Bassetti ai cattolici: in politica non per dividere ma per unire

Con la prima prolusione del Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, si sono aperti oggi pomeriggio i lavori del Consiglio Episcopale Permanente.

Presidente Cei - card. Gualtiero Bassetti - ANSA

Partendo dalla premessa di una “piena consapevolezza” di vivere in un mondo profondamente cambiato rispetto al passato, in cui sorgono nuove sfide e di conseguenza nuove domande a cui rispondere con coraggio, il Presedente introduce alla nuova questione sociale caratterizzata da almeno tre fattori: “lo sviluppo pervasivo di un nuovo potere tecnico, la crisi dell’umano e dell’umanesimo che è il fondamento della nostra civiltà; la manipolazione sempre più profonda della nostra casa comune, la Terra”.
In soccorso a questo eccezionale cambiamento d’epoca, il messaggio profetico di Papa Francesco: la conversione pastorale ossia l’esercizio della maternità della Chiesa incarnata nella storia e dunque in grado di “parlare i linguaggi della contemporaneità in continuo movimento”. Una dimensione in cui, ricorda il cardinale, Papa Francesco chiama ognuno a fare non solo la propria parte, ma anche a liberare dal clericalismo.
Necessarie “alcune preziose bussole di orientamento” che il porporato identifica in priorità che coniugano sapienza antica e l’attuale magistero pontificio. Prima tra tutte, lo spirito missionario. La Chiesa, spiega il Presidente, è chiamata ad essere al servizio dell’umanità ferità e la prima missione dei cristiani consiste nell’annuncio gioioso del Vangelo, “senza imporre nulla”.
Citando l’Evangelii Gaudium (31) “il sogno missionario di arrivare a tutti”, indica l’obiettivo per la Chiesa italiana: stare tra il popolo “con la semplicità eloquente del Vangelo, senza altra pretesa che darne testimonianza”.
La spiritualità dell’unità è la seconda bussola di orientamento. Una vocazione alla collegialità e al dialogo “tra i vescovi e tutto il corpo della Chiesa”, è espressione del coraggio di confrontarsi e dunque, della capacità di “essere Chiesa solidale e unita nella complessa pluralità”.
Terza priorità citata dal card. Bassetti, la cultura della carità che coincide con la chiamata della Chiesa a contrastare la mentalità dello scarto della paura e della divisione con la cultura della vita e dell’incontro. In riferimento a quanto scritto nella EG( 186-216), il Presidente ricorda che la Chiesa si prefigge “l’inclusione sociale dei poveri” che “hanno un posto privilegiato” nel popolo di Dio.
“La cultura della carità è anche sinonimo della cultura di una vita, che va difesa sempre – afferma il porporato – : sia che si tratti di salvare l’esistenza di un bambino nel grembo materno o di un malato grave; e sia che si tratti di uomo o una donna venduti da un trafficante di carne umana. Noi abbiamo il compito non certo per motivi sociologici o morali di andare verso i poveri per una missione dichiaratamente evangelica”.
E’ in tale contesto che il Presidente della Cei vede in particolare quattro ambiti su cui la Chiesa è chiamata a fare discernimento. Il lavoro, priorità più importante per il Paese e la disoccupazione giovanile la grande emergenza. Bassetti si dice infatti preoccupato di fronte alle cifre descritte dall’Istat: 8 milioni di poveri. Mettendo in luce che i giovani, accanto al lavoro, hanno bisogno della Grazia di Dio, evidenzia come proprio su questi ultimi si giochi la parte più importante della missione della Chiesa. Da qui, l’invito al grande lavoro da fare.
“La Chiesa italiana è una Chiesa di popolo. E questo popolo è costituito da milioni di famiglie, cellula basilare della società italiana”. Con questa frase, il forte invito a guardare alla famiglia in modo concreto, alle sue fragilità in cui scorgere non solo i limiti dell’uomo, ma soprattutto il luogo della Grazia.
Nel mondo contemporaneo, tra le sfide che la famiglia deve affrontare, anche quella che “introduce alla questione antropologica e alla valorizzazione della famiglia tra uomo e donna, aperta ai figli”. “Per questo – prosegue – è necessario recepire con autenticità lo spirito dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia e chiedere alle Istituzioni di elaborare politiche innovative e concrete che riconoscano il fattore famiglia nel sistema fiscale italiano”. Il tema è infatti strettamente connesso al futuro della nazione in quanto “potrebbe avere effetti positivi sul tema della natalità”.






“La Chiesa si è sempre interessata dell’ospitalità del forestiero e del migrante e lo ha sempre fatto per amore perché accogliendo si accoglie Cristo. Lo sguardo profetico di Papa Francesco” – sottolinea il cardinale – ha il merito storico di aver tolto i migranti da quella cappa di omertà in cui erano stati confinati dalla globalizzazione dell’indifferenza e di averli messi al centro della nostra attività pastorale”.
Ecco quindi la necessità di promuovere una pastorale per i migranti il cui significato sia, prima di tutto “difendere la cultura della vita in almeno tre modi: denunciando la tratta degli esseri umani e ogni tipo di traffico sulla pelle dei migranti; salvando le vite umane nel deserto, nei campi e nel mare; deplorando i luoghi indecenti dove troppo spesso vengono ammassate queste persone. I corridoi umanitari, nei quali la Chiesa italiana è impegnata in prima persona, sono, quindi, necessari per dare vita ad una carità concreta che rimane nella legalità”.
“Il primato dell’apertura del cuore al migrante – mette in chiaro il cardinale – ci invita a intensificare la cooperazione e l’aiuto allo sviluppo al Sud del mondo, per far risorgere tra i giovani la speranza di un futuro degno nella propria patria. È una linea su cui si muove da tempo la Cei, sostenendo numerosi progetti di sviluppo e, recentemente, con la campagna Liberi di partire, liberi di restare. Si tratta di un progetto innovativo perché affronta il tema del diritto delle persone a restare nel proprio Paese senza essere costrette a scappare a causa della guerra o della fame.
Accogliere è un primo gesto, ma – ricorda ancora – c’è una responsabilità ulteriore, prolungata nel tempo, con cui misurarsi con prudenza, intelligenza e realismo. Non a caso il Santo Padre, ha ricordato che per affrontare la questione migratoria occorre anche prudenza, integrazione e vicinanza umanitaria. Tale processo va affrontato con grande carità e con altrettanta grande responsabilità salvaguardando i diritti di chi arriva e i diritti di chi accoglie.
Il processo di integrazione richiede, innanzitutto, di fronteggiare, da un punto di vista pastorale e culturale, la diffusione di una cultura della paura e il riemergere drammatico della xenofobia. Come pastori non possiamo non essere vicini alle paure delle famiglie e del popolo. Tuttavia, enfatizzare e alimentare queste paure, non solo non è in alcun modo un comportamento cristiano, ma potrebbe essere la causa di una fratricida guerra tra i poveri nelle nostre periferie. Un’eventualità che va scongiurata in ogni modo.
Infine, alla luce del Vangelo e dell’esperienza di umanità della Chiesa, penso che la costruzione di questo processo di integrazione possa passare anche attraverso il riconoscimento di una nuova cittadinanza, che favorisca la promozione della persona umana e la partecipazione alla vita pubblica di quegli uomini e donne che sono nati in Italia, che parlano la nostra lingua e assumono la nostra memoria storica, con i valori che porta con sé.”
A chiusura del suo discorso, il Presidente della Cei si rivolge ai cattolici: “la politica, come scriveva La Pira, non è una cosa brutta, ma una missione: è un impegno di umanità e santità. La politica come affermava Paolo VI, è una delle più alte forme di carità. Papa Francesco ha più volte auspicato la necessità dei cattolici in politica. Non basta fare proclami. Bisogna promuovere processi concreti nella realtà. I cattolici – conclude il cardinale – hanno una responsabilità altissima verso il Paese. Dobbiamo, perciò, essere capaci di unire l’Italia e non certo di dividerla, il futuro del Paese significa anche rammendare il tessuto sociale dell’Italia con prudenza, pazienza e generosità.




Fonte it.radiovaticana.va

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