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Bambini non nati: grumi di cellule o vita?

Il Presidente della Conferenza Episcopale Statunitense, Mons. Joseph Kurtz, (nella foto) in una immagine scattata davanti a una clinica abortista, mentre prega il Santo Rosario per le vittime dell’aborto. Nel mondo quotidianamente si consuma il genocidio legalizzato contro la vita. Milioni di bambini portati nel grembo delle madri, giudicati dalla legge “grumi di cellule”, sono eliminati in nome della libertà di scelta. Come il vescovo americano, dovremmo avere il coraggio di metterci in ginocchio per scongiurare l’omicidio infantile di cui si macchiano ogni giorni milioni di medici, donne ed ospedali. Di seguito la testimonianza di “Lucia” ragazza quindicenne, che ha deciso di portare avanti la gravidanza: “Ricordo quel giorno di pioggia, freddo, angosciante, la mano tremava nella tasca dove stringevo un test di gravidanza, gli occhi gonfi di lacrime e il cuore di paura. Dentro quella strana sensazione di sentirmi la pancia già piena di “qualcosa”, qualcuno. Camminavo verso casa del mio fidanzato, quel 28 dicembre del 2010 quando scoprii di essere incinta. Fu un attimo e tutto crollò: corpo, mente, progetti. Tra sguardi increduli, gambe tremanti, urla e pianti infiniti. Tutte le aspettative, i sogni, le mille domande si racchiusero in una giornata intera passata abbracciati in un letto, mentre la razionalità mi portava ad una decisione che prevedeva responsabilità dalle quali mi sentivo schiacciare. Un enorme peso mi accompagnò quella sera a casa, quando decisi di dirlo ai miei genitori. Sapevo già, dentro di me, cosa avrebbero riposto. Senza indugio mi confortarono dicendo che tutto ciò che è Vita darebbe stato da loro accettato e accolto come un dono.

Il problema allora divenne un altro: le convinzioni avute fino a quel giorno, le idee, i valori di una vita si frantumarono. Mi imposi quindi di non amare quell’esserino, di far finta che non fosse reale, pensando così che sarebbe stato più semplice per me porre fine alla sua esistenza; annullando cuore, mente e pancia anche alla prima ecografia, quando capii che ciò che non volevo fosse vero aveva un cuoricino che batteva e si muoveva, ma altro non era che un “granello di sangue”. Da lì iniziarono colloqui avvilenti nei consultori fra assistenti sociali e psicologi pronti a dare giudizi su momenti di debolezza portati a farmi pensare che se ero lì davanti a loro non sarei potuta essere una “buona” madre e che era comprensibile alla mia età. Arrivai così, quasi allo scadere del secondo mese in un’aula di tribunale, dove un giudice ascoltava il mio essere inadatta a questa creatura, quanto mi sarebbe stata scomoda e questo lo portò a prendersi la responsabilità di firmare un foglio che mi permetteva di porre “fine” a questo incubo. Andai in ospedale, dove un medico cercava freneticamente un buchino, in quel grosso libro, dove potermi infilare; libro pieno di tante passate e future date di morte di piccoli bambini. Attendevo e intanto non potevo far altro che ricordare il mio primo bacio con D.: rivedermi gli sguardi complici e felici, la gioia nelle poche parole, che erano solo nostre, nell’allegria riflessa nei suoi occhi verdi… E se avesse gli occhi verdi? Quegli stessi occhi che mi hanno fatto innamorare? Volevo davvero far spezzare così tanta felicità dall’odore metallico e fastidioso di una sala d’aspetto di un ospedale? Dissi di sì, anche quando mi proposero il 4 febbraio come data ultima per porre fine a tutte le mie preoccupazioni. Dopo svariate direttive finali, aspettai che quel giorno arrivasse, a conclusione dei tre mesi più lunghi e indimenticabili della mia vita. E arrivò quella mattina, in un lampo.

Non mi sono mai alzata da quel letto, sono rimasta lì, immobile, con le mani ancorate alla pancia, in un nuovo senso di protezione per questo bambino che finalmente riuscivo a sentire mio e ora sapevo che non avrei permesso a nessuno di strapparmelo via con ferri e forbici e di buttarlo insieme ai rifiuti ospedalieri. Era mio e lo volevo! Anche quel giorno, come il primo, il letto fu una fortezza di emozioni, che condivisi abbracciata a chi stava capovolgendo la sua vita insieme alla mia, ma con una consapevolezza diversa, cioè che niente sarebbe andato storto perché, comunque sia, nostro figlio viveva! Dopo sei mesi, il 21 agosto, nacque il nostro bambino e da lì in poi, da tre persone, ne diventammo una. Vedere i suoi occhietti, le sue manine, le sue lacrime, le prime parole insieme ai primi passi; l’entusiasmo di quando ti corre incontro in una grande risata è tuttora il regalo più bello che ogni giorno ci regala. Io avevo 15 anni, D. 18, la nostra vita è stata sconvolta, ma cosa può cambiare per il semplice fatto che c’è una personcina in più che ti vuole bene? Che importanza può avere se c’è l’amore?

Nella località Bardejovska Nova Ves, in Slovacchia, è stato inaugurato il monumento del bambino non nato di un giovane scultore di questo paese: Martin Hudáček. L’artista è di Banska Bystrica, al centro della Slovacchia. Alla cerimonia di inaugurazione ha partecipato il ministro della Salute slovacco, MD. Ivan Uhliarik (l’opera potete ammirarla nella foto qui accanto). Il monumento non solo esprime il rammarico e il pentimento delle madri che hanno abortito, ma anche il perdono e l’amore del bambino non nato verso sua madre. L’idea di realizzare un monumento ai bambini non nati è stata di un gruppo di giovani donne (Movimento di Preghiera delle Mamme), madri che sono consapevoli del valore di ogni vita umana e dei danni che si infliggono, non solo nella perdita irreparabile dei bimbi non nati, ma per il declino permanente della salute mentale (e a volte fisica) di ogni donna che decide, spinta da diverse situazioni, ad abortire suo figlio. In Italia un noto politico italiano dell’estrema sinistra, ha giudicato qualche tempo addietro la costruzione nei cimiteri di uno spazio per i bambini abortiti come qualcosa di incivile e poco rispettoso nei confronti di quelle donne che hanno deciso di non proseguire la gravidanza. Ricordiamo nel rispetto di tutti, chi pratica l’aborto, chi non lo impedisce infrange uno dei comandamenti di Dio: non uccidere. Inoltre non permette la crescita e l’espansione dell’umanità. Per edificare un mondo nuovo è necessario investire sulle nascite che rappresentano il futuro del mondo.

Il diritto alla vita non è questione soggettiva o di necessità. E’ diritto naturale da custodire e incrementare. Quando non si gioisce più per la Vita, ma si utilizza per realizzare i propri interessi, allora c’è qualcosa che non va… A Firenze è stato autorizzato lo spazio per i bambini non nati. Vorrei dire, invece di costruire cimiteri, perchè non proteggiamo con garanzie sociali le giovani coppie, o le donne sole costrette dalle circostanze a praticare l’aborto? In mancanza di questo, preghiamo sui resti trudicidati dei bambini abortiti, che amorevolmente vengono raccolti da tanti bravi volontari e custoditi come monito nei nuovi luoghi di sepoltura della cultura post moderna. Loro che sono angeli del cielo, possano indicarci sempre la strada della Vita. di DonSa

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