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Cosa c’è in comune tra le offese di Tavecchio e le tombe italiane profanate in Libia

Cosa c’è in comune tra le offese di Tavecchio e le tombe italiane profanate in LibiaDue notizie lontane nello spazio ma affini nel contenuto meritano delle parole.

La prima è Tavecchio, che l’anno scorso chiamò gli extracomunitari “mangiabanane” e che adesso ci ricade. Prima dice di non aver nulla contro gli ebrei – anzi ebreacci – ma “meglio tenerli a bada” e poi finisce col prendere le distanze dagli omosessuali: “teneteli lontano da me, io sono normalissimo”.

La seconda è la nuova devastazione di tombe italiane (cattoliche, ma sarebbe lo stesso) a Tripoli.

Cosa unisce – dentro di me – l’illustre esponente della Federcalcio e la Libia?

L’aria.

Una gran brutta aria.

Ogni offesa fatta all’uomo, ebreo, di colore, cristiano, mussulmano, bianco, giovane, vecchio, omosessuale, vegano, vivo o morto, è un’offesa che annulla le distanze. Ogni offesa fatta ad un uomo e ai suoi simboli, ai suoi riti, a ciò che nasce con lui o che muore con lui, è un offesa fatta ad ogni uomo, a tutti.

Queste due notizie meritano delle parole perché la loro offesa nasce dalle parole e genera delle parole.

“Mangiabanane”, “ebreacci”, “omosessuali da tenere lontani,” sono parole. Come sono parole i nomi e i cognomi italiani – ottomila nostri nomi e cognomi – che raccontano la bellezza di chi ricorda, e quindi ama, dei morti lontani. Nomi e cognomi che raccontano un passato di guerre da cui non impariamo nulla.
Stiamo attenti alle parole, in negativo e in positivo. Le parole non sono mai solo i vestiti dei concetti e delle idee, cioè non sono solo l’invenzione dell’uomo per rendere visibili i pensieri. Se scavi nelle parole, dentro ci trovi le vite. Persone omosessuali, persone ebree, persone cadute di guerra, parenti che ricordano. Sono loro quelle parole. E offendere le parole che li raccontano con altre parole – fosse anche “solo con delle parole” – è ferire delle vite.

Non sono solo parole rovinate e rubate. È violenza. Le mazzate si danno anche con le parole.

Per questo le voglio ornare con parole, con queste mie povere parole. Voglio provare ad ornare con parole delle parole. Perché, così come le parole che dicono offesa, offendono; allo stesso modo le parole che riconoscono le ferite e le denunciano, dicono speranza e danno speranza. E ciascuno di noi sa quanto ne abbiamo bisogno.

Di Don Mauro Leonardi

Articolo tratto da L’Huffingtonpost


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