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Cristiani, 150 milioni sotto assedio

Cristiani, 150 milioni sotto assedioPerché gli amici di Cristo sono discriminati e perseguitati in così tante contrade dell’ecumene in quest’inizio del XXI secolo? Perché così spesso il mondo continua a tacere anche quando ha ancora le retine impresse dai rivoli di sangue dei nuovi martiri? Sono domande vertiginose, oltre che di un’attualità bruciante e sconcertante. Impossibili da affrontare con un unico metro. Troppo vaste, in ogni caso, per le capacità di comprensione di singoli esperti o interpreti.

Da anni, un numero crescente di rapporti e relazioni cerca di quantificare il fenomeno su scala regionale e planetaria, attingendo a fatica dati da fonti che rischiano non di rado in prima persona per il coraggio di ogni testimonianza. Ma le addizioni spaventose di dati, così come i reportage dal vivo dagli epicentri afro-asiatici delle nuove persecuzioni anticristiane, rappresentano tasselli di un mosaico di cui si cominciano appena a scorgere i grandi elementi d’insieme.

A tentare di far luce sulle analogie e i nessi profondi fra le faglie planetarie dell’odierno odio anticristiano è adesso il volume Il libro nero della condizione dei cristiani nel mondo, una raccolta articolata di studi, riflessioni e testimonianze pubblicata oggi in Francia dalle edizioni XO, prima di un’uscita italiana a inizio novembre per i tipi di Mondadori.
Papa Francesco, in un’intervista al quotidiano catalano La Vanguardia dello scorso giugno, aveva affermato: «Sono convinto che la persecuzione contro i cristiani oggi sia più forte che nei primi secoli della Chiesa.

Oggi ci sono più cristiani martiri che a quell’epoca. E non è una fantasia, lo dicono i numeri». In proposito, le oltre seicento pagine del nuovo volume possono essere lette pure come un dettagliato sviluppo delle parole del Pontefice. Un simile lavoro, durato due anni, ha richiesto la supervisione di tre curatori di fama internazionale: monsignor Jean-Michel di Falco, vescovo di Gap e Embrun ed ex portavoce della Conferenza episcopale francese, il britannico Timothy Radcliffe, già alla guida dell’ordine domenicano fra il 1992 e il 2001, lo storico Andrea Riccardi.

Secondo le definizioni e gli approcci adottati, le stime sul numero di cristiani perseguitati nel mondo variano fra cento e centocinquanta milioni, ma si sale fino a duecento milioni se si allarga lo spettro alle forme gravi di discriminazione. La difficoltà nella raccolta dei dati è analoga anche per il numero di vittime. Le stime più restrittive, come quella del sociologo tedesco Thomas Schirrmacher, parlano di circa settemila martiri all’anno, mentre alcune istituzioni statunitensi come il Csgc (Center for the study of global Christianity) giungono alla stima media di centomila cristiani uccisi ogni anno per la loro fede lungo l’ultimo decennio. In ogni caso, «non ci sono dubbi sul fatto che oggi i cristiani rappresentino la confessione più perseguitata del pianeta», ricorda l’introduzione del volume.

Più che soffermarsi sulle statistiche, spesso riprese da istituzioni specializzate come il Pew research center di Washington, il volume offre soprattutto chiavi di lettura preziose per nutrire il dibattito. La tesi introduttiva è che si possa ormai parlare su scala planetaria di un’autentica “guerra globale” contro il cristianesimo, espressione difesa in particolare dal saggista statunitense John Allen, vaticanista del Boston Globe.

In proposito, un dato sconcerta: l’ottanta per cento degli atti di persecuzione religiosa è orientato contro i cristiani. Eppure, a fronte dell’ampiezza e profondità del fenomeno, un’impressionante cortina di silenzio ha circondato a lungo questo scenario di morte. Un puro caso? No, secondo molti autori del volume, che considerano questi silenzi come profondamente rivelatori. Nelle università e nei media, in Europa ancora più che negli Stati Uniti, l’indifferenza è stata a lungo alimentata anche da correnti laiciste o anticlericali, sostiene Allen, che cita al contempo i probabili effetti imprevisti del “politicamente corretto” abbracciato pure da molte istituzioni e denonominazioni cristiane, che «considerano fondamentale mantenere “relazioni di buon vicinato”» nel quadro del dialogo interreligioso. Potrebbero aver pesato anche fattori come la distanza dei teatri di molte persecuzioni o la stessa complessità degli specifici contesti culturali.

Accanto a questa dimensione più sociologica, il volume esplora due altri volti del fenomeno spesso sottaciuti, legati tanto alla natura stessa del cristianesimo, quanto alla congiuntura geopolitica di quest’inizio di Terzo millennio. Fra gli interventi più controversi ma anche originali, figura un’intervista alla storica francese Marie-Françoise Baslez, che avanza la tesi di un «martirio di costruzione» che ha accompagnato la storia del cristianesimo fin dalle origini. Per la studiosa, è difficile scorgere nel cristianesimo tracce durature di un «martirio di disperazione». Molto più radicata pare invece una tradizione di martirio costruttivo «nel quale la persecuzione trasmette l’immagine di una Chiesa integrata». Questo segno di contraddizione opposto già alle persecuzioni dei primi secoli ha sempre permesso ai cristiani di non rinchiudersi, garantendo anche «una migliore visibilità nella repressione».

Pare destinato ad alimentare il dibattito pure l’intervento del teologo ortodosso e saggista Jean-François Colosimo, che invita ad interpretare le attuali repressioni anche nel quadro di una nuova fase di espansione del cristianesimo nel mondo. In quest’inizio di Terzo millennio, la frontiera del cristianesimo è il Pacifico, dopo l’espansione nel Mediterraneo (I millennio) e quella nell’Atlantico (II millennio). Alcuni interventi del volume, poi, citano i primi segnali recenti di attenzione nel mondo musulmano verso le persecuzioni anticristiane. Ma su questo fronte gli interrogativi restano per il momento tutti senza risposta. Quale sarà, ad esempio, l’impatto di testi come il recente “Appello di Parigi” sottoscritto dall’islam ufficiale transalpino? E i migliaia di nuovi martiri del Terzo millennio potranno finire per favorire un confronto più franco e cooperativo fra cristianesimo ed islam?

Di Daniele Zappalà per Avvenire

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