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Consigli pratici per l’accoglienza ai profughi

La Compilazione di Assisi volendo illustrare un episodio dell’umiltà e carità del Santo d’Assisi narra che «essendo tornato un giorno il beato Francesco alla Porziuncola, vi trovò frate Giacomo il semplice, in compagnia di un lebbroso sfigurato dalle ulceri, capitato là quello stesso giorno. […]

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Il beato Francesco si rivolse a frate Giacomo con tono di rimprovero: “Non dovresti condurre qui i fratelli cristiani, poiché non è conveniente per te né´ per loro”. Il beato Francesco chiamava fratelli cristiani i lebbrosi. Il padre santo fece questa osservazione perché, pur essendo contento che frate Giacomo aiutasse e servisse i lebbrosi, non voleva però che facesse uscire dal lazzaretto i più piagati. In più, frate Giacomo era molto semplice e spesso andava alla chiesa di Santa Maria con qualche lebbroso. Oltre tutto la gente ha orrore dei lebbrosi coperti di piaghe».

Quanto scritto mostra che la misericordia dell’Assisiate verso i lebbrosi implicasse anche delle norme pratiche di comportamento; è con questa consapevolezza che si riporta di seguito quanto Jean-Marie Carrière del Jesuit Refugee Service di Francia offre come indicazioni basilari per l’accoglienza degli immigrati.

In molti Paesi europei si osserva uno straordinario slancio di solidarietà per accogliere gli uomini, le donne, i bambini e le famiglie che arrivano in Europa per chiedere asilo e protezione. La metà di essi viene dalla Siria, l’altra metà da Paesi come Eritrea, Somalia e Afghanistan. L’accoglienza offerta loro mostra quanto l’appello di Papa Francesco sia stato ascoltato e messo in pratica. Molte persone si sono offerte di accogliere i profughi, come pure molte parrocchie o comunità. Che cosa occorre fare perché questa accoglienza vada bene, sia per quanti accolgono sia per quanti vengono accolti? La rete «Welcome» di Jesuit Refugee Service (Jrs) Francia, sulla base di una lunga esperienza, ci propone cinque consigli pratici.

Certamente il primo obiettivo dell’accoglienza è in concreto di dare un alloggio ai richiedenti asilo. Anzitutto, si tratta di accoglienza, perciò si cercherà di creare rapporti sociali e di amicizia tra i profughi e le famiglie che li accolgono. Offrire un alloggio è uno dei modi per farlo. L’accoglienza dei profughi può però anche avvenire per un tempo delimitato, come un pasto o un fine settimana, oppure organizzando momenti di convivialità, come una partita di calcio o una serata danzante. La permanenza in una famiglia è sempre di breve durata: un mese in media, e un profugo può essere accolto a turno da diverse famiglie. Le persone accolte, che hanno tutte presentato una richiesta di asilo e hanno dunque i documenti in regola, restano così vari mesi all’interno di una rete, mentre attendono di essere ospitate in un centro di accoglienza dello Stato. Le famiglie poi restano spesso in contatto con il profugo che hanno accolto, e spesso lo rinvitano per un pranzo o per un breve soggiorno nella loro casa vacanza.

L’esperienza dimostra che un cuore generoso lo è ancor di più quando ciò che gli si chiede è ragionevole. All’inizio, si potrebbe pensare di far cenare ogni sera il profugo con la famiglia che lo ospita. Ma è meglio riflettere bene su questa idea, perché potrebbe rivelarsi troppo gravosa per alcune famiglie, e non sarebbe più necessariamente un buon servizio che si rende ai profughi. Questi sono spesso iscritti ad associazioni che distribuiscono pasti gratuiti, e se non vi si recano perché mangiano nelle famiglie, vengono cancellati dalle liste ed è poi difficile reinserirli. Il consiglio è dunque che l’ospite ceni con la famiglia una o due volte a settimana. E tutto ciò deve essere chiaramente stabilito fin dall’inizio perché l’accoglienza avvenga in un quadro ben definito. Parimenti, le famiglie ospitanti devono fissare subito gli orari nei quali i profughi rientrano a casa la sera ed escono la mattina, se vengono lasciate loro le chiavi o se suonano al loro arrivo.

Uno dei punti chiave del sistema è che l’accoglienza è del tutto gratuita. Non si deve assolutamente chiedere un compenso finanziario alla persona ospitata, e non deve chiederlo neppure l’associazione o l’organizzazione che affida la persona a una famiglia o a una comunità. E non bisogna neanche chiedere alla persona accolta di effettuare un qualsivoglia lavoro in cambio dell’ospitalità. Il che naturalmente non esclude la sua partecipazione alle faccende domestiche come qualsiasi altro membro della famiglia, o dare una mano in giardino, se occorre.

Inoltre vanno evitate curiosità fuori luogo. Non bisogna fare domande dirette o indiscrete su argomenti che possono risultare dolorosi per il profugo accolto, o che potrebbero ricordare un interrogatorio amministrativo o della polizia. Quando richiedono asilo, ai profughi vengono poste molte domande, le stesse o quasi che vengono riformulate loro nelle associazioni. Ciò ravviva il ricordo di fatti molto dolorosi, come la decisione di lasciare il proprio Paese, o i pericoli e i rischi corsi durante il viaggio. Certo, le persone che li accolgono potrebbero volerli far parlare del loro percorso, per curiosità amichevole, o anche “per sapere”.

Bisogna capire che ciò può rivelarsi molto dannoso per la persona accolta. Si conosce meglio l’altro quando si simpatizza con lui piuttosto che quando si cerca di sapere cose su di lui. È molto più fraterno cercare di avere conversazioni “naturali” e si raccomanda di aspettare il momento in cui, una volta creatasi un’amicizia, il profugo, se lo desidera, parlerà lui stesso del suo passato.

Occorrono poi dei “tutori” che veglino. Non è auspicabile che una famiglia o una persona si lanci da sola in un’accoglienza. È molto importante essere inseriti in una rete, come quella parrocchiale. Per tutta l’esperienza dell’accoglienza è necessario vegliare per vedere se tutto si sta svolgendo bene. Una famiglia che esprime il desiderio di offrire accoglienza deve innanzitutto ricevere la visita di un “coordinatore”. Sarà lui a decidere quale richiedente asilo verrà accolto in quella casa. Di fatto non si può inviare lo stesso tipo di rifugiato a casa di un generale in pensione che vive con la moglie in un grande appartamento del centro città o a casa di una giovane coppia con tre figli che vive in periferia. Per esempio, per il problema della lingua, spesso ancora poco conosciuta dai profughi: il generale farà fatica ad accettare di parlare a gesti, mentre sarà molto più facile collocare un profugo che parla molto poco la lingua del posto in una famiglia con dei bambini: questi ultimi gli insegneranno in poco tempo a parlarla.

Inoltre, durante l’accoglienza, è molto utile che un “tutore” o una “tutrice” incontrino regolarmente (all’inizio ogni settimana) la persona ospitata per vedere se va tutto bene. A volte possono nascere problemi legati a differenze culturali. Parlarne con il tutore aiuta molto la famiglia o la comunità. Un esempio: se la persona ospitata rutta a tavola, perché nel suo Paese è un segno di soddisfazione o di ringraziamento, i bambini possono turbarsi e i genitori sentirsi a disagio. È più facile che sia il tutore a dire al profugo che nella nostra cultura non si fa.

Va poi tenuto conto che l’offerta di accoglienza, in un primo tempo, deve essere fatta solo a singolirichiedenti asilo. L’accoglienza di una famiglia è molto più complessa, e occorre fare molta attenzione al modo in cui si può e si deve organizzare. Spesso le famiglie hanno la priorità nei servizi offerti dallo Stato o da grandi organizzazioni, che hanno i mezzi e la competenza per farlo.

Nel caso in cui una parrocchia voglia offrire accoglienza a una o due famiglie (non di più) la cosa migliore è pensare a un appartamento o a un alloggio disponibile. Si rispetterà così l’intimità della famiglia accolta, che ne ha grande bisogno. Ma non bisogna neppure lasciarla sola nel suo alloggio; i consigli dati in precedenza sulla convivialità, il quadro, la durata (occorre cercare sempre attivamente per la famiglia una struttura pubblica) la curiosità, il tutoraggio, devono essere tenuti presenti anche in questo caso. Una particolare attenzione rivolta ai bambini, ai loro bisogni, in particolare in termini d’istruzione scolastica, potrebbe contribuire molto ad arricchire l’accoglienza.

Nel progetto «Welcome» di Jrs Francia non si possono accogliere famiglie, perché quando ci sono dei bambini, che vanno a scuola, non si può far cambiare loro famiglia ogni mese. E non tutti sono in grado di accogliere una coppia. Ma per quanto riguarda il profilo dei richiedenti asilo, che vengono da Jrs attraverso associazioni come la Caritas, non si fanno distinzioni: uomini o donne, profughi che sono fuggiti dalla guerra o dalla miseria, cristiani o musulmani. Non importa.

L’accoglienza dei profughi testimonia in modo profondo il valore evangelico centrale del gesto dell’ospitalità che sta al centro dell’appello di Papa Francesco. Come dicono i nostri amici in Ungheria, Hospes venit, Christus venit (“Un ospite viene, è Cristo che viene”). Ricevere è una gioia grande e profonda: ricevere anche nel senso che colui che accoglie riceverà molto da colui che viene accolto. Per questo motivo si suggerisce alle parrocchie e alle comunità che accolgono questi profughi di tenerli costantemente e fraternamente presenti nelle loro preghiere.

Redazione Papaboys (Fonte L’Osservatore Romano/Jean-Marie Carrière)

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