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‘A Medjugorje ho visto un miracolo…’. Lo racconta un giornalista molto amico di Giovanni Paolo II

Le apparizioni a Medjugorje erano cominciate da sei anni. Un giorno, il direttore del giornale mi convocò all’improvviso, mi raccontò del fratello che era stato in quello sperduto villaggio dell’Erzegovina e ne era tornato scioccato. “Vai a vedere”, mi disse.

Partii subito, ma scelsi il tragitto più lungo: andai a prendere l’aereo a Bergamo, per unirmi a un gruppo di pellegrini per lo più della Brianza. Così, in viaggio, avrei cercato di capire perché quelle persone andassero a Medjugorje, e che cosa pensassero di trovare in un luogo già così discusso, sospetto, dichiarato addirittura proibito ai sacerdoti che arrivavano da fuori.

Avevo letto alcuni studi di sociologia religiosa. Un po’ tutti gli esperti sostenevano che, la grande sete di soprannaturale che si avvertiva in giro, era in rapporto diretto con le paure apocalittiche dell’umanità (c’era ancora il comunismo, c’era sempre il pericolo di una guerra nucleare) e con la crisi delle ideologie, il riflusso, l’entrata in corto circuito della società secolarizzata, consumistica. Ma poi, ascoltando quelle persone in aereo, veniva fuori una realtà molto più semplice e, insieme, molto più profonda. Agli obiettivi spirituali si intrecciavano altre motivazioni, come la richiesta di una grazia corporale, il recupero di un equilibrio interiore dopo un lutto, dopo l’abbandono da parte del marito.

Arrivati a Medjugorje, fu tutta una scoperta. Lo scenario – con la chiesa allora isolata in una conca di terra rossa – non era esattamente di quelli tradizionali; ma, forse proprio per questo, aveva un che di mistico, di sacro, come da tempo non si avvertiva più dalle nostre parti. C’erano anche dei fanatici, e quelli che si suggestionavano al minimo oscuramento del sole, si gettavano a terra, gridavano al miracolo. Ma per il resto si respirava un’aria di grande serenità, e che era il preludio di una autentica esperienza spirituale. Come al momento delle Confessioni all’aperto, i penitenti in ginocchio sulla terra; e poi la Messa in chiesa, tutti pregavano nella propria lingua, eppure si aveva la sensazione che il “suono” fosse unico.

Non per questo, naturalmente, sparivano le perplessità, le considerazioni dettate dalla ragione, i dubbi, gli interrogativi. Per esempio, la singolare coincidenza tra l’inizio delle apparizioni e lo scontro tra i francescani (due dei quali sospesi a divinis) e il vescovo di Mostar, per via dell’assegnazione delle parrocchie al clero secolare. Poi, il fatto che Medjugorje venisse storicamente a rappresentare l’apparizione collettiva più numerosa (sei veggenti, quelli abituali) e più frequente (almeno una volta al giorno, da quel 24 giugno del 1981). E la “rielaborazione” dell’evento che qualche veggente si era messo a fare (come il racconto di Vicka di una visita in Paradiso) o dei messaggi della Vergine (sempre ritoccati dai padri francescani). E lo stesso vescovo di Mostar, giustamente prudente, ma che con i suoi continui divieti aveva finito con l’inasprire gli animi.

Tutto questo, però, non aveva toccato per niente i pellegrini della Brianza. A conferma che, pur con il suo grosso carico di ambiguità, di fanatismo e di superstizione, Medjugorje rappresentava comunque un “segno” che Dio – malgrado la Rivelazione si fosse definitivamente compiuta con Gesù – rimaneva sempre presente nel suo popolo. Quei pellegrini tornavano con dentro una grande pace e una fede più sicura. Qualcuno aveva ripreso a pregare. Qualcun altro ripeteva che adesso questa esperienza andava trasferita nella vita di tutti i giorni. E c’era stato anche un miracolo, diverso da quelli che la Chiesa considera ufficialmente tali, ma che aveva ugualmente cambiato un’esistenza. Matteo, 12 anni, con una protesi al posto della gamba sinistra e i postumi di una grave meningite, aveva scoperto in quei giorni che, oltre all’amore meraviglioso della madre, poteva contare sull’amicizia, sulla solidarietà degli altri. E, questo, non era un miracolo?

Ebbene, da quel pellegrinaggio sono passati quasi trent’anni. E, nel frattempo, che cosa è successo? I francescani sono sempre più padroni di Medjugorje, ormai in preda all’imbarbarimento turistico e al business. Alcuni dei veggenti vanno in giro per il mondo, fanno conferenze pagate, dicono di avere apparizioni nei diversi luoghi dove si trovano, e si inventano incontri con Giovanni Paolo II (il quale invece, di proposito, aveva evitato di ricevere i veggenti). Il flusso dei pellegrini è aumentato incredibilmente, più di un milione l’anno, forse addirittura due, ma sono aumentate anche certe “categorie”: gli integralisti, i morbosi, coloro che vanno lì solo per sentito dire, o per vedere qualcosa di “straordinario”, insomma, quelli delle suggestioni collettive. E comunque, per contro, si sono anche moltiplicati i “frutti” spirituali, i ritorni alla fede, le conversioni, le guarigioni, i cambiamenti di vita, le nuove vocazioni, le testimonianze di carità.

E allora, di fronte a fenomeni come questo, e che coinvolgono inevitabilmente grandi masse, esponendole a possibili manipolazioni, sarebbe forse necessario che la Chiesa stabilisse una prassi, una serie di indicazioni pastorali: in modo da intervenire immediatamente, ma limitandosi a regolare l’aspetto di culto e lasciando alle coscienze libertà di spirito nella retta ricerca. Sì, d’accordo, le apparizioni, seppure approvate in via ufficiale, non aggiungono nulla alla Rivelazione cristiana. Anche per quelle di Fatima e di Lourdes, c’è piena libertà di credere o di non credere. Ma forse si poteva dire qualcosa di più, e con maggiore chiarezza, nella “Dichiarazione di Zara” dei vescovi jugoslavi, e che, pur risalendo al 10 aprile 1991, continua a far testo per Medjugorje: “Sulla base delle indagini finora condotte, non è possibile affermare che si tratti di apparizioni o di rivelazioni soprannaturali”.

Tra breve, finalmente, dovrebbe uscire un pronunciamento della Congregazione per la Dottrina della Fede, sulla base dello studio presentato dalla Commissione-Ruini. “Per il momento si dànno soltanto alcuni orientamenti ai vescovi”, ha detto Francesco ai giornalisti sull’aereo di ritorno da Sarajevo. Poi, tre giorni dopo, senza fare riferimento a Medjugorje ma sembrando a molti che anticipasse in qualche modo il comunicato dell’ex Sant’Offizio, ha pronunciato parole durissime nei confronti dei veggenti e soprattutto del loro protagonismo mediatico. “La Madonna non manda emissari”. E con ironia: “Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle quattro del pomeriggio?”.






Il Papa ha anche espresso un giudizio critico nei riguardi dei fedeli che vanno in cerca di “novità dell’identità cristiana” e di “cose un po’ rare, un po’ speciali”, e ha detto di considerarla una “debolezza della testimonianza evangelica”. Tutto vero, indiscutibilmente vero. Ma la Chiesa dovrebbe anche chiedersi di che cosa, al di là di certi atteggiamenti decisamente discutibili, se non infantili, vadano davvero in cerca questi cristiani. Chiedersi se – attraverso generalmente la mediazione della Vergine, cioè di una creatura che è stata umana – non cerchino il volto di un Dio rimasto oscuro, sfuggente, irraggiungibile, dai tempi del catechismo; e quindi, se non tentino di supplire, con l’intensità delle emozioni, alle carenze di una fede mai maturata. Oppure, se questo crescente bisogno di “toccare”, di “vedere”, com’era stato per l’apostolo Tommaso, non nasconda il desiderio di una esperienza diretta, vissuta, di quel sacro che non ritrovano più nelle loro parrocchie, nelle funzioni, nei riti, nei momenti cosiddetti “forti” di una pietà popolare lasciata troppo spesso ai margini.

Insomma, quell’ingrossarsi delle file dei pellegrini, e dei “curiosi”, dei “cercatori”, verso certi luoghi segnati da eventi anche solo apparentemente soprannaturali, non può essere un campanello d’allarme per un cattolicesimo ancora un po’ addormentato, scivolato nella routine, non sempre capace di far “vedere” il Grande Mistero?




Fonte it.aleteia.org/Gian Franco Svidercoschi

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