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Caritas Roma: l’11% dei rifugiati ha disturbi psichici causati da violenze e torture

imageINDAGINE – Circa l’11% di rifugiati e richiedenti asilo e il 10% di quella parte di immigrati che vivono in condizione di marginalità sociale può presentare un “Disturbo da stress post-traumatico”.

E’ quanto emerge dal rapporto, presentato oggi a Roma, sul progetto “Ferite Invisibili” che la Caritas di Roma ha attivato nel 2005 per curare migranti vittime di violenze intenzionali. In 9 anni sono stati curati 254 pazienti (204 uomini e 50 donne) ed effettuato 3.630 colloqui psicoterapici: si tratta di migranti che hanno sofferto violenze o torture, cui spesso si sono accompagnate esperienze traumatiche legate ai difficili percorsi migratori. Nell’ultimo anno sono stati seguiti 36 pazienti, di cui 21 nuovi, ed effettuate 400 sedute terapeutiche.

Oggi la maggioranza dei pazienti proviene da Afghanistan, Mali e Senegal. Dal 2011 al 2013 sono stati prevalenti coloro che provenivano da Costa D’Avorio, seguiti da Afghanistan, Camerun e Senegal. Durante un convegno in corso oggi presso le Case famiglia di Villa Glori, struttura della Caritas di Roma per malati di Aids, è stato presentato anche il libro “Quando le ferite sono invisibili. Vittime di tortura e di violenza: strategie di cura”. Secondo la letteratura scientifica internazionale e le indagini condotte dai ricercatori della Caritas di Roma, la presenza del Disturbo da stress post-traumatico (Ptsd) è presente tra il 9% e il 50% nei rifugiati e richiedenti asilo, a seconda del tipo di campione studiato. La prevalenza ovviamente è molto più alta se le persone sono detenute in posti come i Cie.

Tra i migranti che vivono in condizione di fragilità sociale e giuridica-amministrativa in sei casi su dieci vi è una presenza di gravi traumi pre-migratori in cui gli eventi più frequenti sono: “deprivazione materiale”, “scomparsa, morte o ferimento di persone care”, “lesioni corporee”, “condizioni di guerra”, “essere testimone di violenze sugli altri”, “tortura” e “isolamento forzato e coercizione”. Allo stesso tempo, nel 73% dei casi, si riscontrano gravi difficoltà di vita post-migratorie con le problematiche più frequenti che risultano: “mancanza del permesso di lavoro”, “povertà”, “non esser riusciti a trovare lavoro”, “impossibilità di tornare a casa in caso di emergenza”, “preoccupazione per la famiglia rimasta a casa”. “Oggi sappiamo che i traumi sono tragedie, ma non solo tragedie – sostiene Marco Mazzetti, psichiatra e coordinatore scientifico del Progetto -. La letteratura scientifica e la nostra esperienza clinica ci hanno insegnato che sono anche occasioni di crescita personale, esistenziale”. Fonte: Agensir

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