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Dai vescovi del Sud Sudan l’appello per la fine della guerra civile. La pace subito

Sudan1 (1)«La guerra è male» e «non ci sono giustificazioni morali per nuovi assassini. I combattimenti e le uccisioni devono finire immediatamente e incondizionatamente». È quanto affermano i vescovi del Sud Sudan in un messaggio pubblicato al termine di un incontro che si è tenuto a Juba, capitale del Paese africano, dal 23 al 25 settembre scorsi. Nel documento i presuli ripercorrono il dramma che ha attraversato recentemente il Sud Sudan.
L’ennesima pagina di violenza è iniziata il 15 dicembre scorso con il presunto tentativo di golpe denunciato dal presidente Salva Kiir. Una vicenda che, viene evidenziato dai presuli ricordando i due conflitti civili conclusisi nel 1972 e nel 2005, «ha incancrenito una cultura di violenza con la quale avevamo convissuto per molti decenni».
Infatti, la guerra civile tra le forze governative del presidente Salva Kiir e quelle fedeli all’ex vice presidente, Riek Machar, ha creato una nuova tragedia umanitaria. Secondo numerosi osservatori, più della metà della popolazione, ovvero 7,3 milioni di persone, soffre quotidianamente la fame, mentre 50.000 bambini potrebbero morire se entro la fine dell’anno non verrà loro inviato alcun aiuto d’emergenza.
«Migliaia di persone — scrivono i vescovi — sono state uccise e centinaia di migliaia sono sfollate. La popolazione, già provata dai precedenti conflitti, è di nuovo traumatizzata da atrocità che di rado abbiamo visto prima. Le popolazioni sfollate vivono in condizioni agghiaccianti, sia nelle campagne che nei campi dell’Onu nelle città, oppure come rifugiati nei Paesi vicini. La fame incombe su parte del Paese», afferma il messaggio.
I presuli, in particolare, lamentano che le speranze derivanti dall’indipendenza nazionale (il Sud Sudan, come è noto, si è separato dal Sudan nel 2011) sono compromesse dalla guerra civile, che ha bloccato ogni progetto di sviluppo. Anche perché «si può dire che la pace sia un sinonimo di sviluppo», afferma il messaggio. Così, «mentre sette dei dieci Stati non sono stati direttamente colpiti dalla violenza, la loro popolazione sta ancora soffrendo e necessita della ripresa delle attività di sviluppo».
Nel documento si sottolinea, inoltre, che una delle conseguenze negative della guerra è l’affermarsi del tribalismo, cioè la frequente contrapposizione tra comunità, fenomeno strettamente legato alla corruzione politica. «La nostra politica è sempre più basata sull’etnia, con l’affermarsi della percezione nelle diverse comunità che una tribù è favorita sull’altra». Tanto che, lanciano l’allarme i vescovi, «persino all’interno delle nostre Chiese si stanno affermando elementi di tribalismo creando sospetti e indebolendo i nostri sforzi di pace e riconciliazione». In questo senso, i vescovi evidenziano come «il tribalismo è alleato della corruzione e del nepotismo. Le cariche pubbliche sono percepite da molti come sinonimo di accesso al potere e alla ricchezza, le comunità spesso sentono la necessità di piazzare i propri membri al potere per avere accesso alle risorse». Nel messaggio si fa poi riferimento ai negoziati tra il Governo e i ribelli guidati dall’ex vice presidente Riek Machar, in corso tra mille difficoltà nella capitale etiope Addis Abeba e si lancia, infine, un appello perché tutti contribuiscano alla pace e si invitano i fedeli alla preghiera per la riconciliazione nazionale. «Chiediamo alle parti — scrivono i vescovi — di negoziare in buona fede e chiediamo che le uccisioni cessino; nella consapevolezza che tutti dovranno fare concessioni».
Meno di un mese fa, come si ricorderà, una trentina di organizzazioni umanitarie locali e internazionali (tra le quali South Sudan Law Society, Human Rights Society, Amnesty International, Global Witness, Human Rights Watch) avevano lanciato un appello all’Autorità intergovernativa di sviluppo, l’organizzazione dei Paesi dell’Africa orientale che sta mediando, perché presenti al Consiglio di sicurezza dell’Onu una proposta di risoluzione che imponga l’embargo. «Finché verranno importate armi in Sud Sudan, verranno molto probabilmente usate per commettere nuove atrocità», hanno affermato i sottoscrittori dell’appello, nel quale si sottolinea che «l’embargo deve durare finché non sono stabiliti procedimenti affidabili che garantiscano che armi, munizioni e altri equipaggiamenti e tecnologie militari inviate in Sud Sudan non siano usate per commettere gravi violazioni del diritto umanitario internazionale».

L’Osservatore Romano, 1° ottobre 2014.

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