Lui è un distruttore e prova a farti fuori in ogni occasione. Fate attenzione a queste opere del diavolo!

Non è la terra il vero obbiettivo del diavolo. La sua arroganza punta a distruggere soprattutto quella che è l’impronta più perfetta e più alta di Dio nel creato, ossia l’uomo: «Satana ha preteso che gli foste consegnati per vagliarvi come il grano» (Lc 22,31).

Agli albori dell’umanità, satana aveva raggiunto, possiamo dire, questo obiettivo con il peccato di Adamo, e l’umanità era divenuta sua proprietà: «Come effetto del peccato dei Progenitori questo angelo caduto ha conquistato in certa misura il dominio sull’uomo. Questa è la dottrina costantemente confessata e annunziata dalla Chiesa» (Giovanni Paolo II). Tuttavia tale vittoria non era destinata a perdurare: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gen 3,15). Nella pienezza dei tempi sarebbe venuto infatti “il più forte” di lui che gli avrebbe strappato il bottino: «Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino» (Lc 11,21-22). Per questo il diavolo grida e geme: «Che abbiamo a che fare noi con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?» (Mc 1,24). Ed ecco che nell’approssimarsi della Passione Gesù dichiara: «Ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori» (Gv 12,31). Gesù, con la sua Passione e Morte, «ci ha strappato dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio suo diletto» (Col 1,13). Così – chiarisce Giovanni Paolo II – «il Cristo crocifisso e risorto si è rivelato come quel “più forte” che ha vinto “l’uomo forte”, il diavolo, e lo ha spodestato».

Gesù attraverso la sua Passione diventa il prezzo del nostro riscatto e della nostra liberazione, il pegno della nostra rigenerazione. Attraverso il Battesimo l’anima rigenerata dalla Grazia viene incorporata a Cristo e divine partecipe della sua Vita divina. L’anima lascia la pianta bacata e malata di Adamo ed Eva, appartenente al diavolo, per innestarsi alla pianta nuova che è Cristo. Questo ci fa capire che fin tanto che l’anima non è rigenerata dalle acque vivificanti del Battesimo è schiava del diavolo. Ecco perché la Chiesa, nell’amministrare questo augusto Sacramento, compie prima una preghiera di esorcismo. Nel vecchio libro liturgico del Battesimo la Chiesa si rivolgeva al diavolo con questa formula molto eloquente: «Ti comando, o spirito impuro, nel Nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo di uscire e di allontanarti da questo servo di Dio. O maledetto reprobo, te lo comanda Colui che ha camminato sull’acqua ed ha porso la mano a Pietro che stava per affondare. Riconosci, diavolo maledetto, la tua condanna! E non osare mai danneggiare questo segno della santa Croce che ora tracciamo sulla fronte di questo bambino». Parole dure, se si pensa che erano pronunciate su un inerme bambino, ma esse ci rivelano quanto triste sia la schiavitù a cui l’umanità è andata soggetta a causa del peccato dei nostri Progenitori e che ci conferisce giustamente l’appellativo di “figli dell’ira” (cf. Ef 2,3). Ecco perché il diavolo cerca di frenare a tutti i costi l’ondata missionaria all’interno della Chiesa onde non perdere anime al suo dominio. Tuttavia anche qualora gli siano state sottratte dal Sangue di Cristo, non manca ugualmente di inseguirle nel tentativo di tender loro agguati e di adescarle nuovamente con il peccato mortale.




San Pietro mette in guardia i cristiani: «Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1Pt 5,8). E san Paolo rincalza: «Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6,11-12). Occorre dunque vigilanza e preghiera se non si vuole soccombere, tanto più che egli non manca di travestirsi persino «da angelo di luce» (2Cor 11,14).
La Chiesa, consapevole di tutto ciò, pregava: «O Signore, dona al tuo popolo il modo di evitare i diabolici contagi». Sappiamo, infatti, che «il demonio può insinuarsi fino alle giunture dell’anima col corpo, esplorare le influenze e le reazioni che intercorrono fra le due parti dell’essere nostro, conoscere a fondo le nostre attitudini, propensioni, simpatie, antipatie, difetto predominante, lato debole, la via da seguire per insinuare un sentimento che ci dominerà al momento opportuno. Inoltre l’immaginazione offre un vasto campo all’influenza demoniaca: sogni, ricordi, immagini insidiose o tormentose sono esche tanto più pericolose, in quanto il demonio si nasconde dietro il gioco normale delle leggi psicologiche; ci pone in uno stato fisiologico favorevole allo scatenarsi delle nostre passioni e alla capitolazione della nostra volontà» (A. Piolanti). Ecco perché il diavolo, non potendo entrare direttamente nell’anima, la cui porta è riservata a Dio, cerca altre vie: quella dei sensi, della fantasia e della concupiscenza, o come afferma san Tommaso «per motum locale spirituum et humorum», affinché attraverso delle scosse impresse agli spiriti vitali ed agli umori, la volontà, sebbene non costretta, si inclini pian piano ad aprirgli la strada. Così si ripete la storia del peccato di Eva, la quale «osservò che il frutto era buono a mangiarsi e piacevole all’occhio e gradevole d’aspetto» (Gen 3,6). Con questa sua tattica diabolica ipnotizzante e ammorbante s’introduce nell’anima a passi vellutati e guai a colui che entra in dialogo con questo astuto serpente, perché, senza un intervento speciale della Grazia divina, soccomberà certamente. «Pregate e vegliate», dunque, perché la battaglia possa coronarsi con la vittoria contro colui che è il mentitore, il tentatore, il persecutore, il ciarlatano, il predone che vuole impossessarsi delle anime.






Tra le opere prodotte dal diavolo va menzionata non per ultima la morte. Il diavolo infatti è chiamato l’omicida, perché è a causa di lui se la morte ha fatto il suo ingresso nel mondo: «La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap 1,13; 2,23). E, «quando il respiro si fa sempre più difficile, ansimante e roco; quando la bocca si spalanca; quando lo sguardo è perduto lontano; quando le forze ci abbandonano allora l’omicida ha nuovamente compiuto la sua opera. In fondo però non gli è riuscita, giacché v’è anche una resurrezione per mezzo del Nostro Signore Gesù Cristo» (O. Hophan). Ma se oltre la morte fisica, chiamata anche “prima morte”, fa seguito anche la “seconda morte”, ossia quella dell’anima con il peccato grave, allora l’opera del diavolo è completa e l’anima gli appartiene di diritto. L’anima morta in disgrazia di Dio, alla fine dei tempi, seguirà il suo padrone anche col corpo in quel luogo terribile e soffocante che gli stessi demoni temono, come lo dimostra il fatto di preferire ad esso l’abitazione dei porci: «Prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione» (Mc 5,10) e, «lo pregavano affinché permettesse loro di andare nei porci» (Lc 8,31).




Fonte www.settimanaleppio.it

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