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Come vivere la Messa, e la parrocchia, in questo nuovo tempo di restrizioni

È vicinanza la parola d’ordine che nelle parrocchie italiane accompagna queste settimane in cui la pandemia divide il Paese in zone a rischio. La seconda ondata di contagi – srive Giacomo Gambassi su Avvenire edizione on line – sta modificando l’agenda delle comunità ma non è certamente un segnale di ritirata.

Anzi, le diocesi e le parrocchie restano “aperte” in questo «tempo di prova», come viene definito dai vescovi. L’emergenza coronavirus non ferma le Messe comunitarie che, ha chiarito la Cei, continuano nel rispetto delle disposizioni anti-Covid. Ecco perché rappresenta un’eccezione la decisione del vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, nel Piemonte area rossa, di sospendere per due settimane le celebrazioni con il popolo, d’intesa con la Chiesa valdese. 

Oltre 400 sacerdoti morti a causa del Coronavirus
Oltre 500 sacerdoti morti a causa del Coronavirus (Foto Max)

Caso unico nel panorama nazionale che il presule considera un «sacrificio grande» per «contribuire a un bene comune, il contenimento del contagio», scrive in una lettera, e che può anche «scandalizzare le persone più sensibili». Certo, aggiunge, tutto ciò «non significa interrompere la pratica della carità fraterna continuando a impegnarci come cristiani nella solidarietà, nell’ascolto, nel seguire le persone che attraversano la dimensione della malattia e del lutto». Accanto all’Eucaristia, è l’altro grande fronte d’azione ecclesiale al tempo del coronavirus: l’attenzione alle fragilità e alle povertà.

La carità per essere vicino alla gente. 

Le comunità moltiplicano gli sforzi. Lo evidenziano i vescovi della Basilicata ringraziando centri d’ascolto e Caritas che «non hanno fatto mancare la loro disponibilità perché tanti potessero essere accolti e sostenuti in un momento così faticoso». La diocesi di Andria racconta che, «nonostante il Covid stia mettendo in difficoltà la rete di solidarietà, la stessa non si arresta e prosegue a svolgere la sua opera con la consapevolezza che ora più che mai c’è bisogno di non abbandonare i soggetti più deboli»: da chi ha perso il lavoro a chi fatica a comprare un medicinale, dai migranti agli emarginati. Il tutto seguendo «scrupolosamente le indicazioni» di sicurezza.

Leggi l’articolo completo su Avvenire on line

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