Sai cosa è in fondo in fondo…la ‘perfetta letizia’ di San Francesco? Semplicemente… Darsi pace!

10394136_676980972388699_2091962667074692376_n - CopiaPERFETTA LETIZIA – Trascrivo dai Fioretti di San Francesco il capitolo della perfetta letizia, nella stesura più antica, che risuona nell’acerba, ma espressiva lingua italiana del Trecento.

Vi prego di leggere con attenzione, in atteggiamento meditativo, credo che il brano non possa lasciare nessuno indifferenti e spero che mi aiuterete a capirlo meglio.

CAPITOLO VIII

Come andando per cammino santo Francesco e frate Leone, gli spuose quelle cose che sono perfetta letizia.
Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angioli con frate Lione a tempo di verno, e ‘l freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il quale andava innanzi, e disse così: “Frate Lione, avvegnadioché li frati Minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione; nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia”.

E andando più oltre santo Francesco, il chiamò la seconda volta: “O frate Lione, benché il frate Minore allumini li ciechi e distenda gli attratti, iscacci le dimonia, renda l’udir alli sordi e l’andare alli zoppi, il parlare alli mutoli e, ch’è maggior cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”.
E andando un poco, santo Francesco grida forte: “O frate Lione, se ‘l frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e delli uomini; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”.

Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: “O frate Lione, pecorella di Dio, benché il frate Minore parli con lingua d’Agnolo, e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe, e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e de’ pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”.
E andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: “O frate Lione, benché ‘l frate Minore sapesse sì bene predicare che convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi perfetta letizia”.

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E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione, con grande ammirazione il domandò e disse: “Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è perfetta letizia”. E santo Francesco sì gli rispuose: “Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati; e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia.

E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, ché qui non mangerete voi, né albergherete; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia.
E però odi la conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo: “Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perché te ne glorii, come se tu l’avessi da te?”.
Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo””.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

Da parecchi anni il fioretto di san Francesco della perfetta letizia mi affascina e mi turba.
Mi piace molto l’espressione: perfetta letizia. Chi non vorrebbe essere perfettamente lieto?
Questa è la meta a cui tutti aspiriamo, sempre però con il dubbio, il timore che non sia per noi.
Mi sconvolge però la via qui indicata per raggiungerla.
Quale itinerario potrebbe essere più angosciante? Costituito com’è da ripetute e specifiche sofferenze fisiche e da pene psicologiche per il tradimento, il non riconoscimento ostinato e aggressivo da parte di persone che si credevano amici? La paura di essere respinti violentemente da tutti, specialmente quando si è nel bisogno, è una delle angosce più profonde dell’uomo!




Forse solo in una logica di imitazione di Cristo si possono capire e anche incominciare ad accogliere le riflessioni di Francesco sul dolore e sulla gioia. Se accetterai tutte le pene che incontrerai, ricordando le sofferenze di Cristo, se unirai per amore le tue sofferenze alle Sue, se rinuncerai alle soddisfazioni del tuo io per diventare come Lui, allora vivrai la vera gioia, questo ci dice Francesco.

E’ un discorso veramente paradossale e soprattutto arduo da tradurre in vita concreta.
Come l’interpretate voi? Vi piace questo fioretto o ne preferite altri più idillici e forse oleografici secondo certe rappresentazioni del francescanesimo?
Vi sembra quello di Francesco un dolorismo inutile? Un modo troppo arduo di valorizzare la sofferenza? Un compiacersi in essa? Un pretendere troppo dalle povere creature umane?
La tentazione non potrebbe essere quella di rinunciare a una gioia sfavillante per la paura di attraversare un dolore spaventoso?

Forse si potrebbe incominciare ad andare incontro agli inevitabili disagi della vita quotidiana, accettandoli con pazienza, con coraggio, non risolvendoli in facili lamentele. Quando poi verranno i guai più grandi, saremo già allenati e quindi più forti.
Ma non si tratta solo di questo: fondamentale è mettere Cristo al centro della propria vita, è diventare come Lui! E’ predisporci a condividere con Lui non solo la sofferenza, ma una gioia immensa!




E’ una proposta troppo dura, poco Natalizia? Ci piace intenerirci di fronte alla culla di un bimbo, intorno al quale cantano gli angeli, ma sullo sfondo della scena, si profila una croce che pure è salvezza per tutti coloro che vi si affidano, e la disponibilità di questa salvezza è perfettamente una buona notizia!

di Maria Pia Porta

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