Antimafia di facciata, Savagnone: sciacalli dopo Borsellino

Antimafia di facciata, Savagnone: sciacalli dopo BorsellinoFenomeno reale e inquietante

L’allarme sull’antimafia di facciata, lanciato da Lucia e Manfredi Borsellino, alla vigilia dell’anniversario della strage di via D’Amelio, è un allarme fondato. La Sicilia è la terra di Pirandello e qui non sempre quello che appare è la verità. Quale sia il vero volto dell’antimafia oggi è difficile dirlo”. Ad affermarlo è Giuseppe Savagnone, direttore dell’Ufficio per la pastorale della cultura dell’arcidiocesi di Palermo. “Risulta anche a me che autorevoli rappresentanti dell’antimafia locale siano poi in realtà dei ricattatori. Persone, cioè, che si servono degli strumenti ottenuti attraverso queste indagini per ricattare altri uomini politici e fare così carriera. Ed è un fenomeno inquietante”.

Un’amministrazione dedita al clientelismo

La vera antimafia – spiega Savagnone – dovrebbe essere un fatto di coscienza civile. Ma finché su questo terreno continuiamo ad avere un’amministrazione dedita al clientelismo e ai favoritismi particolaristici, come nel caso di Crocetta si verifica e si è verificato ampiamente; finché i giochi di potere sono condotti in modo autoreferenziale, in una classe politica che ha abolito la differenza tra destra e sinistra e si fonda su consorterie che uniscono persone di diversa estrazione ideologica; finché sarà ignorata la dimensione etica e la formazione etica della popolazione, foraggiata invece con strumenti clientelari: posti di lavoro e sussidi; finché le cose andranno avanti così – conclude Savagnone – vedere questi personaggi in prima fila in una fiaccolata o in una manifestazione continuerà a fare ribrezzo e a restare qualcosa di assolutamente inaccetabile“.

Tanti sciacalli dietro a Borsellino

Più di un commentatore ha notato che domenica 19 luglio erano in pochi a via D’Amelio a ricordare Paolo Borsellino e le cinque persone della sua scorta vittime della strage mafiosa di 23 anni fa. “E’ vero – commenta Savagnone – ed è vero anche che le persone che prima partecipavano a questo tipo di commmemorazioni, a cominciare dal sottoscritto, non vanno più perché rischiano di prestarsi a una sceneggiata di facciata che finisce con l’avallare la legittimità di poteri che difatto tradiscono continuamente l’alta coscienza civile di Paolo Borsellino”. “Dobbiamo essere onorati di aver avuto una personalità come la sua in Sicilia. Il problema è che dietro di lui, e ora sulla scia della sua morte, hanno camminato tanti sciacalli che si sono fatti forti di rapporti con lui, che poi molto spesso in realtà neanche avevano, o comunque del suo nome, per giustificare condotte di fatto agli antipodi dello stile di Borsellino”. 

Un grido d’allarme per salvare la Sicilia

Urge una nuova coscienza civile – aggiunge Savagnone – perché la mafia ha il suo terreno di coltura in uno stile e in una mentalità che sono purtroppo diffusi nella cittadinanza. Palermo, al di là di un nucleo di borghesia che discute le questioni politico-amministative in termini di efficienza, è fatta di borgate, luoghi dove ancora si vota in funzione del favore. La mafia non può essere scambiata solo con un discorso criminale di alto livello, ma ha le sue radici in uno stile e una cultura mafiosa che non appartiene solo agli aderenti di Cosa Nostra, ma abbraccia anche gli impiegati degli uffici che non svolgono il loro servizio se non in cambio di un adeguato compenso extra o lo stimolo di una raccomandazione”. “E’ un terreno di coltura che fornisce appoggio e fiancheggiamento alla Cosa Nostra criminale, ma già da solo è una palla al piede che sta trascinando la Sicilia nel Terzo Mondo”. “Di fatto la Sicilia si sta inabissando”, conclude Savagnone. “E questo è un grido di allarme che condividono tanti siciliani, allarmati e angosciati dal loro isolamento, al pari di Lucia Borsellino, in un contesto in cui una frangia di classe dirigente molto ampia si serve di meccanismi clientelari per tenere in ostaggio l’isola. Al vertice dell’amministrazione siciliana ci sono infatti molte persone che non avrebbero il titolo per essere ai vertici di niente”. “Al di là della questione della singola intercettazione, qui il problema è quello di un’amministrazione che non tiene conto del valore della persona e del bene comune”.

Di Fabio Colagrande per Radio Vaticana

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