‘Quel viaggio nel 1981 a Medjugorje e quei ragazzini in estasi che non dimenticherò mai’

Era l’estate del 1981, vacanze in Sardegna coi compagni di università: otto in un’appartamento di Isola Rossa preso in affitto. Ogni giorno qualcuno comprava il Corriere e ce lo si passava fino alla sera, scambiandoci a pranzo le notizie che avevamo captato.

Un giorno esce quella sulle apparizioni della Madonna a Medjugorje. E la si commenta. Poi succede che una volta tornato a casa, era settembre, sul sagrato della chiesa al quartiere Feltre (Milano), uno tira fuori ancora la storia delle apparizioni. Avevamo poco più di vent’anni, l’università era ancora chiusa, la curiosità innata, tant’è che, per l’appunto, avrei fatto il cronista (questo m’era chiaro fin da bambino, anche se mai avrei pensato di occuparmi di cibi e di vini. Ma tant’è).

“Dai domani partiamo!” disse Antonio: Giancarlo mette l’auto, Silvana e Marina vengono anche loro.

E via verso quella che per noi era soltanto e semplicemente la Jugo (la Jugoslavia). Partimmo verso il tardo pomeriggio e viaggiammo di notte. L’albergo lo trovammo a Mostar dove fui sorpreso nel vedere che già vendemmiavano le uve rosse, come da noi. A Medjugorje, davanti alla chiesa del paese, arrivammo nel pomeriggio: non c’era quasi nessuno e subito cercammo la sacrestia dove i ragazzini avevano appuntamento con la Madonna. Ma prima di girare sulla destra, provai ad aprire la porta della chiesa per vedere com’era. E scoprii, con sorpresa, che era affollata di gente, quasi fosse la notte di Natale dalle nostre parti.

Erano contadini, donne e uomini che stavano in piedi e pregavano. E già quello mi parve un miracolo. E pensai: “E’ come se, al mio paese, Masio, che sta nel Monferrato, d’un tratto tutti andassero in Chiesa: comunisti, cattolici, atei. Tutti. Tutti e tutti i giorni, perché quello era un giorno feriale. Chiusi la porta e andai nella sagrestia con gli altri quattro. C’erano poche altre persone, altre tre o quattro, e a terra sostava un cesto di vimini dove la gente metteva un foglietto piegato con un pensiero, un’invocazione destinata alla Madonna. Anche noi facemmo la stessa cosa.

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Ad un tratto arrivarono dei ragazzini, maschi e femmine, non ricordo se fossero quattro o cinque. Uno di loro lo avevo notato, sbirciando fuori, mentre giocava al pallone prima di entrare in sacrestia. Parlavano fra loro, ridevano, scherzavano. E noi eravamo lì, senza neppure poter parlare la loro lingua. Li guardavamo fra il divertito e lo stupito (ma davvero sono qui per incontrare la Madonna?).

Era passato un quarto d’ora, quando di colpo, tutti, si sono inginocchiati davanti a una presenza che vedevano solo loro. E gli sguardi tutti diretti verso un punto in alto, con le mani giunte. Una di loro rispose, credo, un sì alla Presenza che doveva averla interrogata. Poi di colpo, dopo neanche dieci minuti, si sono alzati di scatto e uno di loro ha cercato un bigliettino nel cestino di vimini. Ha toccato anche il mio… e m’è venuto un brivido alla schiena. Poi, una volta trovato quello giusto, due di loro si sono diretti a cercare, immagino, la persona alla quale la Presenza voleva far sapere qualcosa.

Quando siamo usciti sul sagrato, prima che finisse la messa e la gente uscisse, un signore italiano, curioso anche lui come lo eravamo stati noi, si mostrò scettico di ciò che aveva visto. Non gli tornavano i conti, non gli sembrava possibile. Eppure era lì con noi, e anche lui aveva visto quello scatto in ginocchio e quell’estasi, evidente. Ma se n’è andato a cena, come noi, in un’osteria sulla strada vicino all’albergo, pensando che era pur libero di non credere.






E noi? Noi siamo tornati a casa, col pensiero di quella chiesa piena di gente comune, con la mani ruvide, che ogni giorno andava alla messa, perché qualcosa di eccezionale dovevano pur avere avvertito. E poi quei ragazzini, uguali a tutti i ragazzini del mondo, ma richiamati a mettersi in ginocchio. E questo non censurava la voglia di giocare al pallone, di scherzare, di vivere la loro età. Non censurava nulla, anzi… in più c’era quell’attrattiva, quella Presenza che dava loro l’appuntamento.

Nella vita di ognuno, poi, sono convinto che i miracoli accadano. In modo diverso nella forma… ma la sostanza non cambia. È sempre la stessa amicale presenza che continua ad entrare nella vita normale di ciascuno. C’è chi se ne accorge, chi invece è un po’ come quell’italiano di mezza età, che s’è portato a casa il suo pre-giudizio, pensando in cuor suo che valeva anche il viaggio. E poi chissà.




Fonte www.ilsussidiario.net

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