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Blasfemia in Pakistan: condanna a morte soltanto per i più vulnerabili?

Shahbaz Bhatti e Shahid Mobeen - CopiaAIUTO ALLA CHIESA CHE SOFFRE – Una televisione accusata di blasfemia. Lo scorso mercoledì, durante un programma mattutino del network nazionale pachistano Geo tv, è stato mostrato il video del matrimonio di un’attrice accompagnato da un canto religioso sulle nozze tra Fatima, figlia di Maometto, ed il califfo Alì.

L’accostamento tra la star, per giunta di dubbia reputazione, e la quartogenita del profeta ha immediatamente scatenato durissime reazioni in tutto il Pakistan. In molti hanno chiesto l’incriminazione per blasfemia dei proprietari della tv e dei produttori del programma, ed il Consiglio sunnita Ittehad ha emesso una fatwa che vieta ai fedeli di guardare il canale, colpevole di aver «ferito i sentimenti di milioni di persone ridicolizzando figure sacre della religione islamica».

Nonostante le immediate scuse dei responsabili dello show, la trasmissione è stata chiusa e i dipendenti licenziati. Tuttavia la risposta delle autorità è sembrata piuttosto blanda, specie in un paese in cui il reato di blasfemia prevede di solito la pena capitale.

«Nessuno si augura una condanna ma è chiaro che ci troviamo di fronte ad un’ennesima ingiustizia – commenta ad Aiuto alla Chiesa che Soffre il professor Shahid Mobeen (nella foto a destra in compagnia di  Shahbaz Bhatti), fondatore dell’Associazione Pakistani Cristiani in Italia e docente della Pontificia Università Lateranense – Innocenti come Asia Bibi e Sawan Masih vengono condannati a morte senza alcuna prova, mentre una delle più importanti televisioni pachistane ottiene clemenza grazie a delle semplici scuse».

Intanto il processo ad Asia Bibi continua a subire rinvii e negli ultimi due mesi l’alta corte di Lahore ha emesso sentenze capitali contro altri tre cristiani: Sawan Masih ed i coniugi Emmanuel e Shagufta Shafqat. Il caso di Masih ha particolarmente colpito la comunità cristiana del Pakistan, perché nel marzo del 2013 la denuncia contro il giovane scatenò il drammatico attacco al quartiere cristiano di Joseph Colony a Lahore. Più di tremila musulmani appiccarono il fuoco a 178 abitazioni, una ventina di negozi e due chiese. Oltre 400 famiglie cristiane sono rimaste senza casa, eppure gli 83 uomini ritenuti colpevoli dell’attacco sono stati tutti rilasciati su cauzione. Sawan invece è stato condannato a morte. «Una tragica beffa per i cristiani pachistani e soprattutto per gli abitanti di Joseph Colony che ancora attendono giustizia».

Il giovane era stato accusato da un suo amico musulmano a seguito di un’accesa discussione riguardante una proprietà immobiliare. «Una prova tangibile di quanto sia semplice usare impropriamente la legge sulla blasfemia per scopi personali», afferma Mobeen denunciando l’aumento della percentuale dei cristiani tra gli accusati di blasfemia: nel 2013 circa il 40%, in un paese in cui la minoranza cristiana rappresenta appena il 2% della popolazione. «Un peggioramento certamente dovuto anche alla scomparsa di Shahbaz Bhatti – continua ricordando l’impegno del ministro per le minoranze ucciso nel marzo 2011 – giacché con la sua morte è venuta a mancare una figura di riferimento nella lotta al genocidio cristiano».

Affinché siano impediti nuovi abusi della legge anti-blasfemia, Mobeen ritiene necessaria una maggiore pressione della comunità internazionale sul governo pachistano. «Ecco perché in seguito alla condanna di Sawan abbiamo lanciato una campagna di raccolta-firme attraverso l’indirizzo email salviamosawanmasih@yahoo.it. Non possiamo restare in silenzio di fronte alle tante ingiustizie subite dai cristiani in Pakistan». di Marta Petrosillo

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