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Come guardiamo ai gay? Dopo Orlando un esame di coscienza

Come guardiamo ai gay? Dopo Orlando un esame di coscienzaEddie Justice, trenta anni, sabato sera si trovava al Pulse di Orlando, il locale gay dove un ragazzo come lui ha ucciso cinquanta coetanei e ne ha feriti altri cinquanta tre, alcuni gravemente. Eddi, poco dopo le due del mattino, sentiti gli spari all’interno del locale, prova a rifugiarsi nel bagno delle donne e da lì inizia a mandare messaggi alla madre: «Mamma, ti voglio bene. Nel locale stanno sparando. Sono intrappolato nel bagno». La donna risponde frenetica: «Stai bene? Che locale?» Lui risponde telegrafico e disperato: «Pulse». «In centro». «Chiama la polizia». «Sto per morire». La donna chiama la polizia, si precipita al Pulse e da lì continua lo scambio di messaggi con il figlio Eddie: «Quale bagno?». Eddie scrive ancora: «Ci ha preso». «È nel bagno con noi». «Nel bagno delle donne». È l’ultimo testo inviato alla madre.

Se riuscissimo a vederci per quello che abbiamo in comune e non per quello che ci differenzia, scopriremmo che questo non è il dialogo di un gay ma quello di un figlio che parla con la mamma. Se vedessimo un uomo, un figlio, un amico, se dessimo un nome alle persone e non solo alle nostre paure, forse le cose cambierebbero.

Da oggi passa anche da Eddie e da Orlando, la linea sottile ma inflessibile che segna la differenza tra chi rispetta l’uomo e chi non lo rispetta. Verrebbe voglia di parlare di Omar Mateen che spara all’impazzata in un locale gay uccidendo e uccidendo finché non rimane ucciso, e verrebbe voglia di scrivere che incarna alla perfezione il dettame del Corano contro le persone omosessuali ma preferisco il tanto famoso “chi sono io per giudicare?” pronunciato da Papa Francesco di ritorno da Rio a proposito delle persone omosessuali. Frase non casuale, ripetuta quasi letteralmente molte volte. Me ne vengono in mente due recenti: Il nome di Dio è misericordia dove dice che “le persone omosessuali vanno trattate con delicatezza e non si devono emarginare”; e Amoris Laetitia 276: “ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare «ogni marchio di ingiusta discriminazione»”.

Sono parole che vorrei fossero il mio curriculum vitae, il mio ritratto: amore senza confini per ogni persona senza eccezioni. Ogni persona rispettata nella sua dignità, accolta con rispetto, nessun marchio, nessuna aggressione e violenza.

La malattia che non si sa come curare è quella che non si sa come nasce. Come avviene che un uomo, un ragazzo di ventinove anni, bracca uno a uno dei ragazzi come lui, li stana nei bagni in cui si sono nascosti e ne uccide cinquanta? Ci sono tante spiegazioni e una le attraversa tutte: la mancanza di rispetto. Parafrasando Amoris Laetitia 133 si tratta di irridere sistematicamente le tre parole che lo esprimono e lo coniugano tutti i giorni tutto il giorno: permesso, grazie, scusa. Può sembrare poco, così poco. Ma è la chiave di volta di tutto.

Di Don Mauro Leonardi

Articolo tratto da FaroDiRoma


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