Oggi vi facciamo scoprire i ‘Fioretti di Padre Pio’. Sono semplici e fantastici. E puoi farli anche tu

Ci fu una conversione, operata da Padre Pio, che ebbe reazioni a catena. Si tratta di quella dell’avv. Cesare Festa, massone, cugino del medico particolare di Padre Pio, Dott. Giorgio Festa. Questi un giorno gettò la sfida all’avv. Cesare, dicendogli che se voleva la prova di quel soprannaturale che negava, bastava che andasse dal Padre Pio, che gliela avrebbe data.

L’avvocato raccolse la sfida e un giorno si recò a S. Giovanni Rotondo. Padre Pio stava conversando in mezzo a un gruppo di persone, quando lo scorse. Allora si stacca dal gruppo e gli va incontro e lo abborda con queste parole: «Come, lei qui tra noi?! Lei è un massone!». L’avvocato conferma. E Padre Pio gli domanda qual è il compito della massoneria, e quello soggiunge: «Combattere la Chiesa».

Dopo questo preambolo che nessuno avrebbe previsto, Padre Pio cambia tono: lo prende per mano e lo invita con dolcezza a venire con sé: gli narra con estrema naturalezza ed efficacia la parabola evangelica del Figliol Prodigo. L’avvocato si sente identificato in quel Figliol Prodigo e soprattutto comprende e sente vivamente l’amore di Dio per chi è andato lontano da lui. Si arrende, si confessa e poi si rialza, sentendosi come un uomo che nasce a una nuova vita. Qualche giorno dopo, torna dal Padre Pio, il quale gli scrive sul frontespizio di un Vangelo queste parole: «Beati quelli che ascoltano la parola divina, gelosamente la custodiscono, fedelmente l’adempiono». È come un ammonimento-esortazione a consolidare il nuovo stato di grazia. L’avvocato lo percepisce perfettamente e lo accoglie con determinazione.

Un giorno decide di andare in pellegrinaggio a Lourdes. La loggia massonica di Genova, venuta a conoscenza tanto della conversione come del pellegrinaggio a Lourdes dell’avvocato Festa, si allarma, si agita per le conseguenze che tutto ciò può provocare e decide di convocare una seduta per condannare solennemente questo transfuga. Ma Cesare Festa, per nulla intimorito, vuole passare al contrattacco e decide di partecipare alla riunione massonica. Quando sta per andare, gli viene recapitata una lettera del Padre Pio, che gli scrive di non arrossire della fede, ma di combattere con coraggio: il Signore lo assisterà. Richiude la lettera e va alla riunione, dove non solo spiega la sua conversione, ma difende strenuamente la Chiesa. E da quel momento diventò un fervente cristiano e devoto di Padre Pio.

Mo’ basta!

Giovanni Bardazzi è un tipico «toscanaccio» di Prato. È iscritto al Partito Comunista fin dal 1947 e per la sua intraprendenza e irruenza diviene presto un capocellula pieno d’iniziative. Vuole mettere a posto le cose e lo vuol far con le idee e la forza del comunismo. Non può vedere preti, frati e suore: e pensare che un giorno alcune di queste ultime se le trova in casa: manco a dirlo; le butta fuori e se la piglia con la moglie che le ha lasciate entrare. Vorrebbe trasformare le chiese in sale da ballo. Si dà da fare come un forsennato un po’ dappertutto. Ma una notte gli viene in sogno un Frate con la barba e le mani coi mezzi guanti, che gli dice: «Mo’ basta! È ora di finirla! Ti aspetto a S. Giovanni Rotondo!». Rimane impressionato: ma chi sarà mai questo Frate? E S. Giovanni Rotondo dove sta? Ne parla con la moglie, la quale non solo gli dà le spiegazioni sul Frate e S. Giovanni Rotondo ma lo incita ad andare di persona per chiarirsi le idee. Bardazzi tentenna: Andare? Non andare? Passa del tempo; poi si decide: Andrà a vedere di che si tratta. E così un giorno si mette in viaggio con la moglie e altri.

Arrivato a S. Giovanni Rotondo, manda la moglie e gli altri al convento; lui va alla sezione comunista del luogo, per prendere informazioni dai compagni su Padre Pio. Crede di averli dalla sua parte nel convenire che si tratti di un mistificatore, ma si accorge che i compagni non la pensano affatto così: Padre Pio non si tocca! Ma allora che razza di comunisti sono questi di S. Giovanni Rotondo?! Non riesce a capire. Allora va al convento per rendersi conto di persona della faccenda. Come arriva trova un’altra sorpresa: c’è gente che aspetta di entrare in chiesa e intanto prega con la corona in mano e tra quella gente ci sono degli uomini pure essi con la corona in mano! Adesso gli saltano proprio tutti gli schemi mentali e non si raccapezza più in niente. Ma in che mondo è capitato?!…

Il giorno dopo vuole affrontare Padre Pio per «metterlo a posto», come lui pensa, giacché è convinto che tutta questa storia è uno di quegli imbrogli che gabellano la povera gente. Già, ma a lui non la si fa! Padre Pio viene e lui nel vederlo passare si sente addosso, dalla cima dei capelli fino ai piedi, come una scossa che lo scuote tutto. Diamine, ma che cos’è questa roba?! Padre Pio nel passargli accanto mormora: «È arrivata questa pecora rognosa!». Caspita! Che bel complimento! Adesso sono troppe cose che lo avvolgono in un’atmosfera strana e il povero Bardazzi non può sfuggire a una crisi che lo sconvolge.

La mattina dopo va a sentire la Messa del Padre Pio, che allora la diceva all’altare di S. Francesco nella vecchia chiesina. Bardazzi si mette in posizione adatta per osservare bene Padre Pio. Questi, nel voltarsi per l’«orate fratres», mostra le mani senza mezzi guanti con le ferite al centro e tanto sangue intorno. La gente è sgomenta nel suo silenzio sepolcrale per la sofferenza che vede nel volto di Padre Pio. Bardazzi vuole una prova: se è vero che questo Frate adesso soffre la passione di Gesù Cristo, perché non sentirne una parte anche lui? Non lo avesse mai pensato: d’un subito gli viene addosso una sofferenza insopportabile. Non dura che un istante, ma Bardazzi crede che duri un secolo! Ora il malcapitato Bardazzi, il toscanaccio baldanzoso e violento è entrato nell’atmosfera soprannaturale che circonda Padre Pio e si sente smarrito. Non vede più le cose come prima, ma alla luce della grazia si riconosce pieno di peccati. Vuole confessarsi e va da Padre Pio, ma questi l’abborda con queste parole: «Dimmi un po’ tu: cosa t’ha fatto il Signore?». E Bardazzi: «Niente, non so neanche se c’è!».

Padre Pio: «Come, non sai se c’è! C’è!». E s’intreccia un dialogo serrato, che però si conclude con un nulla di fatto, perché Padre Pio lo vede ancora impreparato e gli dice chiaro e tondo: «Io non ti posso dare l’assoluzione, perché all’inferno per te non ci voglio andare». Bardazzi è proprio al colmo del buio. S’arrovella il cervello, interroga la sua coscienza, ma è deciso a uscire da questo pasticcio e a uscirne con chiarezza e convinzione. E finalmente un poco alla volta nella sua anima si fa luce che, con la grazia di Dio e la preghiera di Padre Pio, cresce fino a diventare di tutta chiarezza. Allora Bardazzi si vede com’è davanti a Dio, ne ha rimorso, si pente e chiede sinceramente perdono a Dio; poi si presenta a Padre Pio che finalmente lo assolve e lo purifica in modo totale. Ora Bardazzi è completamente cambiato. Torna a Prato, lascia il Partito Comunista, affronta gli scherni degli antichi compagni e si presenta con nell’anima quella certezza spirituale che ha acquistato con l’aiuto di Padre Pio e intraprende una nuova vita.

Il digiuno del contadino

A S. Martino in Pensilis (Campobasso) viveva un contadino che si chiamava Andrea Bacile. Questo contadino non metteva mai piede in chiesa, né si accostava ai sacramenti, perché si diceva ateo e non bisognoso di religione. Aveva moglie e figli che amava sinceramente e a cui provvedeva con sollecitudine. Con la moglie non andava sempre d’accordo. Una sera litigò con lei in modo tale che la piantò in asso e, dopo avere preparato lui stesso la cena per sé e per i figli, se ne andò imbronciato a letto. Non aveva ancora spento la luce nella sua stanza da letto, quando all’improvviso si presentò davanti a lui Padre Pio in persona. Poiché lo aveva visto in tante fotografie e immagini, non stentò a riconoscerlo e, senza scomporsi, gli disse: «Padre, mi voglio confessare». E Padre Pio: «No!». E poi scomparve.

Bacile il mattino dopo si riconciliò con la moglie e poi volle andare a trovare Padre Pio, facendo la strada da S. Martino in Pensilis a S. Giovanni Rotondo a piedi e digiuno.

Al convento di S. Giovanni giunse la sera del terzo giorno, sfinito e affamato, ma volle subito confessarsi da Padre Pio, il quale lo accolse, lo confessò, lo assolse e poi, senza aver mai saputo niente di lui, gli disse: «E ora va’ a mangiare!».

C’era una ragione per quella durezza

Una signora inglese era venuta a S. Giovanni Rotondo per confessarsi da Padre Pio, ma questi quando se la vide alla grata del confessionale, le sbatté violentemente lo sportello in faccia e le disse: «Per te non ho tempo!». Figurarsi la meraviglia della signora e di quelli che avevano assistito alla scena, che si domandavano: – Ma come mai Padre Pio tratta così questa penitente?!… Alcune sue figlie spirituali si fecero un dovere di andare da lui e di spiegargli che quella signora era venuta da lontano per confessarsi da lui e lo pregavano di accontentarla. Ma Padre Pio faceva l’orecchio da mercante. E così la cosa andò avanti per venti giorni: la signora che si presentava al confessionale e Padre Pio che la respingeva. Alla fine egli si decise a confessarla, ma a lei che si lamentava di quella lunga attesa, disse: «Povera cieca, invece di lamentarti della mia severità, ti dovresti domandare come mai la misericordia di Dio può accoglierti dopo tanti anni di sacrilegi! Sai che ciò che hai fatto è terribile? Colui che commette un sacrilegio mangia la sua propria condanna e senza una grazia specialissima, ottenuta da anime molto vicine a Dio, non può salvarsi. Per mantenere apparenze di rispettabilità, non hai forse fatto la Santa Comunione per anni e anni, al fianco di tua madre e di tuo marito, mentre eri in peccato mortale?». Questa rivelazione folgorante di Padre Pio scosse profondamente quella signora, la quale si pentì di tutto il suo passato, si confessò, ottenne finalmente l’assoluzione e cambiò completamente vita, dandosi in seguito a una condotta intensamente cristiana, che fosse una degna riparazione di quanto aveva fatto fin lì.

UNO SGUARDO CHE PENETRA DOVUNQUE

Non sono state le immaginette a farti bestemmiare!

Nel 1926 un autista di S. Severo (Foggia) condusse dei pellegrini a Monte S. Angelo, dove in una grotta, trasformata in Santuario, si venera da secoli S. Michele Arcangelo.

L’autista, che era figlio spirituale di Padre Pio, dopo avere ascoltato la Messa insieme ai pellegrini, si diede a girare per le vie della cittadina. Imbattutosi in una fabbrica di croccanti che erano specialità del luogo, ne ordinò un certo quantitativo da distribuire poi ai pellegrini. Quando poi ripassò per ritirare quello che aveva ordinato, s’accorse che gliene avevano preparato soltanto la metà. Per questo contrattempo s’irritò e si lasciò scappare una bestemmia. Poi aveva raggiunto i pellegrini, li fece salire in pullman e li condusse a S. Giovanni Rotondo, dove ebbero l’opportunità di confessarsi da Padre Pio. Questi, quando ebbe finito, si rivolse all’autista e gli domandò: «E tu, figliolo mio, neppure una benedizione chiedi?». L’autista disse che non aveva nulla da confessarsi, perché si sentiva a posto. Ma Padre Pio insistette e lo indusse a confessarsi. Quando gli chiese che cosa avesse fatto, l’autista rispose che a Monte S. Angelo aveva ascoltato la Messa insieme ai pellegrini e poi aveva comprato delle immaginette. E Padre Pio: «Non sono state le immaginette che ti hanno fatto bestemmiare, ma quelle cose che si mangiano». Allora l’autista si ricordò della bestemmia che aveva proferito davanti alla fabbrica dei croccanti. E Padre Pio incalzò: «Figliolo caro, tu hai maltrattato anche il carrettiere che non teneva la sua destra». Era vero anche questo. S’accorse allora che Padre Pio aveva seguito il suo figlio spirituale anche da lontano, era stato testimone di certe sue azioni e ora lo sollecitava a purificare la sua anima, affinché fosse in pace con Dio, cosa che l’autista fece con commozione e riconoscenza.

Qui gatta ci cova!…

Un benefattore delle opere di Padre Pio, residente in America, venne a S. Giovanni Rotondo e si presentò a lui, ma egli appena lo vide lo respinse bruscamente con queste parole: «Vattene via… non ti conosco!». Il poveruomo ci rimase male: Perché Padre Pio lo aveva trattato così? Da S. Giovanni Rotondo scese a S. Severo dove c’era P. Alberto D’Apolito e lo pregò di accompagnarlo da Padre Pio: chissà, forse vedendolo insieme a lui, lo avrebbe riconosciuto e ricevuto. Padre D’Apolito pensò che se Padre Pio lo aveva trattato a quel modo, una ragione ci doveva essere: qui gatta ci cova! Ed effettivamente una ragione c’era: quel benefattore tradiva la moglie con un’amante. Tuttavia, non poté esimersi dall’accompagnare il benefattore a S. Giovanni Rotondo, ma lo preavvertì con queste parole: «Vedrai, ora che c’incontra, ci caccerà tutti e due!». In effetti, quando Padre Pio lo vide in compagnia di Padre D’Apolito, esclamò: «Sei andato a chiamare l’avvocato. Andate via tutti e due!».

Se ne dovettero andare, ma Padre D’Apolito, saputo che il benefattore si sarebbe recato ad Assisi e a Padova, lo consigliò di approfittare dell’occasione e confessarsi in uno di questi due santuari, cosa che quello fece. Quindi, prima di tornare in America, volle di nuovo recarsi a S. Giovanni Rotondo per rivedere Padre Pio e anche questa volta pregò P. D’Apolito di accompagnarlo da lui. Quando Padre Pio se lo vide davanti, come se nulla fosse successo precedentemente, lo ricevette benevolmente, lo ringraziò per l’aiuto che dava alle sue opere, gli fece delle domande, lo abbracciò e lo benedisse; quindi gli raccomandò: «Ora che torni in America, fa’ il buon cristiano, hai capito?». Il benefattore lo rassicurò, ma poi, per la sua debolezza di volontà, ben presto tornò alla sua vita viziosa. Passato un anno, ebbe voglia di tornare a S. Giovanni Rotondo e fece chiedere dal P. D’Apolito a Padre Pio se poteva venire. Padre Pio gli fece rispondere: no! Passò dell’altro tempo e quel benefattore alla fine si decise a troncare tutto e mettersi in regola con sua moglie e con la sua famiglia. Poi fece chiedere di nuovo da P. D’Apolito a Padre Pio se poteva venire a S. Giovanni e Padre Pio questa volta gli fece rispondere: sì! Allora venne e fece appena in tempo a ricevere la benedizione di Padre Pio, poiché di lì a poco morì.

Ci manda Padre Pio

È risaputo che il Papa Benedetto XV teneva in molta considerazione Padre Pio, ma intorno a lui c’era gente che invece diffidava di lui e lo considerava come un grande truffatore. Tra tali persone c’era un vescovo che si credette in dovere di mettere in guardia il Papa dal dargli credito. Il Papa però gli fece osservare che prima di prendere posizione contro Padre Pio, bisognava conoscerlo e documentarsi; perciò lo consigliò di andare a S. Giovanni Rotondo e di rendersi conto di persona della realtà delle cose. Il vescovo volle assecondare il consiglio del Papa e un giorno si mise in viaggio. Arrivato a Foggia si vide venire incontro due padri cappuccini, i quali, dopo averlo ossequiato, gli dissero che li mandava Padre Pio per accompagnarlo a S. Giovanni. Il vescovo rimase contraddetto e disse che lui non aveva comunicato a nessuno il suo viaggio e tanto meno al Padre Pio. I due cappuccini gli replicarono che Padre Pio aveva detto loro che il Papa gli mandava un vescovo, ne aveva dato i connotati e li aveva incaricati di accompagnarlo a S. Giovanni. Grande fu l’imbarazzo del vescovo: che fare? Andare o non andare? Egli si rese conto che se andava, Padre Pio come aveva saputo del suo viaggio, avrebbe saputo anche di quello che aveva detto contro di lui al Papa, e allora per non fare una brutta figura, inventò un pretesto dicendo che si era ricordato di avere un impegno importante a Roma e che perciò doveva tornare indietro di urgenza.

Gli fischiò nell’orecchio la parola «vigliacco!»

Era noto a tutti che Padre Pio non si lasciava impressionare da niente e da nessuno: quello che doveva dire lo diceva con estrema franchezza e, all’occorrenza, secondo la sua coscienza, anche con ruvidezza. Io penso che questo atteggiamento gli derivasse dal fatto che, sentendosi profondamente e stabilmente radicato in Dio, aveva acquistato una completa libertà di fronte agli uomini. Certamente di lui non si poteva dire quello che il Signore afferma nel suo Vangelo: «Chi si vergognerà di me davanti agli uomini, anche il Figlio dell’Uomo si vergognerà di lui davanti al Padre suo». E come era lui, così voleva che fossero i suoi figli spirituali. In quest’ottica va visto un episodio che qui racconto.

C’era a Roma appunto un suo figlio spirituale, che aveva preso l’abitudine di togliersi il cappello ogni volta che passava davanti a una chiesa, per rispetto all’Eucaristia che in essa si conservava. Un giorno però che si trovava in compagnia di amici piuttosto mondani e buontemponi, mentre passava con essi davanti a una chiesa, ebbe vergogna di togliersi il cappello. Immediatamente si sentì fischiare nell’orecchio la parola «Vigliacco!». Quando poi andò a S. Giovanni Rotondo e s’incontrò col Padre Pio, si sentì dire da lui: «Attenzione! Questa volta non hai avuto che una sgridata, ma la prossima volta avrai un sonoro scapaccione!».

Il cardellino di «Marocchino»

Marocchino era il soprannome di un aspirante cappuccino che viveva nel convento di S. Giovanni Rotondo, quando Padre Pio era là come padre spirituale. Questo giovane aveva una spiccata tendenza alle arti e alle cose della natura.

Un giorno un cardellino venne a svolazzare da un albero nel corridoio che separava il refettorio dei frati. Marocchino lo vide ed ebbe subito voglia di prenderlo per metterlo in gabbia e tenerselo. Allora si mise a rincorrerlo, ma non riusciva mai ad afferrarlo, perché l’uccello andava di qua e di là con sbalzi continui. Alla fine andò a cacciarsi in uno spazio che si trovava tra un muro e la cucina. Marocchino corse per prenderlo, ma in quel momento suonò il segnale della preghiera e dovette lasciare là l’uccello per andare in chiesa. Quivi, però, anzicché pregare, non fece altro che i progetti per prendere il cardellino, fare la gabbia, trovare il luogo dove tenerlo e tante altre cose. Finito il tempo della preghiera passò in refettorio per la cena, ma anche durante questa non fece altro che pensare al cardellino. Uscito dal refettorio voleva andare a prenderlo, ma Padre Pio che lo aveva seguito tanto in chiesa come a refettorio, lo fermò e gli fece cenno di andare da lui; poi gli disse: «Ma quel cardellino ti ha fatto perdere la testa…» e gli elencò uno per uno tutti i pensieri che gli erano passati per la testa durante la preghiera in chiesa e poi anche durante la cena. Marocchino, divenuto più tardi Padre Vittore, confidò al Padre Costantino Capobianco: «Quando sentii Padre Pio rivelarmi i pensieri uno per uno, con una precisione, esattezza e completezza sconcertanti, io stetti a capo basso come uno che si ripara alla men peggio da un uragano che gli sta passando sul capo».

La risposta a un quesito dimenticato

Quando si sparse la notizia che Padre Pio aveva ricevuto le stigmate, fu subito un accorrere di gente al convento di S. Giovanni Rotondo. Tra i primi a venire furono alcuni sacerdoti francesi, guidati dall’abate Benoit, Segretario Generale dell’Istituto Cattolico di Lilla. Questi aveva un problema a cui aveva pensato a lungo, senza mai poterlo risolvere; alla fine lo aveva dimenticato. Venuto dunque a S. Giovanni Rotondo e ricevuto insieme agli altri sacerdoti dal Padre Pio, non ebbe di lui un’impressione particolare. Ma quando fu il momento di congedarsi, tutti i sacerdoti del gruppo presentarono a Padre Pio delle immaginette, pregandolo di scrivere la firma. Padre Pio li accontentò, ma quando venne il turno dell’abate Benoit, invece di scrivere la firma sull’immaginetta che quello gli presentava, gli tolse il breviario che aveva sotto il braccio e si mise a sfogliarlo; arrivato alla fine e trovata una pagina bianca, vi scrisse una frase. Quando l’abate la lesse si rese conto che quella frase era la risposta a quel quesito che egli ormai aveva dimenticato. Si accorse così che Padre Pio non era quel semplice sacerdote che aveva pensato in un primo momento, ma uno che aveva da Dio anche il dono di leggere nel passato della vita di chi gli stava davanti.

Il Padre Provinciale era convinto che sarebbe partito, ma…

Il Padre Paolino da Casacalenda, quello stesso che era Superiore del Convento di S. Giovanni Rotondo quando Padre Pio ricevette le stigmate e che in seguito era divenuto Ministro Provinciale, aveva una sorella a S. Giovanni. Quivi si recava spesso, sia per rivedere Padre Pio, sia per intrattenersi con la sorella. Un giorno vi si recò col tempo contato e perciò, dopo avere pranzato insieme coi suoi confratelli, vedendo che Padre Pio se ne usciva dal refettorio senza salutarlo, gli disse: «Beh, Padre Pio, te ne vai così, senza darmi un bacio?». E Padre Pio: «Molto Reverendo, lei oggi non parte!». Padre Paolino lo rassicurò che sarebbe partito: la macchina con l’autista era già pronta davanti alla casa della sorella. Ma Padre Pio gli ripeté che egli quel giorno non sarebbe partito: se voleva, di baci gliene avrebbe dati anche due, ma egli non sarebbe partito. Padre Paolino convinto che Padre Pio volesse scherzare, salutò e si avviò verso la casa della sorella. Quivi giunto, trovò che l’autista stava armeggiando intorno alla macchina per un guasto giudicato di poco conto e che perciò non avrebbe impedito la partenza. Ma che è e che non è, il guasto non si rimediava e la macchina non voleva partire; alla fine si rese chiaro che c’era bisogno del meccanico e si dovette ricorrere a lui, con la conseguenza che prima del giorno seguente non si sarebbe partiti. Al Padre Paolino non rimase che tornare al convento per pernottare, ma quando il Padre Pio lo vide, gli disse: «Molto Reverendo, che le avevo detto?!…».

Fra quindici giorni muori

C’era un sacerdote mantovano, che aveva condotto una vita esemplare. Padre Pio una notte gli apparve in sogno e, dopo essersi congratulato con lui per la degna vita condotta fin lì, gli disse che ormai era al termine di essa: fra quindici giorni sarebbe morto; perciò si preparasse a concludere bene quest’ultimo tratto del suo cammino terreno.

Al mattino seguente, il sacerdote narrò il sogno avuto nella notte ai suoi familiari e quello che Padre Pio gli aveva detto circa la sua morte. Essi però non dettero peso alle sue parole e gli dissero di stare tranquillo: si trattava sempre di un sogno e ai sogni non bisogna credere facilmente. Il sacerdote però non la pensava come loro: prese sul serio il sogno e le parole di Padre Pio e si preparò accuratamente alla morte. In effetti, dopo quindici giorni, i suoi familiari lo trovarono un mattino morto nella sua camera.

IN GIRO PER IL MONDO

Nella camera del Generale Cadorna

Dopo la sconfitta di Caporetto, il Generale Luigi Cadorna cade in un tale sconforto da pensare al suicidio.

Una notte, prima di ritirarsi nella sua camera al Palazzo Zara di Treviso, ordina all’attendente di non fare entrare nessuno da lui, per nessun motivo. Poi si butta su di una sedia, estrae da un cassetto del tavolino una pistola, la carica e sta per puntarsela alla tempia, quando d’improvviso si vede di fronte un frate cappuccino che, puntandogli un dito, gli dice: «Via, Generale, voi non farete questa sciocchezza». Il Generale viene sopraffatto da tale stupore che sente svanire il proposito di suicidarsi e si chiede soltanto chi è quel frate e come mai è potuto entrare da lui. Appena il cappuccino svanisce nel nulla, egli si precipita fuori e chiede infuriato all’attendente perché aveva fatto entrare quel frate, quando gli aveva dato ordini di non far entrare nella sua camera nessuno e per nessun motivo. L’attendente, sorpreso quanto lui gli risponde che non aveva visto e non aveva fatto entrare nessuno. Il Generale rientra più stupito che mai, ma col fermo proposito di venire a capo di questo mistero.

Intanto, a guerra finita, la stampa – tra le altre cose – parla di un Padre Pio che vive sul Gargano con le stigmate ed opera miracoli. Incuriosito, il Generale vuole sapere notizie particolareggiate di lui e così, un giorno, si mette in viaggio, in incognito, verso S. Giovanni Rotondo. Quivi arrivato, si presenta al convento e chiede di vedere Padre Pio. Gli viene detto che egli passerà per il corridoio che dal convento immette nella sacrestia della chiesa: aspetti e lo vedrà. Difatti, di lì a poco Padre Pio sta andando in fila con gli altri frati dal refettorio alla chiesa e gli viene a passare accanto, ma quando gli è vicino, gli si accosta e gli dice: «Neh, Generale, l’abbiamo scampata bella quella sera!». Il Generale trasalisce, perché riconosce subitò in Padre Pio la voce e la figura di quel frate, che era penetrato nella sua camera malgrado il suo divieto di non far passare nessuno.

S’allontani da quel posto!…

Durante la prima guerra mondiale, un capitano era sul campo di battaglia e stava incitando i suoi soldati a resistere agli assalti del nemico. A un certo punto vide un po’ distante da sé un frate dal volto pallido e dagli occhi vividi, il quale gli gridò: «Signor Capitano, s’allontani da quel posto! Venga qui da me! Presto, presto!». Attratto da quella figura e da quella voce, il capitano spiccò un salto, e, già prima di arrivare vicino al frate, sentì lo scoppio tremendo di una bomba proprio sul posto dov’era prima. Diede uno sguardo atterrito a quel posto e, voltatosi, volle andare a ringraziare il frate che l’aveva salvato, ma con suo grande stupore non vide più nessuno. Però quella figura di frate gli era rimasta impressa e un giorno, parlando del fatto con degli amici, si sentì insinuare che forse poteva essere stato Padre Pio a salvarlo, quel Frate stigmatizzato del Gargano. Così un giorno si recò a S. Giovanni Rotondo. Quando vi giunse, Padre Pio aveva finito di celebrare la S. Messa ed era in sacrestia per togliersi i paramenti. Il capitano lo guardò fisso fisso e poi esclamò: «Ma è lui, è proprio lui!». Quindi gli si avvicinò, gli si gettò ai piedi, gli prese e gli baciò la mano e, tra le lacrime di commozione, si mise a ringraziare Padre Pio di avergli salvato la vita quel giorno sul campo di battaglia. Padre Pio gli si accostò, gli mise la mano sul capo e gli disse con calma e dolcezza: «Non me devi ringraziare, ma Nostro Signore e la Vergine!».

La conosco meglio di te

Nel 1949 a Pietrelcina, paese natale di Padre Pio, era in costruzione la nuova chiesa, dedicata alla Sacra Famiglia. Quando i lavori erano ormai conclusi, si pensò all’inaugurazione. Il giorno 19 maggio S. E. Mons. Agostino Mancinelli avrebbe consacrato la chiesa e il giorno seguente, 20 maggio, vi sarebbe stata l’inaugurazione. Per l’occasione, tra i Superiori Provinciali Cappuccini e il Superiore del Convento di S. Giovanni Rotondo, era stato studiato un modo per fare intervenire anche Padre Pio. Affinché la cosa andasse a buon fine, senza suscitare agitazioni tra la gente, si era convenuto di mantenere il più assoluto segreto. Ma, come a volte capita, malgrado tutto si venne a sapere di questo proposito e quindi tutto andò a monte e Padre Pio non poté essere condotto a Pietrelcina. Sembrava quindi che egli non sapesse nulla dell’inaugurazione e della nuova chiesa. Senonché, un giorno P. Alberto D’Apolito, parlando con lui, gli disse: «Padre Spirituale (così era chiamato Padre Pio dai suoi confratelli), qualche giorno venga a conoscere la chiesa…, è molto bella!».

E Padre Pio: «La conosco meglio di te».

Padre D’Apolito: «L’ha vista forse sulle foto?…».

Padre Pio: «Ci sono stato. Ti posso dire anche i minimi particolari e i gradini della scalinata dinanzi all’ingresso, che tu non sai»…

In effetti, Padre D’Apolito non sapeva quanti gradini ci fossero davanti all’ingresso: non li aveva mai contati.

Ma la presenza di Padre Pio a Pietrelcina trovò conferma anche nel diario dell’allora Superiore Provinciale, P. Agostino da S. Marco in Lamis. Egli infatti scrive che un giorno, avendo detto a Padre Pio che sarebbe morto di gioia il giorno in cui avrebbe visto aperto il Convento di Pietrelcina, Padre Pio gli rispose: «Ma voi sarete il Guardiano di Pietrelcina, dopo il Provincialato!».

E padre Agostino: «E ci sarai anche tu presente alla funzione?».

E Padre Pio: «Sarò presente a Pietrelcina e contemporaneamente sarò nel confessionale di S. Giovanni Rotondo».

Padre Pio in Uruguay

Il Vicario Generale della Diocesi di Salto in Uruguay, Mons. Damiani, voleva stabilirsi a S. Giovanni Rotondo, per chiudere i suoi giorni accanto al Padre Pio. Interrogato questi in proposito, si sentì dire invece che il suo posto era nella sua Diocesi a Salto e non a S. Giovanni Rotondo. Allora gli chiese che almeno in punto di morte lo venisse ad assistere. Padre Pio, dopo essersi raccolto un momento in preghiera, gli promise che sarebbe venuto. Ed egli mantenne la promessa nel modo in cui più tardi lo raccontò Mons. Barbieri, Arcivescovo di Montevideo.

Le cose andarono così. Nel 1941, Mons. Alfredo Viola, Arcivescovo di Salto, festeggiava il suo giubileo. Gli facevano corona molti altri vescovi e lo stesso Mons. Barbieri. Questi, mentre una notte dormiva nella sua camera, improvvisamente sentì bussare alla sua porta. Svegliatosi di soprassalto vide entrare un Cappuccino, il quale gli disse: «Andate da Mons. Damiani che è moribondo». Mons. Barbieri, si alza immediatamente, si veste, prende l’occorrente per assistere i moribondi e, con alcuni sacerdoti, si reca da Mons. Damiani, che trova effettivamente moribondo, ma ancora lucido di mente. Gli dà il Viatico e L’Unzione degli Infermi e poi lo vede spirare con profonda serenità. Nel cassetto vicino al letto però trova un biglietto sul quale è scritto con mano tremante quanto segue: «Padre Pio è venuto». Allora prende questo biglietto e lo conserva diligentemente, col proposito di fare una verifica, quando gli fosse dato di venire in Italia. Difatti, il 13 aprile 1949, approfittando delle visite ad limina che ogni vescovo fa, di tanto in tanto, al Papa, si recò a S. Giovanni Rotondo e incontrò il Padre Pio, nel quale riconobbe immediatamente il Cappuccino che quella notte venne a svegliarlo per andare ad assistere Mons. Damiani. Tuttavia, per accertarsi volle interrogarlo esplicitamente se era venuto in Uruguay. Padre Pio rimase in silenzio, volendo tenere nascosto il fatto. Mons. Barbieri, credendo che non avesse capito, ripeté la domanda, e Padre Pio continuò a rimanere in silenzio. Allora comprese che il fatto era vero, ma che Padre Pio non ne voleva parlare e disse: «Capisco». Allora Padre Pio soggiunse: «Eh sì,… avete capito».

Padre Pio a Maglie di Lecce

Nel 1947 un padre cappuccino del convento di Maglie (Lecce) aveva il proprio genitore in pericolo di vita, per una malattia alla spina dorsale che, dopo averlo ridotto a non poter più camminare, lo aveva costretto a letto, dal quale tutti pensavano che non si sarebbe più rialzato.

Il figlio però che conosceva Padre Pio e aveva in lui una grande fiducia, gli scrisse, pregandolo vivamente d’intercedere presso il Signore per il papà che si stava spegnendo lentamente. Padre Pio gli fece rispondere che avrebbe pregato per l’ammalato e intanto avesse fiducia nel Signore.

Intanto però passavano i giorni e la malattia faceva il suo corso inesorabile, avvicinando sempre più l’infermo alla morte. Un pomeriggio improvvisamente l’ammalato vede accanto al letto un Frate con la barba, che si avvicina e con grande amorevolezza gli dice: «Soffri… soffri… con pazienza!». La stessa scena si ripeté il secondo, il terzo giorno e poi di seguito per altri sette giorni. Ma nello stato dell’infermo non solo non cambiava nulla, ma tutto andava peggiorando finché al decimo giorno le cose divennero così gravi, che si pensò bene di amministrargli gli ultimi sacramenti. Ma nel pomeriggio si ripresentò la figura di quel Frate delle volte precedenti, il quale però questa volta disse: «Adesso basta!». Da quel momento la malattia invertì il suo corso e l’ammalato cominciò progressivamente e costantemente a sentirsi sempre meglio finché giunse a una completa guarigione, tanto che poté rialzarsi e tornare, pienamente ristabilito, a lavorare nei campi come faceva prima. Allora il figlio cappuccino si rese conto che Padre Pio era intervenuto secondo il piano della Provvidenza, e gli scrisse per ringraziarlo.

Passa alle spalle di Monsignore

Un Monsignore fiorentino, di nome D’Indico, aveva una sorella che, ridotta all’estremo da paratifo A e B, era ormai in stato comatoso. I parenti però avevano scritto a Padre Pio, invocando il suo intervento presso Dio per la guarigione dell’ammalata. Il fratello, Monsignor D’Indico, alle ore 14.30 del 20 luglio 1921, si trovava nel suo studio, quando improvvisamente ebbe la sensazione che qualcuno si trovasse alle sue spalle. Si voltò e fece appena in tempo per vedere un frate che si allontanava. Pensò che fosse venuto là il Padre Pio e ne ebbe paura; perciò si affrettò a uscire dallo studio e ad andare fuori. E mentre si muove incontra un suo cappellano, al quale racconta quello che gli sta succedendo. Il cappellano non crede alle sue parole, ma pensa che Monsignore sia vittima di un’allucinazione, a causa dello stato d’animo in cui versa per l’imminente morte della sorella. Cerca perciò di distrarlo e di portarlo un po’ in giro. Quando tutti e due rientrano in casa si sentono chiamare dalla sorella che, uscita improvvisamente dallo stato comatoso, racconta di essersi trovata alla presenza di Padre Pio, il quale le aveva detto: «Non temere, domani scomparirà la febbre e fra qualche giorno sul tuo corpo non resterà traccia di male». Ella allora gli aveva risposto che lo riconosceva come un santo, che era venuto a guarirla, gli raccomandò il marito e la figlia e infine gli chiese di baciargli le mani. Padre Pio le aveva dato da baciare le mani stigmatizzate e poi, accomiatandosi, le aveva detto: «Ti lascio il ricordo della mia venuta: 20 luglio 1921». Ella poi si ristabilì completamente nel giro di pochi giorni, come Padre Pio le aveva predetto.

UN CANALE DI SALUTE

Un morticino nella valigia

Una madre aveva un bimbo di sei mesi, il quale era talmente ammalato che, malgrado tutte le cure mediche, ormai galoppava verso la morte. Allora la donna, in un impeto supremo di fede, volle tentare di salvarlo portandolo dal Padre Pio e sperando che la sua intercessione presso il Signore lo guarisse.

Il viaggio era lungo, ma essa non si perse di coraggio e si mise ugualmente in treno. Durante il tragitto però, sia per le condizioni del bimbo sia per i disagi del viaggio, il bimbo morì. Allora la donna prese il morticino, lo avvolse in alcuni indumenti e lo rinchiuse in una valigia di fibra.

Arrivata a S. Giovanni Rotondo, corse in chiesa e si mise in fila con le donne per confessarsi, tenendo in mano la valigia. Quando arrivò il suo turno, s’inginocchiò davanti a Padre Pio e aprì la valigia, piangendo disperatamente. All’episodio assisteva il medico Dottor Sanguinetti, convertito e braccio destro di Padre Pio nell’opera della Casa Sollievo della Sofferenza. Egli si rese conto subito che il bimbo, se anche non fosse morto per la malattia di cui soffriva, lo sarebbe stato certamente per soffocamento, date le lunghe ore passate nella valigia durante il lungo viaggio.

Padre Pio, davanti a quello spettacolo impallidì e si commosse profondamente; poi, sollevato lo sguardo in alto, pregò qualche minuto intensamente. Poi, rivolgendosi improvvisamente alla madre del bimbo, le gridò: «Ma perché strilli tanto? Non vedi che tuo figlio dorme?». Era vero: ora il bimbo dormiva placidamente. Le grida di gioia della madre e di tutti quelli che avevano assistito all’episodio non si possono descrivere.

Vedere senza pupille

È possibile vedere senza pupille? Umanamente parlando, non è possibile. Eppure c’è una persona, Gemma De Giorgi, la quale, da quando il Padre Pio le mise le mani sugli occhi e le fece un segno di croce, pur essendo nata e rimanendo tuttora senza pupille, vede normalmente!

I fatti che la riguardano si sono svolti così. Gemma De Giorgi, nata a Ribera (Agrigento) la notte di Natale 1939 ai genitori ben presto si presentò con occhi strani, perché in essi mancava qualcosa. Per questo la fecero visitare dal medico del paese, ma questi non riuscendo a raccapezzarsi in questo caso, consigliò i genitori della piccola di portarla da due specialisti di Palermo, Dottori Cucco e Contino. Questi dottori, dopo averla visitata accuratamente, si resero conto che la bambina mancava delle pupille e perciò dichiararono che essa era e sarebbe rimasta cieca per tutta la vita, perché senza pupille non si può vedere.

Davanti a questa sentenza, i genitori rimasero desolati. Avevano però fiducia nella Provvidenza di Dio e perciò spesso si recavano in chiesa e andavano a pregare davanti a un altare della Madonna.

Un giorno capitò da loro una zia suora, la quale sentito il caso, consigliò di rivolgersi al Padre Pio. La nonna della piccola, sentito questo, si prese l’impegno di andare con essa a S. Giovanni Rotondo; intanto pregò la suora di scrivere al Padre e di supplicarlo di venire in loro aiuto. La suora scrisse e raccomandò il caso della piccola cieca. Una notte sognò Padre Pio, il quale le disse: «Dov’è questa Gemma per la quale con tante preghiere state a stordirmi la testa?». La suora, sempre durante il sogno, presentò Gemma al Padre Pio e questi fece un segno di croce sui suoi occhi.

Il giorno dopo questo sogno, la suora ricevette la risposta del Padre Pio, il quale le diceva: «Cara figliola, assicuro che pregherò per la bambina, beneaugurando». Impressionata dalla coincidenza del sogno con la risposta del Padre Pio, la suora incitò la nonna della bambina a partire senza indugi per S. Giovanni Rotondo. La nonna non se lo fece dire due volte e, presa con sé la bambina, si mise in viaggio per S. Giovanni Rotondo. Mentre era in treno, Gemma disse alla nonna che aveva l’impressione di vedere qualcosa. La nonna non volle credere, perché la piccola non aveva pupille.

Arrivate a S. Giovanni Rotondo, Gemma e la nonna corsero in chiesa per andare a confessarsi da Padre Pio. La bambina non aveva ancora fatto la Prima Comunione e perciò si voleva approfittare dell’occasione per fargliela fare da Padre Pio stesso. La nonna le raccomandò che, quando fosse venuto il suo turno per la confessione, chiedesse al Padre Pio di pregare perché acquistasse la vista, ma la bambina se ne dimenticò. Padre Pio però, quando se la vide davanti le toccò gli occhi con la mano e poi fece un segno di croce su di essi.

Dopo la confessione, la nonna chiese a Gemma se avesse chiesto a Padre Pio di pregare per la sua guarigione, ma la bambina le rispose che se n’era dimenticata. Grande fu l’angoscia della nonna e si mise a piangere; poi andò lei stessa da Padre Pio per chiedergli d’intercedere per la guarigione di Gemma. Padre Pio le disse: «Tieni fede, figlia mia. La bambina non deve piangere e nemmeno tu devi essere preoccupata. Gemma vede e tu lo sai».

Intanto la bambina fece la Prima Comunione per le mani di Padre Pio, il quale dopo averle dato l’ostia, tracciò un secondo segno di croce sui suoi occhi. Poi, venuto il momento di tornarsene a casa, Gemma e la nonna si misero in viaggio. Mentre erano in treno la bambina si accorse che la vista andava schiarendosi sempre più fino ad acquistare un grado normale. Arrivata a Cosenza, la nonna si ammalò e fu necessario passare qualche giorno in ospedale; poi, quando stava per ripartire, volle far fare alla bambina una visita da un oculista, il quale dopo averla osservata attentamente, rimase sbalordito, perché la bambina vedeva senza avere le pupille. Tornate a casa, grande fu lo stupore di tutti nel constatare che Gemma, pur senza pupille, vedeva perfettamente. Dopo alcuni mesi, i genitori vollero portarla da uno specialista di Perugia, ma anche questi dovette constatare che non c’era spiegazione umana al fatto che Gemma vedesse senza pupille. E continuò a vedere così anche dopo, vivendo al suo paese e, di tanto in tanto, andando in giro a raccontare la sua bella avventura.

La fine di uno storpio

In un pomeriggio del lontano 1919, un mendicante, e per di più storpio, si trovava davanti al convento dei Padri Cappuccini di S. Giovanni Rotondo. Si chiamava Francesco Viscio ed era soprannominato «Santaredda». Aveva 43 anni. Per una malattia contratta nei primi mesi di vita, era rimasto coi piedi accartocciati, in modo che aveva bisogno delle grucce per spostarsi da un posto all’altro, e quando queste gli fossero venute a mancare, era costretto ad aiutarsi con le mani e camminare a carponi. I monelli di S. Giovanni Rotondo ne approfittavano per divertirsi alle sue spalle, allontanandogli le grucce e così costringendolo ad andare a carponi. Egli s’inquietava molto ed inveiva contro di loro. Era costretto ad andare ogni giorno al convento per ricevere qualcosa da mangiare, che peraltro gli veniva sempre dato e in abbondanza, anche quando i mendicanti erano aumentati, come quel pomeriggio del 1919. Quel giorno però Viscio, stanco di una vita così, vedendo passare accanto a sé Padre Pio, gli disse: «Padre Pio, fammi la grazia!». Padre Pio si fermò, lo guardò con attenzione e poi improvvisamente gli disse in dialetto: «Jetta li picocc», che vuol dire «getta le grucce». Il poveretto non capì e rimase perplesso. Allora Padre Pio gli gridò più forte: «Jetta li picocc!». Allora Viscio, tra un sentimento d’incredulità e di speranza, fece l’atto di alzarsi: gli riusciva! Poi riprovò e infine si rese conto che poteva camminare normalmente. Grande fu la gioia e lo stupore suoi e di tutti quelli che avevano assistito alla scena. Da quel momento cominciò per lui una nuova vita e visse ancora per alcuni anni; poi morì.

Un figlio spirituale del Padre Pio, il Cav. Antonio Egidio, richiamandosi a questo caso, un giorno che parlava con lui gli chiese: «Padre Spirituale…, ma uno storpio che fine fa nell’aldilà, a uno come Santaredda, per esempio, che gli succede?». Padre Pio stette un poco in silenzio e pensieroso, poi, come scuotendosi, indicò un punto del soffitto e rispose: «Ecco che gli succede: guardalo». Il Cav. Egidio guardò in quella direzione e vide come uno squarcio di cielo e in esso il Viscio in Paradiso splendente di gloria. Fu questione di qualche minuto; poi tutto sparì. Allora, volgendosi per parlare col Padre Pio, si accorse che era sparito anche lui.




Il profumo di Padre Pio guarisce un carcinoma

La Signora Maria Rosaria Galiano di Napoli, un giorno dell’ottobre 1949 cominciò a sentire dei dolori sospetti all’utero. Visitata dal Dott. Battiloro, fu consigliata da questi di sottoporsi a un raschiamento esplorativo. Eseguito il suddetto raschiamento dal Prof. Verga, risultò trattarsi di un adenocarcinoma in cavità uterina. Questo risultato produsse nella Signora Rosaria e familiari un grande sconforto, perché si sapeva che la malattia era inguaribile e prima o poi avrebbe condotto alla morte. Che fare? Tentare l’operazione? Questa non avrebbe risolto il caso, ma avrebbe soltanto ritardato di qualche tempo l’esito letale. Tuttavia, pur sapendo questo, si volle fare lo stesso l’operazione, che diede il risultato previsto: un poco di sollievo e poi il carcinoma si riprodusse con tutte le dolorose conseguenze. Ricominciarono i dolori e si verificò ben presto un peggioramento.

La figlia Rita, che aveva saputo di Padre Pio e di quello che operava a favore di tanti ammalati, si rivolse a lui prima con un telegramma e poi con due missive, nelle quali faceva conoscere dettagliatamente le condizioni della mamma. La quale era ormai ridotta agli estremi e non si pensava più di salvarla. Ma malgrado questa evidenza e lo scetticismo dei medici e di tutti i familiari, la figlia dell’ammalata continuava a sperare in Padre Pio. La sera del 29 aprile 1950, la Signora Maria Rosaria disse alla figlia che aveva sentito nella sua camera un grande profumo e, pensando che fosse stata lei a spargere dell’acqua di colonia, la rimproverò di quel gesto. La Figlia Rita assicurò la mamma che non aveva sparso nessun profumo e pensò che stesse vaneggiando. Ma la mamma le disse che non stava vaneggiando affatto: nella sua camera c’era realmente un profumo e questo si sentì per due giorni consecutivi. Allora la figlia Rita pensò che fosse il misterioso profumo di Padre Pio e la sua speranza di una guarigione da parte di Padre Pio si fece sempre più viva. Effettivamente la mamma al terzo giorno si sentì bene: cominciò a dormire, a mangiare regolarmente, a digerire e finì per non sentire più nessun dolore. Si fece visitare dal Dottor Battiloro e dal Dottor Tomaselli e tutti e due constatarono, con loro grande stupore, che il carcinoma era completamente sparito. Da quel momento la Signora Maria Rosaria si sentì completamente guarita e, dopo essersi recata a S. Giovanni Rotondo per ringraziare Padre Pio, riprese e continuò la sua vita normale, poiché quel suo profumo aveva fugato il male fin dalle sue radici.

Ma Padre Pio non si è sbagliato?!…

Siamo a Bologna nel mese di luglio del 1930. Ivi risiede col suo papà la signorina Giuseppina Marchetti di 24 anni. A seguito di un grave incidente essa aveva riportato la frattura del braccio destro. Era stata operata, ma dopo tre anni dovette sottoporsi a una nuova operazione, che non diede gli effetti sperati, anzi comportò un lungo periodo di un trattamento doloroso. A una nuova visita del chirurgo, questi dichiarò che la ragazza non avrebbe mai più riacquistato l’uso normale del braccio, perché non era riuscito un innesto osseo.

Padre e figlia cadono in uno stato di desolazione. Si consultano: che fare? Viene loro in mente un’idea. Poiché conoscono e hanno fiducia nel Padre Pio, decidono di andare da lui e pregarlo d’intercedere presso il Signore per la guarigione del braccio, per cui la scienza si dichiarava impotente.

Vanno a S. Giovanni Rotondo e si presentano a Padre Pio, il quale li riceve amorevolmente, ma raccomanda di avere fiducia nel Signore e non disperarsi: la ragazza certamente guarirà; quindi li benedice e li congeda.

Passano i giorni e non succede assolutamente niente. Come mai? Ma Padre Pio non si è forse sbagliato?!… No, non si è affatto sbagliato: solo ha previsto tempi lunghi per la guarigione di Giuseppina. Lei però e il papà non lo sanno e se ne tornano a Bologna piuttosto perplessi. Ma il 17 settembre 1930, Festa delle stigmate di S. Francesco d’Assisi, la casa del Signor Marchetti viene inondata da un odore di giunchiglie e di rose e questo fenomeno dura per quindici minuti. È il segno della misteriosa presenza del Padre Pio, che ha mantenuto la promessa ed è venuto a guarire il braccio di Giuseppina, la quale avverte subito la guarigione e torna perfettamente alla normalità. La radiografia eseguita subito dopo questo fenomeno, dimostra che il braccio è tornato perfettamente normale.

Ma è proprio lui!

La signora Concetta Bellarmini di S. Vito Lanciano, farmacista, nel 1926 aveva contratto una malattia che, per un’infezione generale del sangue e una sopravvenuta broncopolmonite, l’aveva ridotta in condizioni disperate. La sua pelle aveva assunto un colore giallastro. Allora una parente, visto che i medici non vi potevano far più nulla, le consigliò di rivolgersi a Padre Pio, che l’ammalata non aveva mai conosciuto. I figli però vi si opponevano, perché non credevano affatto a tutto quello che si andava dicendo del Frate del Gargano. La signora Concetta invece vi credeva e cominciò a pregarlo fervidamente.

Un giorno, mentre stava a letto, si vide comparire nel mezzo della stanza un Cappuccino, il quale senza toccarla, le sorrise e la benedisse. L’ammalata non ebbe paura di questa apparizione, ma invece ne sentì pace e tranquillità. Poi chiese se la sua venuta significasse la grazia della conversione dei figli o quella della sua guarigione. Il Cappuccino le rispose: «Domenica mattina starai bene». Detto questo, scomparve lasciando dietro di sé una scia d’intenso profumo, che fu sentito anche dalla domestica della casa. Venuta la domenica la signora Concetta si sentì guarita e inoltre constatò che la sua pelle era ritornata normale. Allora volle andare a S. Giovanni Rotondo per conoscere e ringraziare Padre Pio e in questo viaggio si fece accompagnare dal fratello. Quando giunsero si portarono al convento e chiesto alla gente chi fosse Padre Pio, se lo videro additare mentre egli passava in mezzo alla folla. Allora la signora Bellarmini, guardandolo lo confrontò col Cappuccino che le era apparso nella sua casa di S. Vito Lanciano e subito esclamò: «Ma è lui, è proprio lui!».

Che non si muova prima!

A S. Giovanni Rotondo c’era una signorina che frequentava assiduamente la chiesa del convento e ascoltava la Messa del Padre Pio. Un giorno contrasse un’infezione a una gamba che le impedì di camminare per molto tempo, con la conseguenza di non potersi recare alla chiesetta del convento. Cercò di curarsi e di abbreviare il tempo della guarigione, ma le cose andavano per le lunghe. Impaziente, un giorno volle tentare di alzarsi dal letto, ma nel farlo, cadde e la gamba si gonfiò. Allora mandò a dire al Padre Pio di pregare per lei, perché era stanca di aspettare: voleva sentire la Messa la domenica seguente. Padre Pio le fece rispondere: «Va bene, domenica andrà alla S. Messa. Che non si muova prima!». E la signorina, con meraviglia del medico curante, la domenica seguente si sentì perfettamente guarita e poté ritornare alla chiesa per sentire la Messa.

Io ti accompagnerò

L’ingegner Todini di Roma era venuto a far visita al Padre Pio e un giorno si era intrattenuto con lui fino a sera tardi. Quando volle far ritorno alla pensione, dove aveva preso alloggio, nell’aprire la porta del convento si accorse che pioveva a dirotto. S’impensierì, perché non aveva portato con sé l’ombrello. Che fare? Dal convento alla sua pensione c’erano due chilometri di strada e a farli sotto quel diluvio senza niente rischiava di prendersi un malanno. Chiese al Padre Pio se per caso avesse potuto pernottare in convento. Padre Pio gli rispose che non era possibile, però andasse pure e non si spaventasse della pioggia, lui lo avrebbe accompagnato.

L’ingegnere non capì troppo il senso di questa frase, tuttavia si fidò delle parole di Padre Pio e uscì sulla strada. Meraviglia! La pioggia sembrava cessata di colpo e per tutto il percorso dal convento alla pensione non prese una goccia di pioggia. Quando arrivò alla pensione, la donna di casa venne ad aprire e si meravigliò che l’ingegnere avesse fatto tutta la strada sotto quel diluvio di acqua; chissà com’era bagnato! Ma l’ingegnere la rassicurò, dicendo che non si era bagnato affatto: era completamente asciutto, poteva toccarlo e assicurarsi. La donna lo toccò: era proprio asciutto. Allora guardò fuori della porta: pioveva a dirotto così come stava facendo ininterrottamente da più di un’ora. Non capiva; domandò: «Ma come avete fatto a non bagnarvi?». E l’ingegnere rispose: «Padre Pio mi ha detto che mi avrebbe accompagnato e si vede che egli ha impedito che io mi bagnassi». Allora la donna esclamò: «Sicuramente, la compagnia di Padre Pio vale più di ogni ombrello!».

MENDICANTI DELL’ALTRO MONDO

Quattro morti che si scaldano al camino

Questo racconto lo fece ai fratini, di cui era assistente, in una sera del febbraio 1922 a S. Giovanni Rotondo, in questi termini: «Ora ascoltate quanto mi è capitato alcune sere fa. Sceso al fuoco (il focolare della comunità) per riscaldarmi, ebbi la sorpresa di trovare quattro frati, mai visti, seduti al fuoco, col cappuccio in testa ed in silenzio. Rivolsi loro il saluto: «Sia lodato Gesù Cristo»; nessuno mi rispose. Meravigliato, li guardai attentamente per vedere chi fossero, ma non li riconobbi. Mi trattenni in piedi alcuni minuti e, guardandoli, ebbi la sensazione che soffrissero. Ripetuto il saluto, senza risposta, salii sul convento, per informarmi se fossero arrivati frati forestieri. Il Padre Superiore mi rispose: «Padre Pio, chi si azzarda quassù con questo tempaccio?».

Io soggiunsi: «Padre Guardiano, giù al fuoco comune ci sono quattro frati cappuccini, seduti sulle panche attorno al fuoco, col cappuccio in testa, che si scaldano. Li ho salutati ma non mi hanno risposto. Li ho guardati attentamente e non li ho riconosciuti. Non so chi siano».

Il Padre Guardiano esclamò: «Possibile che siano arrivati dei frati forestieri, senza che io sappia nulla? Andiamo a vedere!».

Scendemmo al focolare e non trovammo nessuno. Allora compresi che i quattro frati visti erano Religiosi defunti, che scontavano il purgatorio in quel luogo, dove avevano offeso il Signore. Mi trattenni tutta la notte in preghiera dinanzi a Gesù Sacramentato per la loro liberazione dal Purgatorio».

Il vecchio bruciato vivo

Quest’altro racconto Padre Pio lo fece a Mons. Alberto Costa, Vescovo di Melfi, un pomeriggio del maggio 1922.

«Eravamo in piena guerra mondiale. Il Convento di S. Giovanni Rotondo, come tutti gli altri conventi della Provincia monastica, era spopolato di frati, chiamati alle armi. Vi era qui il collegio serafico, assistito da me e da P. Paolino da Casacalenda.

Un pomeriggio d’inverno, in cui era caduta molta neve, arrivò al convento la Signorina Assunta Di Tommaso, sorella di Padre Paolino, per intrattenersi alcuni giorni.

Prima d’imbrunire, Padre Paolino disse alla sorella di scendere in paese e di andare ad alloggiare presso Rachelina Russo, benefattrice del convento. Assunta si rifiutò di uscire sola dal convento e di recarsi in paese con tanta neve per terra, col pericolo di essere sbranata da qualche lupo vagante ed affamato o affrontata da qualche malvivente. Padre Paolino le disse: «Assunta, tu sai che nel convento c’è la clausura e non possono entrare le donne, come facciamo?».

Assunta rispose: «Fammi portare una brandina qui, in questa camera e per questa notte m’arrangerò. Domani andrò da Rachelina».

Padre Paolino: «Se ti contenti di pernottare qui, in foresteria, ti faccio preparare il letto, così potrai riposare tranquillamente».

Diede ordine ad alcuni collegiali di portare un lettino e di accendere il fuoco nel camino, per riscaldare la camera.

Dopo cena, sistemati i ragazzi a letto, io e Padre Paolino scendemmo a salutare Assunta. Mentre si discorreva, Padre Paolino disse alla sorella: «Assunta, io vado a dire il Rosario in chiesa, tu trattieniti con Padre Pio».

Assunta rispose: «Vengo anch’io».

Usciti dalla foresteria, si tirarono la porta ed io rimasi solo presso il camino.

Stavo pregando con gli occhi semichiusi, quando vidi aprirsi la porta ed entrare un vecchio ravvolto in un mantello alla foggia dei contadini di S. Giovanni Rotondo e venire a sedersi vicino a me. Lo guardai, ma non pensai come fosse entrato a quell’ora nel convento. Gli rivolsi la parola e lo interrogai: «Tu chi sei? Che cosa vuoi?».

Mi rispose: «Padre Pio, io sono il tal dei tali… dicendomi nome, cognome ed altri connotati: Pietro Di Mauro fu Nicola, soprannominato Precoco». Poi aggiunse: «Sono morto in questo convento il 18 settembre 1908 nella cella n. 4 quando vi era ancora l’asilo di mendicità.

Una sera, stando a letto, mi addormentai col sigaro ancora acceso, che diede fuoco al pagliericcio e morii soffocato e bruciato. Sono ancora nel purgatorio. Ho bisogno di una Santa Messa per essere liberato. Il Signore ha permesso di venire a chiedere a voi aiuto».

Dopo averlo ascoltato, risposi: «Stai tranquillo, domani celebrerò la S. Messa per la tua liberazione». Mi alzai e lo accompagnai al portone del convento per farlo uscire.

Non mi resi conto in quel momento che la porta era chiusa e sbarrata: l’aprii e lo licenziai. Vi era la luna, che illuminava a giorno il piazzale, ricoperto di neve. Quando non lo vidi più dinanzi a me, preso da un senso di timore chiusi il portone, rientrai nella foresteria e mi sentii venir meno. Padre Paolino e la sorella, terminata la recita del Rosario, ritornarono nella foresteria e vedendomi pallido e sbiancato, pensarono subito ad un malessere.

Data la buona notte ad Assunta, Padre Paolino mi accompagnò nella cella. Non dissi nulla dell’apparizione del defunto.

Alcuni giorni dopo la partenza della sorella, Padre Paolino volle sapere che cosa mi fosse successo quella sera, in cui mi sentii male. Gli confessai tutto, raccontandogli nei minimi particolari l’apparizione del defunto. Poi aggiunsi: «Quella sera non potevo dire alla presenza di tua sorella che mi era apparso un defunto, altrimenti non avrebbe dormito in foresteria».

Padre Paolino volle fare una verifica del fatto di quel defunto e, annotatisi tutti i particolari, si recò all’anagrafe del Comune ed ebbe la conferma di tutto quanto Padre Pio aveva raccontato.

Al buio nella chiesa

Si sa di un altro racconto dell’apparizione di un frate novizio, fatto dal Padre Pio.

Una sera egli stava pregando in coro, quando venne attratto da un certo armeggiare intorno all’altare. Credendo che qualcuno fosse penetrato in chiesa con cattive intenzioni, chiese: «Chi è laggiù?». Ma alla sua domanda non rispose nessuno. Allora si rimise a pregare, pensando che si fosse trattato di un rumore provocato dal vento. Ma il tramestio si rifece sentire. Allora si alzò, si avvicinò alla grata e guardò verso l’altare maggiore dove scorse la figura di un giovane frate che faceva la pulizia. Gli disse: «Che fai laggiù?» – Quel frate gli rispose: «Sto facendo pulizia». E Padre Pio: «Ma come, fai pulizia al buio?». Allora si sentì rispondere: «Sono un novizio cappuccino che sconto qui il purgatorio. Ho bisogno di suffragio». Detto questo, scomparve. Padre Pio gli venne in soccorso, celebrando per lui la S. Messa il giorno dopo.

Ora sono passate tutte le malattie!

Padre Pio stesso raccontò al P. Bernardo d’Apicella il fatto seguente.

Il P. Giacinto da S. Elia a Pianisi, il 29 dicembre 1936 sale da Foggia a S. Giovanni Rotondo, per raccomandargli il P. Giuseppantonio da S. Marco in Lamis, che versa in pericolo di vita. Padre Pio assicura che pregherà per il moribondo. Passa tutto il giorno 29 dicembre nelle sue abituali attività di sacro ministero e poi passa così anche il giorno 30 dicembre. Alla fine di questa giornata, risale in cella e verso le ore 2.00 sta per andare a letto, quando improvvisamente si vede di fronte P. Giuseppantonio. Sorpreso, gli chiede: «Come, mi hanno appena detto che eri gravemente ammalato e tu ti trovi qui…?». E Padre Giuseppantonio, facendo un gesto caratteristico per dire che ormai era morto, gli fa intendere che erano passate tutte le malattie.

FAMILIARITÀ CON L’ANGELO CUSTODE

Padre Pio parla l’inglese senza conoscerlo

C’era una ragazza, di nome Angelina Sorritelli, figlia di un emigrato italiano in America. Essa era nata là e non sapeva parlare altro che l’inglese. Suo padre, Tommaso, volle condurla a S. Giovanni Rotondo, per farla confessare e poi fare la Prima Comunione da Padre Pio. A S. Giovanni Rotondo, a quel tempo c’era Mary Pyle, una convertita americana che si era stabilita in una casa vicina al convento e collaborava con le attività del Padre Pio. Quando arrivò Tommaso Sorritelli dall’America e seppe che la figlia Angelina voleva confessarsi e fare la Comunione dal Padre Pio, si mise a disposizione per fare da interprete, dal momento che la bambina non sapeva altro che l’inglese. Si presentò dunque dal Padre e, spiegatagli la situazione, gli si offrì per fare da interprete nella confessione della bambina, ma Padre Pio la congedò dicendole che quelle cose se la vedeva lui direttamente con Angelina. Mary Pyle, meravigliata, si ritirò e Padre Pio confessò la bambina. Quando ebbe finito, interrogò Angelina, dicendole: «Ma ti ha capito Padre Pio?».

E Angelina: «Sì».

Mary Pyle: «E tu l’hai capito?».

Angelina: «Sì».

Mary Pyle: «E come parlava…, in inglese?».

Angelina: «Sì, in inglese!».

Padre Pio conversa in tedesco

Il Prof. Bruno Rabajotti racconta che un giorno si trovava nella cella di Padre Pio e stava recitando con lui il Rosario. Alla fine della recita, fu introdotto un visitatore tedesco, alto e magro, dai capelli bianchi e corti. Questo visitatore si mise a parlare in tedesco col Padre Pio per raccontargli, tutto commosso, com’era felicemente finita l’avventura della figlia, già predetta dal Padre. La conversazione andò avanti per un pezzo, con botta e risposta tra i due interlocutori, mentre Rabajotti non credeva ai suoi orecchi nel sentire parlare in tedesco Padre Pio, che di tanto in tanto lo guardava con un sorriso. A un certo punto però gli si rivolse e gli disse: «Ti stupisci che io parli e capisca una lingua che non conosco? Non sono l’unico a poterlo fare. Perché non ci provi anche tu?». E Rabajotti: «Ma io non conosco il tedesco, Padre!». E Padre Pio: «E io? È facile, devi solo cominciare a parlare. Quest’uomo, che è venuto da me un anno fa, ti racconterà la sua storia. La divisione delle lingue, le barriere tra le anime crollano quando si sa parlare l’unico vero linguaggio, quello dello spirito». Il Prof. Rabajotti obbedì a Padre Pio e, con suo immenso stupore, riuscì a sostenere la conversazione in tedesco con lo sconosciuto visitatore del Padre Pio, mentre questi, con le braccia incrociate sul petto lo stava osservando compiaciuto. Poi ebbe a dire «Parlammo in tedesco, ma a me parve di parlare in italiano. Fu tutto così facile e anche così bello. Alla fine ci abbracciammo prima di lasciarci».

L’Angelo Custode di Padre Pio fa da postino

La Signora Cleonice Morcaldi di S. Giovanni Rotondo racconta che durante la seconda guerra mondiale un suo nipote fu fatto prigioniero e da un anno non dava più notizie di sé; temeva quindi che fosse morto. Un giorno si recò da Padre Pio e, gettandosi ai suoi piedi, lo supplicò che le dicesse almeno se fosse vivo o morto. Padre Pio la rassicurò, dicendole: «Alzati e vai tranquilla». Queste parole però, per quanto le dessero una certa speranza, non le levarono il dubbio e così, mentre i giorni passavano senza che essa ricevesse notizie del nipote, l’angoscia la prendeva sempre più. Alla fine volle tentare un espediente piuttosto ardito, anche se sostenuta da una grande fede. Tornò dal Padre Pio e gli disse: «Padre, facciamo così: io scrivo una lettera a mio nipote Giovannino con il solo nome, non sapendo dove indirizzarla. Voi e il vostro Angelo Custode portatela dove egli si trova». Padre Pio non disse nulla ed ella pensò: – Chi tace afferma -, e riprese a sperare. Scrisse la lettera e la sera, prima di andare a letto, l’appoggiò sul comodino. La mattina seguente, con suo stupore e anche un po’ di paura, si accorse che la lettera non c’era più. Corse allora dal Padre Pio e si sentì dire da lui: «Ringrazia la Vergine». Quindici giorni dopo, riceveva la risposta alla sua lettera con la notizia che il nipote Giovannino era vivo, si trovava in un certo posto e presto l’avrebbe visto.

L’Angelo Custode di Padre Pio è troppo discreto

In un certo periodo di tempo, Padre Pio era malato ed era costretto a stare a letto. Il suo Superiore di allora, Padre Paolino da Casacalenda, lo visitava spesso e una sera gli disse di mandargli l’Angelo Custode, se di notte avesse avuto bisogno di lui per qualche necessità. Padre Pio rispose che l’avrebbe fatto. Padre Paolino si ritirò e andò a dormire. Verso mezzanotte sentì scuotere violentemente il suo letto. Si svegliò solo a metà e in quel dormiveglia pensò che l’Angelo Custode di Padre Pio fosse venuto a svegliarlo e a chiamarlo per andare da Padre Pio, ma poi la pesantezza del sonno lo riprese e ricadde in un sonno profondo. Quando al mattino si recò da Padre Pio, gli raccontò l’accaduto, dicendogli che era mortificato di non essere venuto e la prossima volta di dire all’Angelo Custode di scuoterlo più forte. Per la seconda notte venne l’Angelo Custode e scosse fortemente il letto di Padre Paolino, ma questi anche questa volta non riuscì a svegliarsi completamente e di nuovo cadde nel sonno. Al mattino, più mortificato che mai, si recò da Padre Pio e gli disse che l’Angelo Custode non doveva avere delicatezze con lui, altrimenti era inutile che venisse a svegliarlo: lo doveva scuotere in modo tale che egli fosse come costretto ad alzarsi e ad accorrere da lui. Venne così la terza notte e venne di nuovo l’Angelo Custode a svegliare Padre Paolino e questa volta lo fece in modo tale che egli fu costretto a balzare dal letto e ad andare da Padre Pio. Quando fu da lui, gli domandò: «Di che cosa ha bisogno?». E Padre Pio: «Sono tutto immerso nel sudore, per piacere aiutatemi a cambiarmi, ché non lo posso fare da solo». Allora Padre Paolino finalmente lo poté aiutare e fu contento che questa volta la pesantezza del sonno non l’avesse avuta vinta sulla sua volontà di venire in aiuto a Padre Pio.

A TU PER TU CON BARBABLÙ

Uno spaventoso cane feroce

Il fatto è stato raccontato dallo stesso Padre Pio al suo Direttore Spirituale, P. Agostino. Egli scriveva così.

«Mi trovavo a S. Elia a Pianisi nel periodo di studio della filosofia. La mia cella era la penultima del corridoio, che gira dietro la chiesa, all’altezza della nicchia dell’Immacolata, che domina il prospetto dell’altare maggiore.

Una notte d’estate, dopo la recita del mattutino, avevo la finestra e l’uscio aperto per il gran caldo, quando sentii dei rumori che mi sembravano provenire dalla cella vicina. Che cosa farà a quest’ora fra Atanasio? – mi domandai. Pensando che vegliasse in orazione, mi misi a recitare il santo Rosario. C’era infatti fra noi due una sfida a chi pregasse di più ed io non volevo rimanere indietro.

Continuando però questi rumori più insistenti, volli chiamare il confratello. Si sentiva intanto un forte odore di zolfo. Mi spinsi dalla finestra per chiamare: le due finestre – la mia e quella di fra Atanasio – erano così ravvicinate che ci si poteva scambiare i libri o altro allungando la mano. “Fra Atanasio, fra Atanasio”, cercai di chiamare senza alzare troppo la voce. Non ottenendo risposta mi ritirai, ma con terrore dalla porta vidi entrare un grosso cane, dalla cui bocca usciva tanto fumo. Caddi riverso sul letto e udii che diceva: e’ iss, e’ isso (è lui, è lui). Mentre ero in quella posizione, vidi l’animalaccio spiccare un salto sul tetto di fronte, per poi sparire».

Fra Pio venne a sapere il giorno dopo che Fra Atanasio non era in cella, perché era assente dal convento. Allora volle informarsi dalla gente del luogo di chi fosse quel cane feroce, ma nessuno ne sapeva nulla. Si convinse perciò che il diavolo era venuto a visitarlo sotto la forma di quel cagnaccio. E sarebbe poi venuto in continuazione, di giorno e di notte, sotto le più varie forme. Le apparizioni del diavolo si presentavano quasi sempre sotto forme oscene, umane, bestiali. A volte prendevano perfino le sembianze angeliche, di S. Francesco, della Madonna, del Crocifisso. Padre Pio stesso scriveva «Barbablù non si vuole dare per vinto. Ha preso quasi tutte le forme. Da vari giorni in qua mi viene a visitare assieme con altri suoi satelliti armati di bastoni e di ordigni di ferro e quel che è peggio sotto le proprie forme… L’altra notte la passai malissimo; quel cosaccio da verso le dieci, che mi misi a letto, fino alle cinque della mattina non fece altro che picchiarmi continuamente. Molte furono le diaboliche suggestioni che mi poneva davanti alla mente; pensieri di disperazione, di sfiducia verso Dio… Credevo proprio che fosse l’ultima notte della mia esistenza; o, anche non morendo, di perdere la ragione. Ma sia benedetto Gesù, che niente di ciò si avverò. Alle cinque del mattino, allorché quel cosaccio andò via, un freddo s’impossessò di tutta la mia persona da farmi tremare da capo a piedi, come una canna esposta ad un impetuosissimo vento. Durò un paio d’ore. Andai di sangue per la bocca».

Un falso confessore

Padre Pio una volta si trovava nel convento di Venafro (Campobasso) e giaceva infermo a letto. A un tratto si apre la porta e si presenta il diavolo sotto le sembianze del suo confessore, P. Agostino da S. Marco in Lamis. Avvicinandosi al letto, dice al Padre Pio di essere venuto per confessarlo. Padre Pio però, guardandolo attentamente, vede sì che ha le sembianze di Padre Agostino, ma non si convince del tutto perché scorge sul viso qualcosa di strano, che lo inquieta e per di più sente quel senso di nausea, che prova ogni volta che si trova davanti ad apparizioni diaboliche. Allora, per sincerarsi se sia veramente P. Agostino o no, comanda: «Dica: Viva Gesù!». E quello che non era affatto P. Agostino, ma il diavolo, urla: «No!». E subito scompare.

Un vescovo dalla superficialità alla tremarella

Padre Pio da tempo aveva avuto a che fare col diavolo e ormai si era abituato alle sue visite, alle sue vessazioni e alle sue lotte, che poi finiva sempre per vincere, anche se dalla lotta usciva fisicamente malconcio.

Dopo un lungo periodo di tempo passato al suo paese di origine, cioè Pietrelcina in provincia di Benevento, dove cercava di curare la sua salute, misteriosamente compromessa, ricevette l’ordine di trasferirsi nel convento di S. Anna di Foggia. Con la sua venuta però il convento ben presto perse la calma che aveva avuto fin lì, perché il diavolo aveva seguito Padre Pio anche in quella residenza. E così ogni notte, a una certa ora, si sentivano strani rumori che culminavano con una tremenda detonazione. Padre Pio veniva tentato in ogni modo, assalito, maltrattato e trascinato di qua e di là in un subbuglio indescrivibile e quando il diavolo vedeva che non poteva vincerlo, lo lasciava con un rumore infernale.

I frati suoi confratelli ne furono sconvolti e impauriti; speravano solo che la cosa finisse presto, ma invece continuò con grande preoccupazione di tutti. Un giorno capitò al convento il Vescovo di Ariano Irpino, Mons. Andrea D’Agostino, che chiese ospitalità. Gli fu concessa volentieri. Parlando con lui, si accennò anche agli strani rumori che si verificavano nella camera di Padre Pio; provenienti dalla sua lotta col diavolo. Il Vescovo ascoltò, ma poi sbrigò tutto con l’affermare che, a suo giudizio, si trattava di sciocchezze, alle quali non bisognava prestar fede. Ma in quella notte stessa egli dovette ricredersi delle sue affermazioni, perché a una certa ora si fecero sentire i rumori col botto finale ed egli fu preso da tale spavento che voleva lasciare il convento immediatamente. Ma erano le due di notte e a quell’ora non c’erano mezzi di trasporto, sicché egli fu costretto a rimanere in convento per passare il resto della notte; volle però che un frate gli facesse compagnia nella sua camera. Al mattino però si affrettò a partire, evidentemente con idee ben diverse da quelle con cui era venuto circa i fatti di Padre Pio. Provare per credere!

Sta’ qui ancora un altro poco!

Nel convento di S. Anna di Foggia c’era un confratello di Padre Pio, che si chiamava Fra Francesco da Torremaggiore. Questo confratello si recava spesso la sera dal Padre Pio per fargli un po’ di compagnia e Padre Pio teneva alla sua compagnia, perché finché c’era lui quei «cosacci», come chiamava i diavoli, non venivano. Una sera dunque Fra Francesco salì alla cella di Padre Pio e vi si trattenne in conversazione con lui. Quella sera però era molto stanco e gli veniva spesso di appisolarsi. Allora volendo andarsene, faceva l’atto di alzarsi, ma Padre Pio gli diceva: «Sta’ qui ancora un altro poco, se no quelli (i cosacci) vengono». E Fra Francesco si sedeva daccapo e stava un altro poco di tempo, ma era sempre preso dalla stanchezza e dal sonno. A un certo punto disse che proprio non ce la faceva più: si alzò e disse al Padre Pio che proprio se ne doveva andare. E Padre Pio: «Va bene, fratello mio, vattene!». Così Fra Francesco uscì dalla cella e se ne andò, ma non aveva fatto che poca strada, quando sentì venire dalla cella di Padre Pio un rumore infernale. Ritornò sui suoi passi e trovò Padre Pio stremato di forze e in un mare di sudore per la lotta che aveva sostenuto coi diavoli, i quali avevano approfittato subito della partenza di Fra Francesco, per aggredirlo come al solito.

Manomissione di lettere

Quando in un periodo della sua vita Padre Pio era a Pietrelcina, per ragioni di salute, aveva un carteggio col suo Direttore Spirituale P. Agostino da S. Marco in Lamis. Si era però affidato alla guida immediata dell’Arciprete, Don Salvatore Pannullo. Questi, resosi conto, per tanti segni, di avere a che fare con un penitente straordinario, aveva preso delle misure di cautela per evitare che tra la gente si avessero dei disorientamenti. Tra l’altro, aveva convenuto con Padre Pio che quando riceveva le lettere da Padre Agostino, prima di aprirle le consegnasse a lui. Un giorno dunque Padre Pio riceve una lettera e la porta a Don Salvatore. Questi l’apre e, con sua meraviglia, vede che non c’è altro che un foglio tutto bianco. Allora dice a Padre Pio: «Forse Padre Agostino si è sbagliato e, invece di mettere dentro la busta il foglio scritto, distrattamente ha messo un foglio in bianco». Ma Padre Pio gli risponde: «P. Agostino non si è sbagliato; il foglio è scritto, ma Barbablù l’ha reso invisibile, per non farlo leggere». Allora Don Salvatore gli dice: «Ma allora tu sai quello che c’è scritto qui?». E Padre Pio: «Sì, lo so». E disse tutto quello che Padre Agostino gli aveva scritto. Don Salvatore rimase sbalordito, ma per sincerarsi della verità, scrisse a Padre Agostino, chiedendogli se realmente avesse scritto tutto quello che Padre Pio gli aveva detto. E Padre Agostino confermò tutto, punto per punto.

Un’altra volta arrivò una lettera, il foglio era scritto, ma nel bel mezzo di esso c’era una grande macchia a forma d’imbuto, di modo che non si poteva leggere quello che vi era scritto. Questa volta Don Salvatore prese l’acqua santa, asperse la macchia e questa si schiarì in modo che si poté leggere quello che era stato scritto.

Padre Pio la paga cara

Nel 1964 fu portata da un paese della bergamasca una giovane ossessa al convento dei cappuccini di S. Severo (Foggia). Quivi risiedeva Padre Placido da S. Marco in Lamis, universalmente stimato dalla gente per la sua santità. A lui fu presentata l’ossessa, affinché la liberasse dal demonio. La giovane come vide Padre Placido, si mise a urlare, a dire parolacce, a bestemmiare e a tentare di aggredirlo. Dopo un momento di esitazione, i confratelli di Padre Placido lo consigliarono di far proseguire la giovane ossessa e i parenti che l’accompagnavano per S. Giovanni Rotondo, affinché intervenisse Padre Pio. E così fecero. Quando la ragazza fu dinanzi a Padre Pio, ripeté con violenza le stesse scenate fatte davanti a Padre Placido. Padre Pio, che in quel momento non era in forze per intraprendere gli esorcismi, si limitò a darle una benedizione.

Qualche giorno dopo, alcuni frati, autorizzati dall’Arcivescovo di Manfredonia, vollero fare gli esorcismi per liberare l’ossessa dal demonio, ma non riuscirono ad andare avanti, perché quello li irrideva, dicendo che pretendevano di cacciarlo dopo aver mangiato e bevuto, anziché avere pregato e fatto penitenza.

Padre Pio, saputo che le cose si erano messe così, rimase triste e pensieroso. Nella notte poi fu aggredito con furore dal diavolo, che gli assestò un colpo tremendo sulla spina dorsale. Egli cadde malamente per terra, si ferì al sopraccigliare e ben presto si vide la faccia tutta tumefatta. Nel cadere emise un grido, che fu sentito dai confratelli, i quali accorsi prontamente, lo trovarono in quello stato. Gli chiesero che cosa fosse successo ed egli si limitò a dire che era caduto. Allora gli medicarono le ferite e lo adagiarono sul letto. In quelle condizioni però la mattina non poteva scendere in chiesa per la celebrazione della S. Messa. D’altra parte l’ossessa alla gente che aspettava in chiesa andava urlando che Padre Pio non sarebbe venuto, perché nella notte aveva conciato per le feste quel vecchio frate. Effettivamente, a una certa ora si presentò in chiesa il superiore del convento, il quale annunciò che Padre Pio non sarebbe sceso per la Messa, perché indisposto. Ci fu grande delusione e confusione tra la gente.

Quella stessa mattina, il superiore del convento di S. Severo, P. Alberto D’Apolito, venne a S. Giovanni e apprese i fatti che erano accaduti. Recatosi dal Padre Pio, gli chiese se era vero quello che la gente andava dicendo. Padre Pio si limitò a dire: «È possibile». Allora Padre D’Apolito gli espresse il suo dispiacere nell’avere consigliato di dirottare da S. Severo a S. Giovanni quella giovane ossessa. E Padre Pio: «Mi avete fatto un bel regalo!».

Ma la partita tra il Padre Pio e il diavolo per quella ragazza indemoniata non era chiusa: Padre Pio pregò e si mortificò e dopo qualche giorno, rimessosi alla meglio, scese in chiesa per la S. Messa. Questa volta però l’ossessa come lo vide diede un urlo altissimo e poi cadde per terra svenuta. Il diavolo finalmente se n’era andato e la giovane serena e tranquilla poté ascoltare la Messa del Padre Pio e poi tornare guarita a casa sua. Padre Pio, come al solito aveva vinto, ma questa volta l’aveva pagata cara!




Fonte www.sanpiodapietrelcina.org

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