«Dal Vangelo ho imparato l’arte della condivisione» la testimonianza di Demetrio Albertini

La testimonianza di Demetrio Albertini: «Dal Vangelo ho imparato l’arte della condivisione». Intervista tratta dal settimanale Credere. Articolo di Laura Bellomi.

DEMETRIO ALBERTINI
crossmagazine

Gamba determinata, sguardo “da buono”. Chi segue il calcio, Demetrio Albertini lo ricorda così: un giocatore generoso e leale, pronto a festeggiare i successi del Milan o della Nazionale braccia al collo dei compagni, mai un piede allungato sulla caviglia dell’avversario. E il bello è che oggi, a 48 anni, una moglie, due figli e un incarico − tra gli altri impegni − da presidente del Settore tecnico della Figc, Albertini affronta la vita con la stessa serenità di quando correva dietro al pallone. A caratterizzarlo è un buonumore invidiabile. «Mio papà Cesare, che è morto l’anno scorso, mi ha insegnato a sorridere. “Nonno, ma ridi anche se sei malato?”, gli chiedeva incredulo mio figlio. Sdrammatizzare, vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, questa era una sua grande capacità».

Di recente lei ha vissuto con il sorriso anche l’esperienza Un giorno da volontario all’Opera San Francesco, che a Milano assiste i poveri. Che giornata è stata?

«Ho provato il piacere di fare qualche cosa per gli altri, ma ho anche toccato con mano la fatica di chi non ha una casa. Se qualcuno non aveva bisogno degli indumenti non li prendeva, ho sentito più di una persona dire “sono a posto, date agli altri”. Dalla mensa alle docce, ho incontrato tanta dignità».

Cosa ha portato a casa da quest’esperienza?

«Sembra una frase fatta, ma davvero è più quello che ricevi di quello che dai. Opera San Francesco distribuisce 2.500 pasti al giorno. Un numero altissimo, imbarazzante. Spesso mi chiedo se sia giusto rendere nota la beneficenza che si fa, ma se puoi trascinare qualcuno al bene vale assolutamente la pena di farlo, anche rischiando di essere strumentalizzati».

Lei è abituato al mondo del calcio, in cui girano molti soldi. Che effetto le ha fatto tanta povertà?

«È stata un’occasione in più per apprezzare quel che ho. So di avere alcuni privilegi, che ho costruito da me e grazie all’aiuto dei miei genitori. Ai miei figli ho detto che prima o poi capiterà anche a loro di fare esperienze del genere: sono parentesi nelle nostre esistenze, così diverse, ma aprono a riflessioni importanti. Ho poi scoperto che anche mia nonna era stata volontaria all’Opera San Francesco».

Possiamo immaginare fosse una nonna speciale…

«Sì, è stata lei, ancor più dei genitori, a educarci alla fede. Si chiamava Serafina, viveva con noi, è stata una globetrotter dei santuari. Eravamo molto legati, è morta il giorno del mio compleanno. Con lei pregavamo molto, è stata l’artefice della vocazione di mio fratello, don Alessio. Era contenta di vedermi felice e ha sempre voluto starmi vicino. Anche da calciatore mi chiedeva se andavo in chiesa e se la sera dicevo le preghiere. Quando ho esordito come professionista a Padova ha voluto venirmi a vedere allo stadio. È andata in curva e, mentre giocavo, ero più preoccupato dei cori che avrebbe sentito che della mia prestazione!».

Spesso, infatti, in campo le bestemmie non mancano…

«Non le capisco proprio… La bestemmia è la sintesi della maleducazione e della presunzione. Tante volte ho dovuto prendere per le orecchie qualche compagno, anche se era più grande di me. Poteva essere chiunque, ma mi fermavo in mezzo al campo e gli dicevo di smetterla».

Che educazione avete ricevuto dai vostri genitori?

«Hanno cresciuto me e i miei due fratelli in grande semplicità. Non ci hanno fatto mancare niente, formandoci con uno stampo cristiano forte».

Quanto conta la famiglia nella crescita di una persona?

«Tutto. I miei genitori mi hanno insegnato il coraggio di guardare avanti piuttosto che indietro. Gli anni dell’infanzia, fra famiglia e oratorio, hanno gettato le fondamenta della mia vita. Se non hai fondamenta solide, al primo errore può crollare tutto. Viceversa, si può sbagliare qualche calcolo nella costruzione della casa ma l’edificio rimane in piedi».

Quando suo fratello è entrato in seminario lei aveva 10 anni. Cosa ricorda di quel “colpo di testa”?

«All’inizio mi sembrava una cosa bellissima. Frequentando l’oratorio, per me era il massimo pensare di avere un fratello prete… come uno youtuber per un ragazzo di oggi! Però poi mi sono anche chiesto chi glielo facesse fare e, solo crescendo, ho capito bene cosa significhi vocazione. Oggi quando qualcuno mi chiede “ma tuo fratello è prete?!”, io rispondo che in seminario ha avuto dieci anni per pensarci. Non mi sono mai vergognato di lui, anzi, e io non ho mai avuto paura di essere quello che sono».

Cosa vuol dire per lei essere credente?

«Essere cristiani è uno stile di vita, la scelta quotidiana di poter adattare la propria vita al Vangelo, donandosi agli altri. In famiglia non ci hanno cresciuti come fanatici, abbiamo contestualizzato l’essere credenti nella nostra quotidianità».

Una bella sfida…

«Ho sempre cercato di donarmi, nelle relazioni come in campo. La fede mi ha insegnato la condivisione, l’essere tutti uguali. Gesù si è abbassato per farsi uomo: così anche per me il classismo non esiste, nelle relazioni l’appartenenza sociale non conta, guardo solo alle persone».

Che ricordo ha degli anni da calciatore?

«Il calcio è stato una palestra di vita. Ognuno è diverso e lo spogliatoio insegna la convivenza, l’inclusione, l’adattarsi. Capisci che non devi guardare solo agli aspetti negativi, ma prendere il buono delle persone: di ciascuno vanno evidenziate le qualità».

Cosa, di ciò che ha imparato in campo, le è utile anche senza scarpini ai piedi?

«Ho imparato che tutto è contagioso, nel calcio come nella vita! Lo spogliatoio è fatto da elementi positivi, negativi e incerti. L’andamento del campionato è dettato dagli incerti, perché sono la maggioranza. Sono quelli che hanno meno personalità e seguono di più gli altri. Quindi i positivi devono essere convincenti più dei negativi. È una responsabilità essere positivi, anche nella società».

Qual è la sua tattica nella vita?

«Una volta Sacchi mi disse: “Demetrio, nel tuo ruolo devi essere felice a vedere giocare gli altri. Da regista, sei tu che devi mettere i compagni in condizione di giocare, ci vuole pazienza ma poi i meriti arrivano”. L’entusiasmo è la spinta più importante. Nella vita servono poi energia e apertura; è meglio impegnarsi in diversi ambiti così, anche se alcune cose vanno male, altre daranno soddisfazione».

È stato più difficile essere una bandiera del calcio mondiale o diventare genitore?

«Essere genitore, sicuramente. Oggi la tendenza è voler dare tutto subito ai figli, perché il tempo in cui si sta con loro è poco, gli adulti spesso sono presi dalle loro ambizioni. Mio papà faceva il muratore e, anche se alle 6 del mattino era già a lavorare, è stato presente. Le raccomandazioni non si fanno parlando, serve l’esempio. Anche io cerco di essere un padre presente, i miei figli sono più importanti del mio lavoro».

A proposito, come si comporta con i suoi figli?

«Io e mia moglie diamo loro diverse responsabilità, ma insegnare a scegliere non è facile. Vorrei che individuassero le cose importanti e s’impegnassero per conquistare ciò che hanno a cuore. È difficile, però, fare paragoni con l’educazione che ho ricevuto io: il mio primo viaggio è stato a Lourdes per la prima Comunione, il loro è stato il giro dei cinque continenti in un anno per le partite di calcio. Oggi poi è complicato impegnarsi e superare i propri limiti. Gli interessi cambiano di continuo, è come se nella nostra società non ci si potesse fermare. Il rischio è adagiarsi nel provare tutto».

DEMETRIO ALBERTINI

Cosa serve per essere felici?

«Sapere cosa si cerca. Ai miei ragazzi dico: ditemi qual è la vostra passione e ve l’appoggerò sempre, come ha fatto con me mio papà. Solo che a un certo momento la passione diventa fatica: è lì che comincia la gioia, ma è anche il momento più facile per mollare».

Qual è, oggi, la cosa che più la rende soddisfatto?

«La mia famiglia. Io e mia moglie siamo riusciti, da punti di partenza diversi, a curare il nostro amore oltre che a crescere i figli. La vita è fatta di relazioni: in famiglia, come nelle amicizie, ti devi spogliare da quello che hai e che sei per poter incontrare l’altro. Se quando poi si sta insieme, si sorride… è bellissimo».

Lei vive a Milano. Secondo lei perché in città c’è tanta gente di fretta e con il muso lungo?

«Si è sempre in competizione, come a dover dimostrare di star lavorando di più del vicino… La ricchezza non basta, la sfida è darsi da fare mantenendo il sorriso».

Andando tutti di fretta, come si fa a parlare di Dio ai giovani?

«I ragazzi oggi bruciano le esperienze e sono distratti. Per parlare di Dio − e di tutte le cose importanti − bisogna essere attrattivi nei loro confronti, coltivando la loro fiducia. Solo così si può costruire un rapporto vero, capace di lasciare il segno».

IN PRIMA LINEA PER I 60 ANNI DI OPERA SAN FRANCESCO

Demetrio Albertini è solito spendersi per cause benefiche: nel 2006, ad esempio, ha devoluto l’intero incasso della partita celebrativa del suo addio al calcio (Milan-Barcellona, 15 marzo a San Siro) a tre associazioni, fra cui anche l’Osf. Si può sostenere Osf donando il 5 per mille all’associazione (Cf 97051510150, www.operasanfrancesco.it).

Fonte www.famigliacristiana.it

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