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Riscatti pagati: ogni Stato ha il suo ostaggio

Riscatti pagati: ogni Stato ha il suo ostaggioÈ un dilemma, che attanaglia i decisori politici e scuote le coscienze collettive. Che fare in caso di sequestri e prese di ostaggi?

Pagare un riscatto o tentare il blitz o semplicemente non cedere? La scelta è drammatica. E, come testimonia il dibattito seguito alla liberazione delle due volontarie italiane Greta e Vanessa, si presta a un ventaglio ampio di considerazioni. Molto dipende dalle circostanze e dall’obiettivo. Pagando, si corre il rischio di soggiacere al ricatto terrorista. Con un ulteriore smacco: arricchire il nemico, finanziarne indirettamente le attività criminali e incoraggiarlo a moltiplicare sequestri e attentati. Sir Mark Justin Lyall Grant, rappresentante permanente del Regno Unito all’Onu, parla con franchezza: «Riteniamo che negli ultimi tre anni e mezzo i gruppi legati ad al-Qaeda e alla galassia jihadista abbiano guadagnato dai sequestri oltre 100 milioni di dollari». Sono cifre enormi. Stando ai report delle agenzie di intelligence statunitensi, nel decennio scorso, i soli terroristi dell’area sahelo-sahariana hanno ‘estorto’ con i sequestri ben 120 milioni di dollari, in gran parte ai Paesi europei. Fonti ben informate ci raccontano che la media dei riscatti varia da 20 a 5 milioni di dollari.
Cifre usuali anche in Yemen. Nasser al-Wuhayshi, capo di al-Qaeda nella penisola arabica (Aqpa), scriveva poco tempo fa: «Prendere ostaggi è divenuto un bottino facile. Direi che è un commercio profittevole e un tesoro prezioso».

Alcuni esperti di anti-terrorismo ci confermano il giro d’affari di queste pratiche disumane, ben documentato anche da una recente inchiesta del New York Times. Poi aggiungono: «I riscatti non avvengono sempre in denaro. Possono consistere anche in accordi politici, scambi di prigionieri, consegne di armi, equipaggiamenti e così via».

Mediare e pagare è senz’altro la via privilegiata dall’Italia. Ha permesso al nostro Paese di salvare numerose vite. Ma il caso italiano non è isolato.

Molte nazioni europee, fra cui la Francia, la Germania, la Spagna e la Svizzera, sono soliti pagare.

Anche il Canada usa farlo. Altri, come Algeria, Australia, Israele, Regno Unito, Russia e Stati Uniti propendono invece per la linea dura. E cercano di imporla agli altri. Nel gennaio 2014, Londra ha depositato in Consiglio di sicurezza un testo molto esplicito, per rafforzare il coordinamento internazionale nella lotta contro il terrorismo. La risoluzione n° 2133 che ne è scaturita chiede ai vari Paesi di uniformarsi e li invita a non versare riscatti.

Ma non è vincolante e ognuno continua ad adottare la propria linea. Che non sempre è ben definita. La verità è che sembrano esserci ostaggi privilegiati e altri meno. È una politica a due velocità. La Francia alterna raid fallimentari a trattative oscure. Il blitz per liberare Denis Allex, lo 007 dell’intelligence esterna, catturato dai qaedisti somali al Shebaab, lo testimonia.

Anche Washington, spesso pronta a lanciare i suoi strali contro gli alleati ‘molli’, talvolta deroga alla sua fermezza. L’abbiamo visto di recente in Afghanistan: il soldato Bowe Bergdahl è potuto tornare a casa sano e salvo dopo anni di prigionia, in cambio di cinque detenuti di Guantanamo. Per il Los Angeles Times è chiaro: «La politica ‘zero cedimenti’ degli Usa non è poi così inflessibile». I responsabili
americani si sono subito giustificati, adducendo che l’accordo è stato mediato dal Qatar. Nessun negoziato diretto quindi. Una frase di circostanza, che ci sembra di aver già sentito.

Ufficialmente, Israele non tratta mai. Considera anzi il sequestro di propri uomini un casus belli. Il rapimento del caporale Gilad Shalit (2006) fu la scintilla che scatenò cinque mesi di operazioni militari nella Striscia di Gaza. Alla fine, il soldato fu liberato solo nell’ottobre 2011, in cambio di un migliaio di detenuti palestinesi. Eppure il Paese dispone delle migliori unità antiterrorismo del mondo, capaci di effettuare raid e liberare prigionieri. La Sayeret Matkal e lo Yamam ne sono l’epitome. La prima è strutturata sulla falsariga dello Special Air Service britannico, di cui riprende anche il motto: ‘chi osa vince’. La storia ne ricorda gli interventi puntuali nella scuola di Ma’alot, all’hotel Savoy e nel kibbutz di Misgav Am. Ma l’operazione più celebre è senz’altro il raid di Entebbe, nell’Uganda del 1976.

All’epoca, gli israeliani intervennero per liberare i passeggeri del volo Air France Tel-Aviv-Parigi, presi in ostaggio da un commando del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e del gruppo terroristico Revolutionäre Zellen. Fu un’operazione audace, difficile, condotta quasi senza intoppi e possiamo senz’altro affermare che sia la genesi del mito che circonda le forze speciali israeliane. Lo Yamam è l’altro gruppo d’intervento speciale, incentrato sulla liberazione di ostaggi e i raid offensivi contro obiettivi terroristi. La formazione degli uomini si svolge sia in unità, sia presso la scuola di controterrorismo di Tsahal. Chi ne esce ha capacità d’intervento in scenari urbani, in tutto simili a quelle di altre unità antiterroriste forse più famose, come il Gign (Groupe d’intervention de la gendarmerie nationale) francese, lo Special air service (Sas) britannico, le Squadre speciali anticrimine (Swat) americane e il Gis italiano.

I britannici sono ossessionati dall’operazione Nimrod: l’assalto dell’Sas al Princes Gate, sede di un edificio di 50 stanze dove si barricarono sei terroristi con 26 ostaggi. Il piano di esecuzione della missione fu semplice e ben articolato. La preparazione del team di incursori ottima. La sorpresa garantita al cento per cento dal fatto che gli operatori disorientarono il nemico, effettuando un’incursione multipla e utilizzando metodi originali di effrazione. Un successo, da cui maturò senz’altro la convinzione britannica che con i terroristi non si tratta. Attualmente però, nei raid all’estero, la linea dura anglosassone non sta pagando. Lo si è visto in Nigeria, in Afghanistan, in Siria e in Yemen, lo scorso dicembre. Qui, hanno perso la vita entrambi gli ostaggi: Luke Somers, americano, e Pierre Korkie, sudafricano, detenuti da al-Qaeda. Cattiva pianificazione e scarse fonti d’intelligence hanno causato il fallimento dell’intera operazione. Il piano non era semplice; l’addestramento congiunto statunitense-yemenita forse carente.

La sicurezza dell’operazione praticamente nulla: vi ricorda forse Eagle Claw, il fallito raid americano in Iran, durante la crisi degli ostaggi (1979-80)? In Yemen, le forze speciali sono atterrate poco dopo mezzanotte, a otto chilometri dall’obiettivo. Arrivate a meno di 100 metri di distanza dall’edificio-prigione hanno perso l’effetto sorpresa. Forse un ululato di un cane, forse un altro errore, che ha svelato al nemico i piani segreti del raid, compromettendo la salvaguardia degli agenti infiltrati e degli ostaggi.

L’immagine delle forze speciali statunitensi non ne esce bene. Si possono mobilitare quanti più mezzi possibile, preparare minuziosamente ogni dettaglio e fallire, per un colpo di sfortuna e le tante incognite.

Basta un niente a determinare il successo o il fiasco di una missione. E spesso sono purtroppo gli ostaggi a rimetterci. Ecco perché molti preferiscono il negoziato, anche indiretto.

di Francesco Palmas per Avvenire

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