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Card. Sandri dal primo maggio in Iraq: ridare speranza ai cristiani

Card. Sandri dal primo maggio in Iraq: ridare speranza ai cristianiDal primo al 5 maggio il card. Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, si recherà in Iraq per portare la benedizione del Papa nonché l’incoraggiamento alle autorità di quel Paese per quanto stanno facendo a sostegno dei cristiani e delle altre minoranze religiose, sottoposte a dura persecuzione. La prima tappa del viaggio sarà la capitale Baghdad, dove celebrerà, nella cattedrale caldea la divina liturgia, e dove incontrerà i rifugiati ospiti di alcune istituzioni ecclesiastiche. Si trasferirà poi a Erbil, nel Kurdistan iracheno, e ad Ankawa, dove risiedono gli sfollati cristiani della piana di Ninive, fuggiti agli attacchi dell’Is. Oggi pomeriggio il cardinale Sandri è a Bari per l’inaugurazione del colloquio internazionale organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, dal titolo “Cristiani in Medio Oriente: quale futuro?”. Francesca Sabatinelli lo ha intervistato:

R. – Credo che il titolo di questa riunione ci dia un po’ il profondo senso della domanda che ci fanno i cristiani: quale futuro per loro in questa area del mondo? Con questo ritmo di persecuzione e di dolore molti si pongono questa domanda: “Ma riusciremo a sopravvivere?”. Saranno i cristiani l’elemento di equilibrio? Pur essendo un piccolo gregge, riusciranno a dare quel sale di cui c’è bisogno in tutti i Paesi del Medio Oriente? Ed ecco la risposta, che per me è certa: potranno rimanere e rimarranno! E saranno un vero tesoro per tutti i nostri fratelli musulmani e di altre religioni, che vivono nel Medio Oriente e in Oriente in generale. Questa riunione di Sant’Egidio a Bari e poi il mio prossimo viaggio in Iraq, li vedo sotto la luce esattamente del futuro, però di un futuro di ricostruzione, di ritorno biblico, perché i cristiani continuino ad essere il sale che può dare un senso di equilibrio, di amicizia, di partecipazione a tutte le comunità del Medio Oriente.

D. – C’è, però, il dovere di mettere materialmente fine alle sofferenze dei cristiani…

R. – Sì, certamente. La Chiesa, innanzitutto, lo ricorda continuamente attraverso la voce di Papa Francesco, attraverso la voce di tutti i nostri fratelli dell’Occidente. Questo è un continuo agire della Chiesa cattolica, un agire non solo con la parola, ma con la solidarietà di fronte a questa catastrofe umanitaria. Vediamo come attraverso Cor Unum, attraverso la Caritas Internationalis, la Chiesa cerchi di agire: parola e azione da parte della Chiesa cattolica, specialmente nell’istanza di Papa Francesco, incessantemente al servizio della denuncia di questi fatti gravissimi. C’è poi la responsabilità delle nazioni, di quelli che possono fare o avere un influsso per fermare questa violenza. Poi c’è il dovere di tutte le altre religioni di educare i fedeli a trovare nella propria fede religiosa uno stimolo al dialogo, alla cooperazione, al servizio per gli altri e non all’odio. E mai, assolutamente mai, che sia questa violenza provocata o giustificata dalla fede religiosa.

D. – Quando sottolinea la necessità dell’impegno dei Paesi, intende la responsabilità politica, la responsabilità diplomatica, dell’Occidente?

R. – Sì, è una responsabilità diplomatica. Ci dovrebbero essere tutti gli sviluppi, in certi casi, previsti dal diritto umanitario, quando ci sono delle azioni di interposizione per proteggere le popolazioni che sono a rischio, per proteggere i feriti, gli sfollati. Ci sono diverse forme che si basano sul diritto umanitario, di intervento per dare una protezione umana a tutte queste persone. Io penso, per esempio, alle forze italiane e spagnole che sono in Libano e che stanno alla frontiera con Israele. Ma ci sono tante altre forme che possono essere sviluppate da quelli che hanno il potere di farlo, per attutire le violenze, le sofferenze, soprattutto, cosa che piangiamo tutti, di questi bambini che vivono in questi campi di rifugiati pieni di sofferenza, come sta succedendo in certe zone della Siria, ad esempio. Rimaniamo zitti, non facciamo nulla. Chi può fare queste cose, le dovrebbe fare e non utilizzare la propria potenza o la propria forza per acuire le divisioni, per acuire gli odi, per portare ancora maggiore sofferenza a tutte queste popolazioni.

D. – Lei sarà in Iraq dal primo al 5 maggio, prima a Baghdad e poi ad Erbil nel Kurdistan iracheno, che impronta avrà questo suo viaggio?

R. – Io forse sono un po’ ingenuo, perché vorrei dare al mio viaggio l’impronta di una luce che sorge, di un futuro che deve esistere anche per l’Iraq. E di fatto saranno con me nel Kurdistan le agenzie che aiutano le Chiese orientali e che aiutano tutti (Roaco, Riunione delle opere di aiuto alle Chiese orientali ndr). Vorrei che la presenza di queste agenzie, la mia presenza, fossero una speranza. Forse ci vorrà ancora del tempo, ma vorrei che ci fosse un futuro per l’Iraq e sono sicuro che verrà. Non possono rimanere, infatti, inesaudite tutte le preghiere, da Papa Francesco in poi, che sempre hanno accompagnato questa triste situazione, questo esodo dei cristiani, queste vittime, questi morti in Iraq.

Di Redazione Papaboys fonte: Radio Vaticana

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