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IL CASO/L’isis, quelle bambine abusate e la guerra che abbiamo perduto

IL CASO/L’isis, quelle bambine abusate e la guerra che abbiamo perdutoLa guerra che l’Isis ci ha dichiarato, si può vincere senza sganciare le bombe? Sì, se capiamo che non è la guerra che dicono loro ma quella di dare il giusto nome alle cose. Così, scrivere un articolo, conversare durante una pizza tra amici, parlare con un figlio tornato dalla discoteca, commentare le notizie in una sala di attesa, diventano tutte trincea, prima linea. Sono momenti in cui la parola scambiata è un ponte che collega, unisce, incontra. Se un uomo di cinquant’anni si sposa con una bambina di sei, chi di noi non chiamerebbe questa cosa pedofilia? eppure se l’uomo si chiama Maometto e la bambina Aisha (che forse di anni ne aveva nove) quella parola non si dice. Parlo delle notizie di questi giorni che riguardano l’Isis, riguardano i rapimenti di donne e bambine, riguardano la violenza sessuale. Leggo e trovo che si sta, giustamente, molto attenti a scrivere bene le sigle, e i nomi propri. Ma poi, quando si parla dei sequestri, si scrive che hanno rapito “donne dagli otto ai sessant’anni”? L’avete mai vista una donna di otto anni? Il punto è che quelli dell’Isis fanno letteralmente ciò che fece il profeta millecinquecento anni prima. Ma questo non si può dire. È duro da dire. Troppo forte. Capisco. Ma non perché sia politically uncorrect ma perché è abominevole. La pedofilia è orrore sempre e ovunque, sia in “quei paesi là” che nelle nostre case. Perché il bambino è l’indifeso per eccellenza e se una consuetudine culturale lo offende, bisogna cambiare la consuetudine, dire che è sbagliata e che non è cultura. Non me la sento di fare distinguo culturali, religiosi, biologici, di fronte ad una bambina venduta come schiava sessuale. Non è giusto perché non è umano. Quando citiamo una frase del Corano, quando citiamo un passo del Vangelo, quando uno dei nostri figli scrive sul diario una frase di Marx, Nietzche, Hitler, Fidel Castro, dovremmo dirgli che il cuore di un messaggio non è la logica ma il cuore di chi l’ha detto. Anche noi adulti ci scherziamo su questa cosa: se litighiamo con un signore e ci scappa una parola di troppo diciamo “non ho detto che lei è stupido, ho detto che ha detto una stupidata”. E questa è una sciocchezza perché, alla lunga, chi dice stupidate è uno stupido. Un messaggio è anche sempre il suo messaggero. Un messaggio ha una vita che è quella di chi l’ha pronunciata. Un messaggio non è mai solo una frase detta, scritta, tramandata. La vita di chi citiamo, la vita di chi seguiamo, la vita di chi parliamo, la vita di chi cerchiamo di capire, ci deve interessare perché ha molto da dirci. “Ti amo” è la frase più pronunciata al mondo. Diventa speciale se ce la dice chi amiamo. Diventa un incubo se ce la dice un pazzo che ci perseguita. Non ascoltiamo mai solo una frase ma guardiamo un volto, abbiamo in mente una storia, un sentimento, una relazione. Ogni parola che ascoltiamo, per cui viviamo, ha un nome.

Ci muove il cuore. Ci parla il cuore. Il cuore ci apre bocca e orecchie. Può sembrare sentimentale ma invece è umano. Semplicemente umano. Se allora sentiamo che “donna” e “otto anni” sono due cose che assieme non vanno bene, allora ascoltiamo quello che sentiamo. E poi torniamo ad ascoltare le storie di guerra dell’Isis e cominciamo a scrivere bene e a parlare bene. E se un signore di cinquant’anni si sposa con una bimba di sei anni (o forse nove) chiamiamo questa cosa con il nome proprio. Che è pedofilia. E a dire che la cultura e la storia e le tradizioni degli antichi non c’entrano nulla.

Di Don Mauro Leonardi

L’articolo originale è pubblicato su: ilsussidiario.net

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