Cristiani, i più perseguitati nel mondo: Europarlamento si muove

I cristiani costituiscono la comunità religiosa al mondo maggiormente colpita da odio, violenza e aggressione sistematica. Anche se tale persecuzione avviene fuori dall’Europa, “l’Ue non può permettersi di ignorarla”. E’ quanto ha detto il presidente dell’Europarlamento Schulz intervenuto ieri a Bruxelles ad una conferenza sul tema.

La cacciata dei cristiani: Mosul, un anno senz'anima

Sono 150 milioni i cristiani perseguitati per la fede. Iraq, Siria, Pakistan, Corea del Nord e Nigeria, tra i Paesi maggiormente colpiti. Il servizio di Paolo Ondarza:

Torturati, struprati, imprigionati, in una parola perseguitati per la fede in Cristo. Sono i 150 milioni di fedeli che nel mondo soffrono a motivo del loro credo secondo i dati diffusi dalla Ong Open Doors. In 700mila sono fuggiti dalla Siria in 4 anni, il 70% dei cristiani ha lasciato l’Iraq dal 2003. In un solo anno sono 4344 i fedeli uccisi e 1062 le chiese bruciate. A causa del Vangelo in Corea del Nord circa 70mila persone sono in carcere, mentre in Pakistan ogni anno 700 donne sono vittime di conversioni forzate. Va sfatata l’idea che i cristiani siano intrusi nei luoghi in cui l’Islam è ora religione di maggioranza: la loro presenza in Medio Oriente e nel sub continente indiano infatti risale a secoli prima della diffusione del Corano, ha spiegato il vescovo ausiliare di Bruxelles Malines Jean Kockerols nel corso di una conferenza di alto livello organizzata dal Parlamento Europeo. In quest’occasione il presidente Schulz ha inviato l’Ue a scuotersi assicurando l’impegno a proteggere i cristiani ovunque perseguitati. Quanto le istituzioni europee hanno fatto finora? Alfredo Mantovano, presidente di Aiuto alla Chiesa che Soffre?

R. – Io credo che sia meglio parlare di quanto possono fare da subito e nell’immediato futuro, perché di ciò che è stato fatto finora c’è – ahimé! – ben poco da dire. E’ evidente che la denuncia non può essere il punto d’arrivo, ma che debba essere il punto di partenza. E un punto di partenza dal quale attendersi una traduzione concreta di questa attenzione. Negli ultimi cinque anni, la percentuale di cristiani tra i profughi che arrivano in Europa è salita del 30%, il che sottolinea ancora di più, con questo dato a valle, la persecuzione che c’è a monte. L’altro canale che comunque va preso in seria considerazione con azioni concrete, è quello di fare in modo che nelle aree di partenza non si sia costretti a fuggire. Se i cristiani lasciano in numero così significativo alcuni territori, non è un problema soltanto per ciascuno di loro e per le loro famiglie, ma anche per quei territori che sono oggettivamente impoveriti.

D. – Tant’è che diviene quasi convinzione che i pochi cristiani che rimangono siano quasi degli “intrusi” nei luoghi in cui magari l’islam diventa la religione prevalente …

R. – Se noi vogliamo avere un’idea di quello che succederà tra pochi anni – se non addirittura tra pochi mesi – in zone di antichissimo radicamento cristiano come la Siria e l’Iraq, guardiamo alla presenza cristiana nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Sant’Agostino era vescovo di Ippona: cosa è rimasto, oggi, della comunità cristiana in quel territorio?

D. – Un distorto concetto di laicità, cui spesso si ricorre in Occidente come risposta al radicalismo religioso, sempre più si è rivelato o si rivela inefficace. Allora, come rompere il muro di silenzio sulla persecuzione dei cristiani? A partire da cosa?

R. – Ma, a partire, innanzitutto, dalla descrizione di ciò che accade a questi nostri fratelli i quali sono oggi gli autentici testimoni della fede: per il semplice fatto di essere cristiani sono duramente perseguitati. La prima cosa da fare è conoscere, perché l’indifferenza si nutre della non conoscenza del fenomeno. La seconda cosa è chiedersi che cosa possiamo fare, per loro e anche per noi, perché la loro esperienza attuale rischia di essere la nostra esperienza dell’immediato futuro. Se noi riteniamo che nascondere la nostra identità, quasi a vergognarcene, possa renderci indenni da atti di violenza nei nostri confronti, stiamo proprio sbagliando strategia. Si è visto che non funziona e, anzi, mostrarsi poco convinti di se stessi, della propria storia, della propria identità convince l’aggressore a potersi muovere con ancora maggiore virulenza e decisione, perché sa che non incontrerà nessuna resistenza.

Quale futuro per i cristiani del Medio Oriente?

D. – E se va rilevato e sottolineato che in Europa non c’è una persecuzione pari a quella in altri continenti, ugualmente non si può dire di un pieno rispetto della libertà religiosa nel Vecchio Continente …

R. – Si fa strada quella discriminazione che è l’anticamera della persecuzione. Certamente vi è un clima di intolleranza culturale non soltanto nei confronti della fede cristiana, ma di uno stile di vita conforme ai principi del diritto naturale. Con sempre maggiore frequenza, dall’intolleranza si sta passando alla discriminazione. Quando l’estensore di una sentenza come quella del Consiglio di Stato di fine ottobre di quest’anno – una sentenza ritenuta da tutti ineccepibile che riguardava la impossibilità di trascrivere nell’ordinamento giuridico italiano un matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto all’estero –  viene additato dalla larga parte dei media come “non adeguato a svolgere il ruolo di giudice”, solo perché è un cristiano, a prescindere dal contenuto della sentenza, beh, vuol dire che stiamo percorrendo la stessa strada che negli Stati Uniti ha portato un’impiegata statale addirittura in carcere, perché si era rifiutata di celebrare civilmente le nozze tra persone dello stesso sesso. E’ un piano inclinato, a valle del quale vi è poi la persecuzione diretta.

Redazione Papaboys (Fonte it.radiovaticana.va)

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