certi commenti superficiali…», confida don Christian. «Nella mia vita di sacerdote mi sono trovato ad ascoltare il pianto di madri o padri che vivevano le cosiddette situazioni “irregolari”. Sentivo di voler dedicare loro tempo, ascolto, di offrire una parola di Dio sanante».
Nel 2010 l’incontro con un giovane studente che, insieme ad alcuni amici omosessuali, stava cercando una via per conciliare la fede in Gesù e la propria condizione umana: per la prima volta a don Christian venne chiesto di accompagnarli in un cammino di fede. «Con l’équipe ci siamo resi conto da subito che dovevamo tentare di fare da cerniera tra queste persone e le comunità cristiane», prosegue ancora don Christian. «E così è iniziata la traversata dentro una nuova frontiera: quella della formazione di preti, religiosi e laici all’accompagnamento spirituale».

LA SFIDA DEL DISCERNIMENTO

Don Christian impara che non è tutto bianco o tutto nero. E che una norma «anche se buona in sé, non può comprendere la vita di una persona, la complessità di un’esistenza, le variabili soggettive. In tutto è sempre necessario fare discernimento prima di poter giudicare». Appunto, il discernimento: il metodo indicato da sant’Ignazio per accompagnare spiritualmente nella libertà «perché l’unico obiettivo è raggiungere un “di più” di vita, un “magis” della persona».

L’ABBRACCIO DI DIO

Gioie e consolazioni di questo percorso stanno nel constatare che «Dio era già all’opera ben prima di noi e delle nostre parole», incalza don Christian, «e il nostro lavoro spesso consiste nell’aiutare le persone a sentire e gustare questa presenza e a superare paure e sensi di colpa». E racconta la storia di una coppia di divorziati risposati, molto credenti: «Si avvicinava il giorno della prima Comunione di loro figlio e, dopo un lungo discernimento fatto con il parroco, decisero di partecipare alla Messa senza prendere l’ostia». Ma proprio qui avvenne l’inatteso. Terminata la Messa, il figlio corse loro incontro e li abbracciò forte: «I genitori sentirono qualcosa di grande: Gesù Eucaristia in qualche modo stava scaldando il loro cuore attraverso l’abbraccio di loro figlio: altro che comunione spirituale! Qui c’è ben di più». O ancora di quella persona omosessuale che ha negato la propria identità fino ai 50 anni… Abitò con i genitori, non ebbe mai nessuna relazione tanto era convinto di rattristare i suoi cari e Dio se la cosa fosse accaduta: «Morti i genitori, si sentì quasi esplodere», racconta don Christian. «La sofferenza di essersi privato della possibilità di amare ed essere amato lo condusse a una crisi profondissima, umana e di fede. Poi venne a conoscenza dell’esistenza dei gruppi di omosessuali cristiani sparsi in giro per l’Italia. Iniziò a partecipare agli incontri di preghiera e di riflessione e gli si aprì un mondo nuovo».

Redazione Papaboys (Fonte www.famigliacristiana.it/Luisa Pozzar)

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