Cercando Dio nel cyberspazio

Benedetto XVI con il tabletA chi appartiene il copyright per l’idea del tablet? Senza dubbio ai discendenti di Mosè, perché tutto un popolo vide il Condottiero scendere dal Sinai con i primi due tablet della storia, magari non al top quanto a maneggevolezza, ma insuperabili per importanza.

Con simili arguzie, alternando il serio con il faceto, Craig Detweiler, teologo e docente di Comunicazione che dice di «amare Dio e di essere attaccato all’iPhone», conduce iGods. Come la tecnologia forma la nostra vita spirituale e sociale (Grand Rapids, 2013). Ed è solo uno dei molti autori che, recentemente, in area anglo-americana, si impegnano nell’esplorare, più o meno profondamente, la frontiera del rapporto tra religione e nuovi media.

Era il 12 dicembre 2012 quando a Benedetto XVI piacque compiere il fatidico gesto di digitare il primo tweet. L’immagine del papa che cautamente avvicina l’indice verso il touchscreen, affiancato da un paio di adolescenti sorridenti, si diffuse in ogni dove con la velocità di un clic e fu un segno epocale.

A proseguire speditamente il cammino non ha esitato papa Francesco, con il suo generoso “prestare la faccia” per gli auto-scatti di molti fedeli e con il suo messaggio, via iPhone, recapitato al congresso americano dei pentecostali nello scorso febbraio.

Cercando Dio nel cyberspazio

Certo non sono solo rose tra religione e new media, perché, come avverte il menzionato iGods da cui siamo partiti, se ci sono margini per equiparare Mosè all’inventore del tablet, purtroppo le file di persone fuori dall’Apple store per accaparrarsi l’ultimo modello somigliano preoccupantemente alla calca danzante davanti al vitello d’oro. E il titolo iGods indica proprio il pericoloso potere delle “cose tecnologiche” di assurgere a idoli, nonché la loro insidiosa malizia di mettere l’io (la “i” dell’iPhone, dell’iPad, ecc.) davanti a tutto e a tutti e diventare così idolo di se stessi.

A tradurre la storia della salvezza come una lunga comunicazione tra Dio e l’essere umano aveva insegnato l’Istruzione pastorale Communio et Progressio già nel 1971, denominando Cristo come «il perfetto Comunicatore» e leggendo l’esito del peccato di Adamo come un’inibizione «nella facoltà di comunicare».

A portare avanti l’impresa ci prova adesso Andrew Byers con il suo TheoMedia. I media di Dio (Cambridge 2014). Nel suo affresco, la creazione stessa «può essere compresa come un medium divino»; gli esseri umani sono letteralmente «immagini» del Creatore; il Serpente che «ri-trasmette» subdolamente la parola di Dio è l’emblema del «medium fazioso ed ingannatore»; il peccato consiste «nell’aver dato ascolto ad altri canali» e la sua conseguenza è «la perdita della comunicazione» con Dio.

Un Antico Testamento imbevuto di eventi media-correlati, prosegue Byers, come le ierofanie o i simboli del Tempio e del Tabernacolo è interrotto infine dalla breaking news più sconvolgente della storia: l’avvento del Messia, «il TheoMedium compiuto», che crea la Chiesa «TheoMedium presente».

Al di là di simili suggestioni anche simpatiche è da chiedersi se emerga in queste pubblicazioni di madrelingua inglese una riflessione teologica profonda sul tema. L’interrogativo è ben posto da Derek Schuurman in Formare un mondo digitale. Fede, cultura e computer technology (InterVarsity, 2013): «Tertulliano un tempo pose il quesito: cosa ha a che fare Atene con Gerusalemme? Oggi dobbiamo chiedere: cosa ha a che fare Silicon Valley con la fede cristiana? In breve: cosa c’entrano i bit con il cristianesimo?».

La domanda è senza dubbio ben formulata e risuona similmente in Godwired (Connessi con Dio) di Rachel Wagner, Twitta se ami Gesù (New York) di Elizabeth Drescher, Dal Giardino alla Città (Grand Rapids) di John Dyer (tutti del 2011) e in diversi altri libri. È la risposta, purtroppo, che non va oltre uno schema non proprio inedito: tra le enormi potenzialità e le malefiche tentazioni di Internet &Co., tutto dipende infine dall’uso che se ne fa.

Si distingue dal gruppo, per il suo taglio storico, l’accurata ricerca Digital Religion. Capire la pratica religiosa nei mondi dei nuovi media (New York, 2013). La curatrice del volume, Heidi Campbell, docente di Comunicazione presso l’Università del Texas, nella sua ampia ricostruzione, ci informa che la prima chiesa del cyber-spazio nacque nel 1992 ad opera dei Presbiteriani americani (www.godweb.org) e che nel 1996 un’indagine del Time contava già alcune decine di siti religiosi tra comunità che hanno visto giorni più floridi (fedeli di Thor, zoroastriani …), opportunità di cyber-proselitismo (ad esempio il sito www.christdesert.org del Monastero di Cristo nel deserto) e pratiche innovative quali il Virtual Memorial Garden, cimitero virtuale per persone ed animali.

Nel 1997 il Dalai Lama dal Monastero di New York celebrò un rito per santificare i luoghi del cyber-spazio ove si tentano pratiche buddiste on line, come il shanga e il dharma combat.

Quindi fu la volta dei siti di pellegrinaggio come Virtual Jerusalem e Lourdes-France. Con il nuovo millennio c’è stata la deflagrazione e tra un Jesus.com con pagina Facebook, un Buddha che twitta e le varie app che indicano in quale direzione si trova La Mecca, pur rimanendo nei confini dei siti non satirici o offensivi, è pressoché impossibile contenere e studiare dettagliatamente l’evoluzione del fenomeno.

Tuttavia, come conclude Campbell, i milioni di utenti su Godtube.com, versione cristiana di YouTube, e Millat Fb, alternativa musulmana di Facebook, aperto anche alle persone miti (sweet) di tutte le religioni, dimostrano che per comprendere pienamente la religiosità contemporanea occorre considerare il mondo estremamente variegato delle pratiche religiose on line. I Centri di ricerca per Media e Religione delle università del Texas, del Colorado e di New York sono stati fondati a tal fine.

A motivo della giovinezza dell’area di ricerca e della fluidità del fenomeno da indagare, tuttavia, di punti fermi non ce ne sono ancora molti. Uno di questi, senza troppe distanze geografiche, lo addita padre Antonio Spadaro che, sia in teoria (con i testi Cybertelogia, Twitter theology e Cybergrace) sia in pratica (con il sito www.cybertelogia.it), dimostra di essere uno dei massimi esperti del settore. Commentando nel suo sito un libro sul tema che recava come sottotitolo Cercando Dio nei posti sbagliati, con lo stile immediato ed essenziale di un post e in pieno spirito ignaziano ribatteva: «No! La tecnologia è un buon posto per cercare e trovare Dio» (post del 3/12/2011). Pur nella nube delle debite preoccupazioni, sembra proprio lo spirito giusto per affrontare la questione del rapporto tra religione e nuovi media.

Di Andrea Vaccaro per Avvenire

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